sabato 14 luglio 2018

Giuseppe Conte, il documento dell'Istituto Cattaneo conferma: non conta nulla

13 Luglio 2018
Giuseppe Conte
Conte non conta, adesso lo dicono anche i numeri. Che il presidente del Consiglio rischiasse di restare “schiacciato” sotto il peso dei suoi vice, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, lo sospettavano tutti. Ora ci sono le prove: non è il professore originario di Volturara Appula la “voce” del governo. In carica da quasi un mese e mezzo, Conte è stato via via oscurato dai leader di M5S e Lega quale che sia stato il tema al centro dell’attenzione: da Di Maio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, quando nell’agenda di Palazzo Chigi ha prevalso il mercato del lavoro; da Salvini, ministro dell’Interno, se a farla da padrone è stata l’immigrazione.
L’Istituto Cattaneo di Bologna ha misurato il peso delle tre personalità più rilevanti dell’esecutivo: il premier e, appunto, i suoi due vicepresidenti. Lo ha fatto analizzando la “copertura mediatica” riservata a Conte, Di Maio e Salvini dai principali quotidiani italiani per trenta giorni (11 giugno - 11 luglio). E il risultato non lascia dubbi: il leader più citato, presente in oltre il 45% degli articoli considerati (4.353), è stato Salvini. Al secondo posto si piazza Di Maio (presente in più del 32% degli elaborati) e al terzo, buon ultimo, c’è Conte (21,5%).
UN TECNICO DEBOLE
Solo in un’occasione il presidente del Consiglio è riuscito a uscire dall’anonimato: quando l’attenzione dell’opinione pubblica è stata monopolizzata dal vertice di Bruxelles del 28 e 29 giugno dedicato al tema dei migranti. Bella forza, si potrebbe dire: al Consiglio Ue partecipano solo i capi di Stato e di governo (e quindi, per l'Italia, Conte) e non i ministri. Fatto sta che pure in occasione di quella performance, che ha permesso al premier di superare, per visibilità, Di Maio, in testa - con circa il 40% delle citazioni - si è mantenuto Salvini.

Il numero uno leghista, secondo i dati elaborati dall’Istituto Cattaneo, è sempre riuscito a dettare l’agenda del governo, con tre picchi nei livelli di attenzione: nella settimana dall’11 al 18 giugno, durante il caso della nave Aquarius e le polemiche sul censimento dei Rom; il 26 giugno, in occasione della missione in Libia; e il 1° luglio, per il raduno di Pontida.
SALVINI DETTA L’AGENDA
L’unico momento di difficoltà, finora Salvini l’ha subìto nella prima settimana di luglio, a cavallo tra il varo del “decreto dignità” e la sentenza della corte di Cassazione sui fondi del Carroccio. In quell’occasione, il faro dei quotidiani è stato puntato più su Di Maio. Con Conte, ad eccezione della due giorni del Consiglio Ue, sempre desolatamente in terza posizione. 
L’Istituto Cattaneo ha anche analizzato il peso dei tre leader per ogni «settore di intervento pubblico». E l’esito non riserva sorprese: Di Maio è più presente nelle questioni socio-economiche; Salvini su immigrazione e politica estera. E Conte, che è pur sempre il presidente del Consiglio, colui che in base alla Costituzione «dirige la politica generale» del governo? «Mediaticamente marginale», sentenzia l’istituto di ricerca. Sempre schiacciato dai due vicepremier, con presenze sui giornali che oscillano da un minimo dell’8% negli articoli che si occupano di mercato del lavoro a un massimo del 20% nei pezzi dedicati a «rapporti istituzionali e politica interna».

Solo quando l’oggetto del contendere è il rapporto con le istituzioni sovranazionali (Unione europea in primis), il premier con il 38% delle citazioni supera uno dei suoi vice (Di Maio). Ma in testa c’è sempre Salvini, con il 51% delle presenze.
di Tommaso Montesano

martedì 3 luglio 2018

Marine Le Pen a Libero: "Immigrati, grazie all'Italia libereremo l'Europa. Macron? Finirà come Renzi"

