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sabato 6 luglio 2013

Gli irresponsabili interpreti del vuoto concettuale.

 


  3/3 

Ho guardato e ascoltato attentamente alcuni degli attuali governanti per capire “come mai” il livello culturale, di competenza, di coraggio politico e la visione culturale e storica siano così scadenti negli operatori che occupano i massimi livelli dei processi decisionali del Paese. La postura, il modo di parlare, la scansione delle parole, lo sguardo… e ho capito qualcosa. Sono attori. Sono maestri dell’arte di recitare la parte del personaggio autorevole e competente, di quello che sa cosa sta dicendo e che conosce le implicazioni di quello che sta dicendo. Il tono della voce deve essere grave. La parlata lenta e “intensa”, le parole scandite una ad una. Come se fossero effettivamente pensate o come se effettivamente rappresentassero un pensiero, un contenuto, una competenza. Che non c’è.
Se si ascoltano e analizzano le parole senza l’immagine della loro recitazione si capisce che non hanno significato, non solo non sono vere, non rappresentano nessuna realtà e se rappresentano qualcosa è l’immagina distorta della realtà. Dicono quello che loro vorrebbero fosse la realtà, ma che sanno benissimo che non è. Questo nei casi migliori. Perché in genere nella loro recita sono assenti sia la logica che il rigore semantico. Infatti la loro carriera, la loro formazione, gli studi sono avvenuti in un contesto che richiedeva solo quella capacità: di simulare una competenza su fatti e cose che sono lontane dai loro strumenti conoscitivi. Ripetono slogan inconsistenti all’analisi critica della loro sostanza. Ma li ripetono con toni e modi che simulano con finta serietà e convinzione la competenza, la conoscenza critica e fattuale.
Quando Letta torna da Bruxelles e dichiara la sua soddisfazione per misure che di fatto condanneranno l’Italia a ulteriore indebitamento lo fa con convinzione, serissimo, convinto: a fronte del vuoto di contenuto tutta la recita è tragicamente buffa. Ma pochi riescono a capirlo perché “i fatti” non sono disponibili al pubblico e i giornali, o gli attori televisivi dei talk shows non sono in grado o non possono spiegarli al pubblico e quindi si adeguano alla recita in una generale truffa mediatica. Quando Monti dichiara la sua soddisfazione perché dopo la riunione da lui richiesta il Presidente Letta ha preso atto della necessità di formulare un “quadro programmatico comune ai partiti della maggioranza” parla con “gravitas” lentamente. Come se dicesse cose importanti, vere, sostanziali. Conclude con le parole «…bene quindi, molto bene.» Ma in realtà non ha detto nulla. In particolare nulla che possa meritare il qualificativo di “molto bene”. Solo che dicendolo in quel modo gli ascoltatori e spettatori disinformati credono che siano cose importanti, vere… «un quadro programmatico comune» è una goffa e risibile figura astratta da qualunque realtà, per restare nell’eufemismo. In sostanza è una tragica barzelletta quando viene confrontata con la realtà delle dichiarazioni di tutti gli altri attori del teatrino che con uguale convinzione e “gravitas” dicono cose affatto diverse. O quando viene confrontata con i “fatti.” I fatti sono altra cosa.
I numeri della disoccupazione, i numeri delle aziende che falliscono o chiudono, di quelle che vanno in Croazia, in Bulgaria, in Cina o in Vietnam raccontano altre storie. Il disastro istituzionale delle nostre burocrazie fangose, lente, irresponsabili e sostanzialmente regolate da “paraculismo”. Il disinteresse degli “istituti” autoreferenziali per il cittadino, la barriera cartacea che viene imposta a chi vuole fare qualcosa. La crosta di resistenza che invita, spinge quando non costringe alla evasione, al falso ideologico, alla furbizia chi vuole sopravvivere nella giungla della inefficienza.
Questa realtà è quella che rende tragicamente ridicoli i discorsi “recitati” dai nostri consumati attori governativi. Quanto Letta scandisce, recitando la parte, la difficoltà di trovare compensazioni nel bilancio da 800 miliardi per coprire 4 miliardi di IMU o di IVA insopportabili per una economia asfissiata dal carico fiscale del 70% non è solo ridicolo. È offensivo per chi assiste allo scialo di miliardi di decine di enti inutili, alla puerile furbizia dei ladruncoli provinciali e regionali che si abboffano sui rimborsi spese assurdi a gruppi consiliari e a partiti (molti dei quali inesistenti) e a fondazioni di comodo e di privilegio. La “gravitas” del suo eloquio, la simulata serietà delle sue parole sono una offesa violenta all’onestà e al buon senso degli italiani che lavorano e che mandano avanti il Paese. Se gli attori governativi sono tragici, non da meno lo sono i loro sodali nei partiti.
I verbali degli interventi alla riunione della Direzione del PD sono un altro interessante luogo di riflessione. Pensate alle implicazioni della riflessione fatta da Bersani ieri: «Se facciamo congressi per cercare un leader quand’è che troveremo il Paese?» Oppure all’appassionata difesa del suicidio a “piccoli passi” fatta da Dario Franceschini. Oppure al serissimo statement di Finocchiaro «la Giustizia deve restare al di fuori del perimetro delle riforme»: enunciata come verità biblica, si tratta in realtà di una monumentale disonesta sciocchezza. Basta rileggerla due volte per rendersene conto. Riletta tre volte rivela la dimensione tragicamente e colpevolmente ridicola della cultura sulla quale si basa. «Perché ci sia un tiro al piccione, bisogna che ci siano piccioni», ha detto D'Alema, si riferiva Matteo Renzi, ma la battuta potrebbe avere involontarie più ampie implicazioni.
Se Sparta piange Atene non ride: nel centro destra si assiste alla decadenza del PdL subalterno a un leader unico oramai consumato dai media, dalle sue vicende personali e senza alternative credibili. La rifondazione di Forza Italia è solo un’altra tappa del declino. Su questo sfondo anche le dichiarazioni di Berlusconi, Alfano, Brunetta e Santanchè rivelano la mancanza di sostanza e il tenore di “recita a soggetto” che caratterizza tutti i dialoghi nel teatro politico italiano di oggi. Si sente la grande distanza di questa classe “dirigente” dalla realtà del Paese e dai problemi che gli Italiani sentono quotidianamente sulla pelle.

