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lunedì 29 dicembre 2014

La catastrofe e' vicina?

L'attuale crisi risale al 2008, sono dunque già passati sei anni. I principali governi della zona euro sembrano in una posizione d'attesa, come se la crisi dovesse risolversi da sé. Nel 1950 la “Borsalino” fabbricava ottimi cappelli. Dal momento che tutti gli uomini avevano una testa e portavano un cappello, nessuna crisi era prevedibile. E tuttavia l'inverosimile accadde: la moda cambiò radicalmente e si passò da "tutti gli uomini col cappello" a "tutti senza cappello". Nei cinquant'anni seguiti alla Seconda Guerra Mondiale, il mondo economico europeo ha creduto a un’eterna stabilità. Forti erano le convinzioni. La prima è stata quella di un’inarrestabile crescita: la ricchezza non può che aumentare, compensando, con l'incremento del gettito fiscale, le spese statali azzardate, il debito pubblico accumulato e gli errori di gestione. La realtà ha dimostrato che non è così, ma la convinzione è tanto forte che, mentre abbiamo sotto gli occhi un periodo in cui non si cresce e l'Italia va addirittura indietro, si parla di "crescita zero".  Sino a pochi anni fa si aveva la convinzione che vivessimo in un mondo eternamente stabile e che l'Europa del 1995, ad esempio, fosse la stessa di mezzo secolo prima. Invece in tutto questo tempo il mondo è talmente cambiato che il modello produttivo europeo non è più adeguato. Prima il predominio tecnologico europeo e nordamericano è stato indubbio e incontestabile, poi la concorrenza degli stati asiatici è stata tale da metterci in crisi. Prima la natalità europea era notevole, e c'erano più bambini che pensionati, poi il peso dei vecchi (per le pensioni e per l'assistenza medica) è divenuto schiacciante. Prima lo Stato ha largheggiato, in tutte le direzioni, pensando che il futuro avrebbe pagato i debiti del passato, ora siamo al momento in cui quel futuro è arrivato e ci si accorge di non avere di che pagare. Certo, il cambiamento non è né chiaro né facile. Come risolvere il problema dell'enorme debito pubblico, che potrebbe risolversi in una pioggia di fuoco? Come convincere tanti milioni di cittadini che, per sopravvivere nel mondo com'è, devono rassegnarsi a un tenore di vita modesto? Come spiegare a chi fa parte delle varie “caste” che non è scritto da nessuna parte che debbano lavorare meno degli altri e avere più vantaggi degli altri? Ecco perché questa crisi non è congiunturale: è il metodo e il sistema che è totalmente cambiato. Mentre noi fabbricavamo cappelli, il mondo cominciava ad andare a capo scoperto. Il mondo è cambiato del tutto, ma noi continuiamo a sperare che tutto si aggiusti e si rimetta l'orologio indietro. Così non si evita la catastrofe.

domenica 2 novembre 2014

Elezioni dei COMITEs: costo nove milioni di Euro!!!!

 


Lo Stato italiano si sta apprestando a “sprecare” 9milioni di euro per eleggere i nuovi COMITES che saranno votati da una percentuale veramente “esigua” degli italiani all’estero che avranno diritto ala voto. Se nei 20 anni precedenti della loro esistenza i COMITES non sono serviti a nulla, di sicuro non lo saranno anche ora. Non era meglio che il governo italiano avesse destinato questi “nove milioni di euro” per sopperire ad altre esigenze degli italiani all’estero? Nelle case di riposo (in Australia, ma immagino anche in altri paesi dove gli  italiani sono emigrati) ci sono migliaia di italiani che debbono essere urgentemente aiutati. Nessuno dei cosiddetti “organi rappresentativi degli italiani all’estero”, ossia COMITES, CGIE, Patronati, FILEF, Deputati eletti all’estero e altri mai si sono interessati di loro. Non sarebbe ora di essere riconoscenti con coloro che sono stati i veri artefici dello sviluppo economico mondiale?