3 Luglio 2018
Marine Le Pen
Basta spostarsi un po’ a destra e si scopre che la Francia per l’Italia può non essere solo un nemico, altezzoso, egoista, insopportabile e che vuol farci le scarpe non solo in Libia ma anche in casa nostra. La faccia democratica di quel che era il Paese dei Lumi non è quella arcigna e spigolosa di Emmanuel Macron, En Marche sì, ma solo per se stesso. Per uno dei soliti, straordinari giochi della storia, il buono diventa cattivo e il cattivo si scopre molto diverso da come è stato dipinto. Così, la nazionalista Marine Le Pen, spauracchio di mezza Europa, oggi è il volto doux della Francia, quella che non insulta il nostro governo, non sta con i banchieri, non ritiene l’immigrazione un problema solo italico.
Il presidente Macron ha insultato il governo Lega-M5S, dicendo che è vomitevole con gli immigrati e sparge la lebbra del populismo in Europa: perché ha detto questo?
«Dietro l’aspetto sorridente di Macron c’è una persona che non sopporta il contraddittorio e perfino chi la pensa diversamente da lui. Nel corso dei mesi questi aspetti della sua personalità si sono rivelati ai francesi che adesso lo giudicano autoritario e sprezzante. A livello internazionale dà un esempio terribile».
Quali sono invece le sensazioni dei francesi verso il nuovo governo italiano? 
«L’alleanza della Lega e del Movimento Cinquestelle ha inizialmente sorpreso l’opinione pubblica francese che non si aspettava questo sconvolgimento politico in Italia ma ha stupito tutta Europa. Per i nazionalisti francesi il successo politico di Salvini è il segno precursore della liberazione dell’Europa».
La linea di Salvini sugli immigrati è apprezzata dai francesi?
«L’annuncio del rifiuto di accogliere Aquarius è stato visto come un atto di coraggio e rottura rispetto all’irresponsabile politica migratoria dell’Unione. Alla luce dei sondaggi francesi, posso dire che la posizione di Matteo sull’immigrazione è approvata e appoggiata dalla grande maggioranza dei miei connazionali».
Si aspettava il boom elettorale della Lega? 
«Matteo è un amico e un nostro alleato. Grazie al suo impulso la Lega ha sviluppato una linea politica e strategica molto vicina al Rassemblement National, con una visione sovrana e sociale. E ciò fa della Lega un nostro partito fratello. Le nostre posizioni in materia di immigrazione sono pressoché identiche ».
Lei ha dichiarato un mese fa che Cinquestelle è ambiguo: conferma questa sensazione? 
«Cinquestelle è per noi francesi un Ufo politico; siamo lieti che la Lega abbia trovato con il Movimento i percorsi di un’alleanza positiva per il futuro dell’Italia e dell’Europa. Questo dimostra l’abilità e la grande visione politica di Salvini».
Il boom di Salvini in Italia e la sua linea sugli immigrati hanno rotto gli equilibri in Europa. Riuscirà il leader della Lega a rivoluzionare davvero la Ue?
«Salvini è impegnato con l’Ue in una resa dei conti e in questo si unisce ai Paesi di Visegrad, che di fatto sono già in secessione. L’Europa vede questa come una vera e propria rivoluzione che la sta scuotendo dalle fondamente e mette in discussione tutto il progetto. In questo grande sconvolgimento politico e democratico, gli italiani hanno un ruolo storico: mostrano la strada che dovrebbero seguire tutti i popoli europei».
Dopo il voto europeo del 2019 ci i sovranisti saranno maggioranza relativa all’Europarlamento? 
«La vittoria dei sostenitori dell’Europa delle nazioni deve essere un obiettivo comune e concertato per il 2019. Possiamo essere la maggioranza del prossimo Parlamento europeo. Potremo quindi stabilire il quadro della cooperazione europea nel rispetto delle nostre popolazioni e dei nostri Stati».
Come giudica l’attuale stato dell’Unione Europea? 
«L’Ue è in bancarotta, il suo modello politicamente federalista e economicamente libero-scambista è senza fiato. Un modello screditato dai suoi fallimenti e dalla sua visione limitata. Spetta a noi definire per gli europei un nuovo quadro di cooperazione tra le nazioni».
Com’è la Ue che vorrebbe lei?
«Vogliamo sostituire l’Unione europea con un progetto che chiamiamo “Unione delle nazioni europee”, che è un’organizzazione europea rispettosa dei nostri Paesi, dei nostri rispettivi interessi nazionali e libera dal giogo delle oligarchie finanziarie. Una nuova organizzazione dell’Europa che tenga conto della difesa dei nostri beni comuni, della nostra sicurezza alimentare, del nostro ambiente minacciato in particolare dagli accordi di libero scambio e dall’ultraliberalismo».
Gli immigrati sono il simbolo dell’ipocrisia della Ue: nessuno li vuole ma solo Salvini e Orban lo ammettono. Condivide l’opinone di chi ritiene che l’Europa rischi di esplodere sul caso immigrati?
«L’immigrazione è un fenomeno di grande portata che interessa tutti. Lo sappiamo perché mette a repentaglio i nostri sistemi economici, sociali e le nostre identità. Ciò che gli immigrazionisti dell’Unione europea non avevano previsto è che questa ondata avrebbe messo anche le loro istituzioni fuori gioco, provocando la legittima rivolta dei popoli».
Quali soluzioni propone per arginare l’invasione degli extracomunitari?