mercoledì 3 luglio 2013

Il Pd e' dilaniato dalle 22 sette interne.

Lorenzo Matteoli
Martedì, 02 Luglio 2013
 
Lo spettacolo del PD con le contorsioni delle ventidue sette interne sul “congresso lungo” è surreale. Il giocone della tattica, pretattica, controtattica, sottotattica, intertattica, multipla incrociata diagonale, con doppia controastuzia, finta contromossa, sottintesa, implicita di rimando è affascinante anche per un paese che da un paio di millenni è abituato a tutte le sottigliezze cattovaticanomachiavelliche possibili e ancora di più. Anche gli analisti più sofisticati e consumati hanno abbandonato ogni tentativo di interpretazione e si stanno chiudendo in un dignitoso umiliante silenzio.
Tutta questa divertente e grottesca sceneggiata, che gli ex compagni e i nuovi compagni recitano con ridicola serietà e ancora più ridicola convinzione, avrà un finale semplice e pacchiano: il popolo del PD, i resti sfrangiati dello zoccolo duro oramai spappolato a budino, i cattolici profughi della defunta, ma sempre attiva e velenosa democrazia cristiana, si logoreranno fra di loro fino all’azzeramento. Alla fine i fantasmi stanchi di Bersani, D'Alema, Bindi, Cuperlo, Civati, Veltroni etc. vagheranno recitando formule astruse e incomprensibili nella loro fitta nebbia verbale e ideologica, personaggi tristi di un passato tragico di logorrea e polpette. L’unico sopravvissuto, o dentro i resti fumosi delle macerie della vecchia fortezza o in qualche strano imprevedibile modo libero e fuori, con una immagine ancora identificabile e spendibile, se non la brucia prima, sarà Matteo Renzi che vincerà quello che resterà da vincere per default. Degli altri non resterà traccia storica: i vecchi consumati da 25-30 anni di saponosa carriera consociativa e i giovani per la leggerezza di contenuti.