Sciopero economico, sciopero politico

  

Lo sciopero è una forma di pressione con la quale i lavoratori si astengono dalle loro prestazioni impedendo all'impresa di fare profitti mentre le spese fisse continuano a correre. L'intento è quello di forzare il datore di lavoro a concedere almeno una parte di ciò che è richiesto. Lo sciopero, dunque, ha un senso se la richiesta dei lavoratori ha la possibilità di essere accolta. Se per esempio il salario è scarso e i profitti dell'impresa sono alti, lo sciopero avra’ buone possibilità di successo. Lo sciopero invece non ha senso se l'impresa è in gravi difficoltà economiche perché accelererebbe il fallimento, con conseguente perdita di tutti i posti di lavoro. Talvolta, quando si tratta di grandi imprese, l'economia si intreccia con la politica. Se un macellaio chiude e licenzia i suoi due addetti, la cosa non commuove nessuno. Anche se le famiglie dei due addetti affronteranno poi la stessa tragedia che affronterebbero centinaia di altri operai dipendenti di una media/grande impresa. La cosa fa la differenza, dal punto di vista dell'opinione pubblica. Quando i lavoratori di una grande impresa sono migliaia, e sono sostenuti da quegli stessi sindacati che non si sono “mai interessati” per gli operai del macellaio, sono in grado di occupare la fabbrica, di fare manifestazioni di piazza, di avere protettori in Parlamento, di creare problemi d'ordine pubblico e d'immagine per il governo: lo sciopero e’ esclusivamente politico. Economicamente, se un'impresa intende chiudere, è perche’ non ha più convenienza a tenere aperta la fabbrica. Lo sciopero “politico” non cerca dunque d'indurre il datore di lavoro a fare qualcosa, perché non si può minacciare nulla a chi è pronto a chiudere l'impresa: esso chiede puramente e semplicemente l'intervento dello Stato. Questo può agire “sovvenzionando” l'impresa in crisi (a spese dei contribuenti); può nazionalizzarla (sempre a spese dei contribuenti); può concedere sovvenzioni a fondo perduto (a spese dei contribuenti); può offrire lunghi e generosi sussidi con la cassa integrazione guadagni; può forzare, nella misura del possibile, l'impresa a non chiudere, magari offrendole sgravi fiscali o altri vantaggi economici (sempre a spese dei contribuenti). Certo non può cambiare la realtà economica. Questo genere di soluzioni ha condotto a costosi disastri imprenditoriali come l'Alitalia, la cui flotta aerea vola pur essendo tecnicamente fallita. Se un azienda e’ morta non si puo’ risuscitarla. Lo sciopero economico tende ad ottenere migliori condizioni di lavoro; lo sciopero politico è un'arma dei lavoratori contro lo Stato affinché, a spese dell'erario, faccia ottenere ad alcuni privilegiati dei vantaggi antieconomici. Privilegiati non perché lavorare sia un privilegio, ma perché lo Stato non interviene a favore di tutti. Nelle piccole imprese non solo i lavoratori non sono protetti dallo Stato, ma rischiano, se protestano, di essere licenziati. Nel caso della ThyssenKrupp di Terni bisogna stabilire se lo sciopero sia economico o politico. Nel primo caso ogni persona per bene dovrebbe sostenerlo; nel secondo caso, pur essendo disposti a piangere con i lavoratori licenziati, bisognerebbe ricordare che la loro tragedia è anche quella di migliaia di altri che nessuno soccorre. I disoccupati in Italia sono più di tre milioni. O lo Stato aiuta tutti oppure, secondo giustizia, e secondo l'art. 3 della Costituzione, dichiara che non può intervenire solo per alcuni. Sono ragioni di economia e di diritto. La politica non puo’ farci nulla.