«È una questione di determinazione. Salvini e Orban indicano la strada: hanno saputo dire no».
Il sentimento anti-immigrati è alla base del fallimento della sinistra europea. Questo fallimento è dovuto più alla minaccia terroristica, alla mancata difesa che la sinistra ha fatto di cultura e tradizioni europee e cristiane o alla crisi economica?
«La sinistra ha tradito il popolo. Ha dimenticato che la solidarietà e il sociale sono il prolungamento del sentimento nazionale. Sostenendo l’immigrazione incontrollata, essa ha assecondato la grande industria e sostenuto l’abbassamento dei salari e, con la globalizzazione dei benefici sociali, ha favorito il collasso dei nostri sistemi sociali. È legittimo che le persone si rivolgano a noi».
Ha cambiato idea sull'euro o l’uscita dalla moneta unica per lei è ancora una priorità? 
«Non ho cambiato idea. L’euro è una valuta inadatta alle nostre economie e, quindi, uno strumento di impoverimento dei nostri Paesi. Vogliamo recuperare la nostra sovranità secondo un programma che inizierà con i confini e finirà con la questione del denaro. Questa questione dovrebbe essere posta con calma e studiata con tutti i paesi interessati».
L’Europa è stata uccisa dai burocrati di Bruxelles che pensano solo alle banche o dai singoli Stati che pensano solo agli affari loro?
«Il sistema messo in atto da Bruxelles è costruito per garantire alle élite un governo eterno: Barroso che ha avuto un incarico in una banca d’affari e Macron che ne è da poco uscito sono esempi lampanti di come l’Ue tradisca l’idea europea. Tocca a noi rivitalizzarla».
Ritiene che la Merkel sia alla fine del suo regno ventennale? 
«Merkel è una cancelliera instabile. La sua coalizione è fragile ed è contestata nel suoo stesso partito: è tempo di chiudere questa parentesi che ha visto instaurarsi uno squilibrio a favore della Germania e a scapito di tutti gli altri Stati membri. Tutti i Paesi, inclusa la Germania, hanno un interesse sul lungo periodo a un riequilibrio dell’Europa».
Adf può diventare il partito di maggioranza in Germania. Non teme l’estrema destra tedesca? 
«Mi rallegro dei successi dei partiti nazionali ovunque si verifichino in Europa. Gridare al ritorno degli anni Trenta oggi in Europa è ridicolo».
Quale posizione ritiene che debba avere l’Europa rispetto alla Nato e agli Usa? 
«Spetta a ciascun Paese trovare le vie politiche per difendere i propri interessi. Dobbiamo affrancarci dalla tutela americana e uscire dalla logica di alleanze militari anacronistiche che ci impegnano in guerre che non ci appartengono».
E rispetto a Putin e la Russia?
«Dobbiamo ristabilire le relazioni con la Russia in conformità con i nostri interessi diplomatici e commerciali, per questo dobbiamo porre fine alle sanzioni economiche, che ora ci stanno danneggiando».
Brexit è un’occasione per fare una vera Europa, ora che ci siamo liberati di Londra che era la quinta colonna Usa nella Ue?
«Brexit deve essere analizzata come il fallimento dell’attrattiva dell’Unione europea. Gli inglesi ci hanno dato una bella lezione di indipendenza che ci impegna a passare a una diversa modalità di cooperazione europea. La Gran Bretagna resta un partner dei nostri Paesi e, nel quadro di un’Europa à la carte, saremo in grado di ricollegarla ad una cooperazione utile».
Fallimento della società multietnica o diffidenza verso la finanza: a cosa attribuisce il crollo di popolarità di Macron in Francia?
«La maschera è caduta. Dietro le promesse di conquiste economiche ora appaiono la finanza predatrice e il banchiere d’affari. Macron è il Renzi francese e finirà come lui».
In Italia si dice che con Macron i francesi sono diventati nostri nemici ancora più dei tedeschi: ci sbagliamo o abbiamo ragione?
«Le affermazioni offensive di Macron non rappresentano la Francia, che invece guarda all’Italia talvolta con stupore e ammirazione per l’esempio che sta dando».
Perché ha perso le elezioni contro Macron? Perché avete cambiato il vostro nome?
«Macron è una mutazione abile del sistema e questo gli ha permesso momentaneamente di restare al potere. Abbiamo avuto contro la coalizione di tutti gli interessi in gioco, può essere anche che la Francia non fosse ancora pronta a credere nel cambiamento. Quello che sta succedendo in Europa aiuterà i francesi ad aprire gli occhi. Il cambiamento del nome si inscrive nella rifondazione del nostro movimento. Ne è una tappa essenziale che deve consentigli di diventare un movimento non più solo di opposizione ma di governo, capace di riunire una maggioranza di francesi intorno a un progetto».
La Lega sta subendo un’offensiva giudiziaria sui soldi, lei pure: è casuale o c’è un tentativo di fermare i populisti?
«Se il sistema governa molto male, si difende bene e tenta con tutti i mezzi di togliere ai popoli le loro vittorie elettorali. Queste persecuzioni giudiziarie che sconfinano nell’accanimento mirano a mettere la museruola ai movimenti nazionali».
Marion sarà la sua erede?
«Mia nipote Marion, che è molto talentuosa, ha deciso di discostarsi dalla politica e rispetto la sua scelta. In ogni caso credo intimamente che ciò che conta non sono le persone ma le idee».
di Pietro Senaldi
@PSenaldi