Quando l'acqua arrivera' alla gola.

Lorenzo Matteoli

02 luglio 2013
 
Si potrebbe anche pensare che un governo di coalizione PD-PdL dovrebbe essere proprio quello in grado di fare le riforme che un governo a traino esclusivo PD o a traino esclusivo PdL non potrebbe fare e sarebbe comunque bene che non facesse come hanno dimostrato precedenti infauste esperienze. Una coalizione d’emergenza con una maggioranza d’emergenza dovrebbe essere in grado di prendere le decisioni impopolari obbligatorie per uscire dal tunnel. Invece così non è. La coalizione non serve per associare i due maggiori partiti sulle logiche, urgenti e imprescindibili priorità comunemente condivise.
Serve invece perché su queste priorità scattino via, via i veti delle parrocchie e sette interne, o delle lobby legate all’una o all’altra parte. Oppure il capriccio degli “ego” di capetti e aspiranti leaderini. Risultato: blocco operativo, rinvii sine die, rinunce, silenzi conniventi, furbizie interattive. Né Letta, né Alfano né i loro ministri hanno la forza politica e il coraggio di affrontare quello che oramai è diventato un luogo comune: dismissione di beni demaniali, taglio degli sprechi e taglio della spesa corrente: critico, articolato, strategico, attento alle specificità ma, chiaramente taglio. Con le sofferenze implicite, con le conseguenti proteste e resistenze e impopolarità. Ma taglio deve essere, e anche pesante. Si preferisce aumentare il carico fiscale su un sistema oramai in stato di avanzato coma per le tasse con una cecità che va oltre l’irresponsabilità suicida: si tratta di incoscienza politicamente criminale. Sui grandi problemi si insediano comitati affollatissimi sul cui mandato ci si accapiglia con il risultato di impantanare pure quelli. Intanto il paese soffoca, le imprese chiudono o se ne vanno, il debito aumenta nonostante il carico fiscale plumbeo, la preoccupazione di un’Europa anche lei malata di inconcludenza, aumenta, il sospetto dei mercati cova, il disgusto della gente aumenta. Sembra che sia più sopportabile la lenta asfissia di tutto il sistema, che le proteste dei settori colpiti dai tagli. Tagli che sono il passaggio obbligato per rimettere in modo il sistema e quindi strategicamente anche di quelli temporaneamente sacrificati.
Lo spettacolo dei rinvii, delle ipocrisie, delle puerili finzioni è quotidiano e disarmante. Gli esempi sono correntemente trattati su questo sito e ben documentati: il balletto IMU, IVA, IRAP. Il veto di regime imposto dal PD su qualunque ipotesi di riforma della giustizia che è invece la riforma nodale tutelare e attirare investimenti e per far scattare tutto il sistema fuori dalla palude. La ridicola idea che detassando le nuove assunzioni gli imprenditori assumano giovani (esenzione di diciotto mesi impegni a tempo indeterminato!) anche se non hanno ordini e non hanno mercato per i loro prodotti. Un altro equivoco è la speranza ingenua che le elezioni in Germania comportino un cambiamento della politica finanziaria dell’Europa e che questo cambiamento consenta all’Italia di uscire dal guano senza pagare lo scotto e senza fare le riforme che sono comunque indispensabili per riportare il sistema economico italiano in condizioni di competitività. In questa situazione il denaro e le imprese fuggono dall’Italia e la crisi si avvicina sempre più rapidamente al punto di rottura.