Lifeline, la Ong di Sea Watch sequestrata in porto a Malta

3 Luglio 2018
Lifeline, la Ong di Sea Watch sequestrata in porto a Malta
La Lifeline è stata sequestrata. Lo comunica la stessa Ong Sea-Watch, furiosa per la decisione delle autorità maltesi di bloccare la nave nel porto della Valletta dove era approdata mercoledì scorso con 234 immigrati a bordo. L’organizzazione non governativa scrive su Twitter che il sequestro è avvenuto dopo la richiesta di lasciare il porto. «Non sono state fornite motivazioni tecnico-legali. La consideriamo una deliberata restrizione della nostra libertà, volta a impedire l'attività di soccorso», accusano da Sea-Watch.
Ancora più duro il capitano della nave, Pia Kemp: «Mentre ci viene impedito di lasciare il porto, la gente sta annegando. Qualsiasi ulteriore morte in mare è sul conto di coloro che impediscono il salvataggio. Salvare vite umane in mare non è negoziabile». 
Il ministro dell’Interno Matteo Salvini festeggia, invece, alla notizia del sequestro della nave: «Prendo atto del fatto che grazie all’appoggio italiano anche Malta si è ricordata di essere un Paese sovrano ed ha bloccato oggi la nave di un'altra Ong nei porti maltesi». Secondo Salvini non ci sono dubbi: «Bene, perché meno navi delle Ong ci saranno in giro e meno gente partirà e meno gente morirà»

lunedì 2 luglio 2018

I buonisti vogliono altri morti

Le Ong accusano il governo per le vittime in mare, ma la colpa della mattanza è di chi porta gli immigrati in Italia

L'immagine dei tre bimbi morti annegati nel tentativo di lasciare le coste libiche è straziante e stringe il cuore.