Quando il debito pubblico italiano non sarà più collocabile sui mercati finanziari: fra un mese, un anno, due anni, o domani, le contraddizioni e le ipocrisie di questo o del prossimo governo galleggiante saranno allo sconto. I bisticci delle varie burocrazie e le lotte di poterucolo dei vari caporali del PD e del PdL andranno finalmente a sbattere contro il muro finale. Quando non ci saranno i soldi per pagare l’interesse sul debito pubblico, quando non ci saranno i soldi per pagare stipendi e pensioni, quando non ci saranno i soldi per comprare l’energia per riscaldare case e far funzionare i servizi essenziali e vitali…cosa penseranno gli italiani delle dichiarazioni apodittiche e di principio che adesso vengono sparate da vari “signori e signore della guerra” sulle riforme, giustizia, lavoro, sanità, scuola? Cosa penseranno gli italiani degli attuali atteggiamenti sterilmente ideologici e sui “tagli” non negoziabili, e sulle carriere politiche dei vari pigmei delle segreterie costruite sull’arroganza dei veti finalizzati all’affermazione delle diverse presunzioni? Mai più questo, mai più quello, questo impresentabile e quello inaccettabile, la “giustizia fuori dal perimetro delle riforme” (Finocchiaro), non creda il PdL che…, non pensi il PD che … etc.
È possibile che partiti, sindacati, fondazioni, istituti finanziari non abbiano think tanks che lavorano su questi scenari? Ma è poi proprio necessario un think tank per vedere quello che è sotto gli occhi di tutti? È possibile che ministri informati e competenti non siano in grado di reagire in modo meno modesto e subalterno alla emergenza congiunturale? Questa classe politica non sembra avere imparato nulla dalle tante lezioni: la Grecia, il fallimento del governo Monti anche lui incompetente verboso galleggiatore che adesso vuole dare lezioni di efficienza, il successo di Grillo, il successo del partito degli assenti. Interpretano nel modo sbagliato il primato della politica che discende innanzitutto dal primato della prassi. Fermi e immobili sui loro inutili decreti annunciano un “fare” che non sanno nemmeno da che parte comincia. Prigionieri di antichi schemi e di vecchia cultura impolitica, al guinzaglio di burocrazie ministeriali onnipotenti e arroganti. A luglio in Italia scatta la sindrome dell’estate: non si fa più nulla fino a settembre, mentre nel mondo globale tutto continua a correre e a rotolare.
Quando l’acqua sarà arrivata alla gola le misure drastiche inderogabili saranno calate pesanti, impietose e senza preavviso: rapina notturna sui conti correnti, taglio delle pensioni, taglio degli stipendi statali, sospensione dei debiti della Pubblica Amministrazione. Enrico Letta sarà travolto e Napolitano, non potendo sciogliere le camere per andare a nuove elezioni con il vecchio porcellum, darà un nuovo incarico: la gara per la nomina è già cominciata. E il gioco delle improbabili alternative è aperto. Ma stiano tranquilli tutti i “primi della classe” dei partiti: il prossimo capo del governo di salute pubblica potrebbe essere un generale dei Carabinieri. Nei secoli fedele. Ci aspetta un nuovo autunno caldo. Fra tutti gli annunci l’unico che non viene dato.

martedì 25 giugno 2013

La scissione di Scelta Civica

 

Lunedì, 24 Giugno 2013
Pierferdinando Casini e Mario Monti si separano. La notizia compare appena sui giornali, talmente i due personaggi sono divenuti irrilevanti: “la strana maggioranza” non ha bisogno di loro e in questi mesi non sono stati capaci di un’iniziativa che gli desse visibilità. Il magro risultato di febbraio forse è stato ancora benevolo, rispetto a ciò che l’elettorato pensa di loro. Ma sarebbe comunque bello riuscire a capire come mai i due si siano tanto illusi e come mai siano arrivati a non sopportarsi più.
La radice di tutto è il governo Monti, nato da due presupposti erronei: che la crisi fosse colpa di Berlusconi eche obbedendo a Bruxelles l’Italia si sarebbe salvata. L’unico presupposto vero era che, data l’impopolarità del programma - su cui nessuno era disposto a mettere la faccia - bisognava costituire un esecutivo neutrale che si facesse carico del lavoro sporco. E a causa di quest’ultimo punto, da quel momento tutti i giornali, anche quelli di sinistra (in odio a Berlusconi), decisero che dovevano dir bene di questo governo, checché facesse. Dovevano descrivere un’Italia che ritrovava una guida illuminata, la sua dignità, e presto anche la sua prosperità. Né il centrodestra poteva dir male di Monti, perché aveva deciso di votargli sia la prima fiducia, sia le successive. Tutto ciò – almeno nelle occasioni ufficiali – dette l’impressione che quel governo fosse ottimo. O che almeno fosse il migliore possibile. Non si capì che la gente bada più al messaggio del proprio portafogli che ai discorsi dei personaggi altolocati. Anche se sono seri fino ad essere lugubri.
Solo con una prospettiva temporale più ampia si è compreso che, per qualche tempo, la nazione ha vissuto su due piani paralleli. Monti, accecato da un’adulazione corale che lo confermava nell’opinione eccessivamente positiva che ha di sé, ha creduto che l’intero popolo italiano lo sostenesse incondizionatamente. E Casini, vittima della stessa illusione, s’è creduto furbo saltando sul carro del (futuro) vincitore. L’Italia ufficiale, sostenuta da  una pubblicistica compunta e fervorosa, mentre sospirava di sollievo per essersi liberata del Cavaliere, ha voluto ad ogni costo accreditare una versione addomesticata della realtà. Ma è riuscita ad ingannare solo sé stessa. Ha dimenticato che, come insegna il detto, si può ingannare qualcuno per tutta la vita, tutti per qualche tempo, ma non tutti per tutta la vita. Quando si scontrano con dolorosi dati concreti, le illusioni scoppiano come palloncini. Gli italiani, non che credere di avere vissuto un periodo di riscatto e di rinascita, hanno visto che il Paese precipitava nel baratro della recessione e ne hanno dato la colpa ai partiti che sostenevano il governo. E proprio per questo hanno votato per Grillo: Per chiunque ma non per questi qua”.
Il popolo ha visto Monti come una mosca cocchiera, capace solo di aumentare le tasse e impoverire tutti. Un docente qualunque che ha vinto alla lotteria ed ha creduto assurdamente di avere l’Italia ai suoi piedi, tanto da poter trattare tutti con arroganza. Non dimentichiamolo, alle elezioni il Professore ha da prima proposto non che il suo partitino si associasse al Pd, ma che il Pd si associasse al suo partitino. Gli errori della campagna elettorale hanno fatto il resto: se fosse durata un po’ di più, questo personaggio pomposo e smorto si sarebbe autocancellato. Comunque la realtà si è vendicata di lui, di Casini, rimasto in braghe di tela, e di Fini, mandato a godersi le ferie a tempo indeterminato. Non è vero che il popolo finisce col credere ai giornali, se essi dicono tutti la stessa cosa. Se così fosse, nel ’43 tutti gli italiani sarebbero stati convinti che stavamo per vincere la guerra.
Rimane da chiedersi perché, nella sconfitta, Monti e Casini non possano almeno rimanere insieme. Probabilmente ciò dipende dal fatto che il Professore, pur ridimensionato, non ha perso l’enorme stima che ha della propria superiorità. Non smette di essere irritante e di credere d’avere il diritto di trinciare giudizi sugli altri come fossero studenti timorosi del voto che gli metterà sul libretto. Alla fine Casini e i suoi amici si sono accorti che non solo Monti non è il titolare del carro vincente, ma rischia di portarli a fondo con sé. Meglio riprendere la propria autonomia. Nell’Udc sono quattro gatti, ma sono radicati nel territorio e sono autentici professionisti della politica. Da soli hanno la speranza di ritrovare i loro antichi elettori e potrebbero perfino andare a cercare i vecchi alleati. Hanno certamente sbagliato ma non hanno, come altri, provocato gli dei con la loro presunzione.
giannipardo@libero.it Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
22 giugno 2013