È un'immagine che ci deve interrogare sull'urgenza di fermare la mattanza, ma neppure per un secondo può mettere in dubbio il grado della nostra civiltà e del nostro senso di solidarietà, che erano e sono superiori a qualsiasi altro al mondo. Quei tre bimbi non li abbiamo uccisi noi, sono vittime innocenti di un sistema perverso, marcio e ignorante che li ha trasformati in scudi umani. Scudi di genitori scellerati, di trafficanti senza scrupoli, di Paesi tribali che non hanno a cuore il destino dei propri cittadini e permettono ciò che anche il solo buon senso dovrebbe vietare perché ad altissimo rischio.
Noi con tutto questo non c'entriamo nulla. Abbiamo semmai fatto tanto per limitare i loro danni, per proteggere le loro donne e i loro bambini. Ma più facciamo più questi ci buttano addosso piccoli indifesi, innescando così una spirale senza fine che in ogni caso produrrà sempre più vittime perché mai si potrà arrivare ovunque ci sia bisogno. L'Occidente, anche nei momenti più bassi e cupi della sua storia, a differenza di altre culture, i suoi bambini li ha sempre preservati da dolori e pericoli, o quantomeno ci ha provato. Che si parli di guerre, di ondate migratorie (per l'America nell'Ottocento partivano sostanzialmente solo giovani uomini) o financo di criminalità, le creature le abbiamo tenute al sicuro. Chi non fa altrettanto, che sia genitore, politico o trafficante, se ne deve prendere tutta la responsabilità e non osi scaricare colpe su di noi.
Il nostro governo non si sta opponendo ai salvataggi in mare, tantomeno a quelli di bambini. L'accusa dell'ong Open Arms è ridicola e pretestuosa e le intemerate di Fico fanno ricordare la peggiore Boldrini. Noi stiamo chiedendo di condividere con l'Europa il peso dei salvati, che è ben altra cosa. E stiamo provando a impedire che neonati si imbarchino su gommoni per un viaggio che è peggio di una roulette russa. Piangiamo quei tre corpicini senza vita ma non piangiamoci addosso. Non siamo coccodrilli, noi stiamo facendo la cosa giusta anche nei confronti dei tanti bambini scudi umani che non meritano di morire in mezzo al mare per l'incoscienza e il cinismo di chi dovrebbe proteggerli e non lo fa.

T-shirt, mani in tasca durante l'inno nazionale e pugno chiuso: Fico ormai è il leader dell'estrema sinistra

Dal look informale a Pozzallo ai gesti ideologici Così il grillino si smarca da Salvini e Di Maio

Una maglietta che viene da lontano. Dagli anni Settanta, dalla cultura antagonista dei movimenti a sinistra del Pci, dalla rottura del protocollo, strappato dai leader di quei movimenti.







Il presidente della Camera Roberto Fico in visita all'hotspot di Pozzallo ha esibito quel look ultrainformale, completato con un inelegante gilet da simil-pescatore, e cosi, forse senza nemmeno volerlo, ha messo in chiaro il proprio albero genealogico. Quella maglietta è a modo suo un'icona, come lo è il pugno chiuso, in occasione della parata del 2 giugno, e come lo sono le mani in tasca, mentre veniva intonato l'inno di Mameli, sottile momento di disagio se non di contestazione di un'idea patriottica di Paese che non gli appartiene.
Sì, si può dire che Fico sia figlio di quella linea minoritaria ma mai debole che ha sempre riempito le piazze e fatto flop nelle urne: quella dell'ultrasinistra o sinistra radicale che dir si voglia. Naturalmente aggiornata ai tempi di oggi: la sua barba ricorda quelle guerrigliere e operaie di tanti protagonisti della nostra storia recente, dall'immancabile Che a Lula, e la sua formazione ha rimandi semantici sorprendenti a una gauche ora vintage ma cui fino a ieri eravamo abituati. Ecco che la sua tesi di laurea ha un titolo che sembra una scheggia di quel mondo pensoso e strutturato che si è sfaldato da ultimo insieme al suo popolo: «Identità sociale e linguistica della musica neomelodica napoletana». E già ti pare di leggere uno di quei saggi con mal di testa incorporato che tenevano insieme le categorie economiche e gli ideali della solidarietà. Ma Fico, classe 1974, è troppo giovane per essere letto con i sacri crismi di quella stagione. E la sua biografia è un'immersione nella società liquida, frammentata e spezzettata di oggi che ha perso per strada gli operai, le sezioni del Pci e pure le pulsioni di quell'area un tempo scoppiettante e oggi sbiadita nelle facce anonime di Pietro Grasso e dintorni. Dunque, Fico ha recitato più parti in commedia: impiegato in un call center, manager in un hotel, importatore di tessuti dal Marocco, con in più la versatilità e l'inquietudine che sono nel suo Dna napoletano.