domenica 23 giugno 2013

Come dare un lavoro ai disoccupati

Gianni Pardo
Domenica 23 giugno 2013
 
A sentire la televisione, il tormentone attuale è quello del lavoro. Il termine “tormentone” è spregiativo e va subito precisato che il fastidio non deriva da chi quel lavoro cerca, in particolare i giovani,  ma da chi lo promette. O crede altri lo possa promettere. I sindacati chiedono al governo di fare qualcosa di concreto per il lavoro ma si guardano bene dal dire che cosa. Parlano di investimenti ma non dicono né dove trovare i fondi, né come utilizzarli. Infine prospettano lo sciopero, facendo somigliare i disoccupati a prigionieri denutriti che minacciano di non mangiare il poco che gli danno. Commentatori e politici lamentano per l’ennesima volta i guai in cui ci troviamo e descrivono instancabilmente i necessari e meravigliosi risultati di cui avremmo bisogno, senza dire però come si possono ottenere. Ecco perché è giustificata l’indignazione. Chi dicesse ad un paralitico che la sua vita sarebbe molto migliore se si alzasse e camminasse, non meriterebbe un paio di sberle?
Il lavoro ha un’unica origine: il fatto che qualcuno abbia bisogno di una prestazione e sia disposto a pagarla. Si va dal barbiere perché si hanno i capelli lunghi, non per dargli un’occasione di guadagno. Il lavoro non si incrementa guardando a chi ha necessità di un salario per vivere, ma a chi ha bisogno di collaboratori. Se aumentano i disoccupati non per questo aumenta il lavoro. Se invece aumenta la richiesta di prestazioni, non solo diminuiscono i disoccupati ma, alla lunga, aumentano i salari. Qualunque intervento che modifichi o turbi questo schema si traduce in un impoverimento del Paese.
Lo Stato - principale colpevole della turbativa - è un’organizzazione enorme che non può fallire. Dunque ognuno pensa che, se assume un lavoratore (inutile) in più, non accadrà nulla. Qualcuno sarà anzi grato al maggiorente che gli avrà ottenuto quel “posto di lavoro” (più esattamente quell’ “occasione di stipendio”). E quando il fenomeno si moltiplica per centinaia di migliaia di volte, il peso diviene insopportabile per i contribuenti che in definitiva pagano quegli stipendi. In questo modo non si crea lavoro, si creano diseconomie: come quando si sono assunti tre maestri elementari ogni due classi. Ogni volta che qualcuno riceve un’utilità che non ha creato (il terzo maestro) c’è qualcuno che non riceve un’utilità che ha creato (il contribuente che paga uno stipendio in più). L’Amministrazione diviene così un enorme parassita che dissangua la sua vittima.
Lo Stato non può creare lavoro e quando ci prova fa danno. Dovrebbe assumere soltanto il personale strettamente indispensabile e controllare sempre che non ci siano sprechi. Ma ciò è totalmente inverosimile, in Italia.
È un assioma: il lavoro produttivo di ricchezza per la nazione è quello che si ha quando qualcuno ha bisogno di una prestazione ed è disposto a pagarla. E la condizione fondamentale di ciò è che la prestazione gli renda più di quanto costa. Se come salario il commesso costa al negoziante più di quanto gli rende, il negoziante lo licenzia. L’economia è inesorabile. Le sue leggi, come quelle della natura, non hanno nulla a che vedere con la morale. Il fatto che la Costituzione affermi che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione… in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa” è semplicemente strabiliante. Immaginiamo che l’esistenza libera e dignitosa di una famiglia richieda 1.500 € al mese e che al lavoratore si offra soltanto un lavoro da 750 € al mese, con cui forse la famiglia riuscirà a sopravvivere a pane e acqua, o niente. Che cosa farà, quel lavoratore? O si crede che nei Paesi emergenti le paghe siano basse perché la gente è stupida e non ha la nostra Costituzione?
Il lavoro in Italia si può incentivare soltanto abbassando le paghe o abbassando le tasse e le imposte o eliminando le eccessive complicazioni burocratiche, comunque rendendo le assunzioni convenienti per il datore di lavoro. Finché questo non avverrà, l’occupazione non ripartirà.
È vero che l’Italia si è cacciata in un vicolo cieco. Non si può permettere né di abbassare le tasse né di fare delle riforme che andrebbero contro la retorica nazionale. Ma allora è inutile stare a parlare di rilanciare il lavoro. Non si rilancia un bel niente. Si ha soltanto una voglia matta di lanciare una scarpa contro lo schermo del televisore, sentendo certi discorsi.

Un mare di crediti pericolosi

 

Domenica, 23 Giugno 2013
 
E’ stata data, con molto risalto soprattutto da parte del Corrierone, la notizia dell’esistenza di 545 miliardi di euro che Equitalia dovrebbe ancora riscuotere. Si tratta, nel gergo della contabilità pubblica, di residui attivi, ovvero di somme a qualche titolo inserite tra le poste attive di bilancio (entrate) e più o meno esigibili. Una somma portentosa, pari a quasi un quinto del nostro intero debito pubblico e ad una ancor più cospicua quota di PIL. I commentatori hanno fatto a gara nello stimare quali miracolosi effetti avrebbe sui debiti pubblici l’immediato recupero, ancorché parziale, di tali somme. Nessuno, invece, sembra essersi domandato il motivo di cotanto ritardo o dell’inefficienza di una struttura, a dire degli stessi commentatori, iperdotata di strumenti atti a perseguire il contribuente infedele, una volta individuato.
Cosa c’è, quindi, dentro quella somma? Crediti, certamente, ma la cui natura è difficile acclarare persino per Equitalia, oppure la cui esigibilità è scarsa o nulla. Solo un numero, perciò, iscritto a bilancio ma ben lungi dal rappresentare un vero credito ed ancor meno del sonante denaro per le casse pubbliche. Se, ad esempio, una buona parte di quei miliardi fosse rappresentata da cartelle pazze, errori di calcolo o di accertamento, o, ancora, da multe invalidabili perché rilevate senza rispettare le prescrizioni di legge, quel numero varrebbe semplicemente zero. Trovo perciò stucchevole basarci qualsivoglia ipotesi di “realizzo”. Tanto più che, a quanto ne so, le somme da recuperare dovrebbero già essere ben iscritte nei bilanci dello stato e degli enti pubblici che ne hanno affidato ad Equitalia la riscossione. A lume di logica, quindi, il rischio concreto non è quello di ridurre, con una mezza magia., di qualche centinaio di miliardi il debito pubblico, bensì, all’opposto, di apprendere con orrore e di comunicare ai mercati che il debito pubblico italiano è in realtà sottostimato, forse nella misura di 545 miliardi.

Che farà il M5S da grande?

Giugno 2013

L’interesse per il Movimento 5 Stelle rischia di divenire maniacale ma la cosa ha una giustificazione. Immaginiamo una bilancia a due piatti e mettiamo su un piatto i parlamentari di centrodestra e sull’altro i parlamentari di centrosinistra. Poi vediamo a parte i deputati del Movimento ed è inevitabile che ci chiediamo che cosa intendano fare, in futuro. Soprattutto perché, rimanendo lì, la bilancia non terrà nessun conto di loro, mentre se saltassero su uno dei piatti gli equilibri ne sarebbero profondamente modificati. Ma nessuna soluzione è facile. Per come è stato costituito, il gruppo non è coerente. I membri provengono da esperienze diverse, magari prevalentemente di sinistra, ma non di una sinistra inquadrata e ideologicamente attrezzata. Intellettualmente hanno componenti utopiche, ribelliste e anarchiche.
Da un lato hanno tendenza ad associarsi con i partiti di sinistra, dall’altro tengono alla loro autonomia e possono avere comportamenti imprevedibili e inaffidabili. Dunque non è detto che, decisa qualcosa, l’insieme si muova poi compatto nella direzione scelta.
Attualmente c’è il freno della disciplina ferrea che vuole imporre il Capo ma Beppe Grillo sta sbagliando metodo. Dimentica che ha allevato degli individualisti e soprattutto che non può attaccare tutto e tutti. Più si procura dei nemici, più incoraggia i dissidenti a coalizzarsi contro di lui. Non si deve parlare di espulsione se non per fatti veramente gravi. L’espulso infatti non è autorizzato, è addirittura costretto a procurarsi nuovi amici e in primo luogo li cercherà nello stesso gruppo di provenienza. Più Grillo è tirannico, più rischia di ridursi il suo potere. Né l’aiuteranno gli insulti ai possibili amici di altri partiti, come l’epiteto di “cane da riporto” (condito con altre note personali persino sull’aspetto fisico) affibbiato a Civati.
Altro errore di Grillo è quello di credere che, dal momento che i parlamentari non sarebbero stati eletti senza di lui, per questo gli debbano obbedienza. Il tradimento non è un’esclusività degli eletti di Berlusconi. Fino ad ora, a forza di minacce e proclami, le sue perdite si sono limitate a due deputati e una senatrice, ma di questo passo molti si accorgeranno che qualcuno vuole tenerli al guinzaglio. Inoltre vedranno che la senatrice Gambaro, invece di essere una reietta, da domani avrà una visibilità e un’autonomia che sarà negata a tutti loro: sarà libera di parlare e di decidere come meglio preferisce. In Senato conterà per uno, ma conterà.
La breve storia del Movimento fa pensare al problema di chi va occasionalmente a letto con una donna e poi si trova ad averla messa incinta e a doverla sposare. Quelli che l’hanno votato probabilmente si aspettavano di essere in pochi a manifestare la loro rabbia, ma nel momento in cui Grillo si vanta che il suo è il “primo partito”, la sterile protesta, l’Aventino programmatico e sostanzialmente ininfluente, non bastano più. Per non parlare del discredito nato dalle beghe miserabili sugli scontrini, sulla televisione e altre polemiche stupide. La gente comincia ad essere delusa. La Sicilia, e Catania in particolare, come sempre pantografo degli umori nazionali, sono passate dall’entusiasmo a un brutale rigetto.
Il M5S è prigioniero delle proprie premesse. La totale scomunica della politica nazionale in tanto può essere realmente produttiva in quanto si incarni in una rivoluzione, magari conducendo al partito unico. Se invece si è entra nel gioco democratico e non si sa o non si può giocarlo, si dimostra tutta la propria debolezza. Se il Movimento si allea col Pd, ammesso che si possa ricucire lo strappo delle umiliazioni inflitte a Bersani, sarà soltanto il junior partner del partito erede del Pci e per giunta gli alleati si troverebbero ad affrontare una crisi economica che farà ogni giorno più scontenti. La Santanché, in un talk show, gridava che una tale alleanza lei “la auspica, la auspica!”, perché un simile governo non durerebbe tre mesi.
Il Movimento si è infilato in un vicolo cieco. Se si allea col Pd, condividerà la probabile responsabilità di una crisi epocale. Se si frantuma, andrà ad ingrossare le file di altri partiti. Se rimane unito e all’opposizione di tutto e tutti, diverrà tanto ininfluente da essere dimenticato. E probabilmente sarà cancellato dall’orizzonte alle prossime elezioni. Ancora oggi suscita curiosità e ci si chiede dove andrà a parare, ma quando fosse chiaro a tutti che non va da nessuna parte, si considererà quel 25% di voti dell’elettorato un semplice incidente di percorso. Un’occasione sprecata. Un sketch comico mal riuscito, caro Grillo.