martedì 21 ottobre 2014

Si dimette il Presidente che ha assolto Berlusconi

Tutti i giornali riferiscono che il dr.Enrico Tranfa, Presidente della Corte d'Appello di Milano che ha assolto Silvio Berlusconi nel processo per concussione e prostituzione minorile, si è dimesso dalla magistratura per protesta contro quella stessa sentenza. Dicono che il fatto sia senza precedenti nella storia giudiziaria italiana e già per questo merita commento.
Le dimissioni non sono state accompagnate né da dichiarazioni aspramente critiche nei confronti dei due colleghi di collegio, né da attacchi all'amministrazione della giustizia in generale. Dunque va dato atto al magistrato di avere rispettato fino all'ultimo la dignità dell'ordine cui ha appartenuto per trentanove anni. Spesso invece i politici, se cambiano casacca, sparano ad alzo zero contro la formazione di provenienza.
Altro suo titolo di merito è che le dimissioni non sono state accompagnate da interviste o gesti clamorosi. Il silenzio e l'assenza possono essere tanto una critica agli altri, quanto un'ammissione della propria incompatibilità.
Molta gente infine giudicherà positivamente la forte passione del dr.Tranfa per la giustizia. La sua esigenza di non firmare una sentenza che disapprovava è stata tanto impellente da spingerlo a un gesto clamoroso e di risonanza nazionale. Purtroppo, nella vicenda gli elementi positivi finiscono qui.
In primo luogo va detto che una "forte passione per la giustizia" è un difetto, in un magistrato. Secondo il nostro ordinamento il giudice deve applicare la legge, giusta o ingiusta non importa. Quando la legge desidera che il giudice si regoli sulla base del suo sentimento stabilisce expressis verbis che decida "secondo equità". Nei rimanenti casi il principio è l'applicazione pedissequa della norma. La giustizia insomma è un ideale privato, estraneo all'amministrazione della giustizia, così chiamata con una certa esagerazione.
Naturalmente, quando si tratta di stabilire quale sia la legge da applicare, quale la misura della pena fra il minimo ed il massimo, o se lasciar prevalere le attenuanti o le aggravanti, la discrezionalità del giudice rimane grande, Ma essa non si estende al giudizio di colpevolezza o d'innocenza. Il giudice deve condannare l'imputato che le prove indicano come colpevole, anche se personalmente avrebbe preferito assolverlo, ed assolverlo, anche se evidentemente colpevole, quando le prove non sono sufficienti. Se non esiste la prova concreta che Berlusconi conoscesse la vera età della giovane Karima al-Mahroug l'assoluzione diviene un obbligo imprescindibile.
In secondo luogo, la fiera protesta del dr.Tranfa dovrebbe indicare che, nella sua lunga carriera, egli non si è mai trovato a reputare ingiusta una decisione. E questo è inverosimile. Si può dissentire dalla norma (il giudice antiproibizionista condannerà lo stesso il piccolo spacciatore di droga), si può dissentire dal giudizio dei colleghi, in alcuni casi si può essere in disaccordo con l'intero sistema, e tuttavia si rimane in magistratura. Ecco dunque che fanno capolino scomodi sospetti.
In primo luogo, le dimissioni sono state presentate a quindici mesi dal normale pensionamento, dopo trentanove anni di servizio. Dunque il magistrato non ha rinunziato praticamente a nulla dal punto di vista finanziario. Il gesto non ha comportato speciali sacrifici. In secondo luogo, qualcuno può ipotizzare che la protesta, più che giudiziaria, sia stata politica: e questo non è bello, quando si parla di un magistrato. In terzo luogo, l'avere presentato le dimissioni per il motivo ipotizzato dai giornali viola imperdonabilmente il segreto della Camera di Consiglio. Essendo il collegio composto da tre magistrati, di parere diverso dal suo non erano altri anonimi giudici, ma evidentemente gli altri due membri, in questo modo indicati nominativamente: la dott.ssa Ketty Locurto e il dr.Alberto Puccinelli.
Il dr.Tranfa per giunta ha creato un sospetto, magari infondato, che si rivela reversibile: da un lato ha involontariamente fatto apparire i colleghi come berlusconiani disposti a commettere un'ingiustizia pur di favorire un leader a loro gradito, dall'altro ha permesso altrettanto bene di sospettare che lui stesso tenesse assolutamente a quella condanna perché odiava ed odia quel leader. Si sarebbe preferito non essere costretti a questo genere di dilemmi.
Nel complesso questa sgradevole vicenda si inscrive nel vasto dramma italiano dell'interferenza nell'amministrazione della giustizia delle passioni personali - e a volte politiche - di tanti magistrati. Sarebbe stato meglio che il dr.Tranfa inghiottisse amaro, come fanno quotidianamente tanti suoi colleghi e come lui stesso avrà sicuramente fatto in passato, lasciando che questo processo rientrasse nella normale routine di un'amministrazione della giustizia certamente "umana, troppo umana": ma alla quale non abbiamo alternative.

giovedì 18 settembre 2014

Rivalutare Berlusconi

Dello stesso autore

 3/11 
Più passa il tempo e più appare evidente che all’Italia fa male il ridotto peso politico di Silvio Berlusconi. L’uomo ha, come tutti sanno, grossi difetti, e su questi hanno insistito da tempo immemorabile gran parte dei mass media, la maggioranza della magistratura e avversari di ogni tipo. Si è tuttavia dimenticato – troppo spesso – che possiede anche grandi pregi.
Comincio col dire che il primo è indubbiamente il carisma, elemento indispensabile per ogni leader che aspiri a giocare un ruolo di primo piano nella scena politica. E non solo in quella italiana. Si veda per esempio il caso di Barack Obama. Pur essendo a capo della maggiore potenza mondiale, l’attuale Presidente americano è costantemente in affanno poiché non riesce ad aggregare consenso attorno alla sua figura. Il rispetto, peraltro assai scarso, che gli viene tributato dipende soltanto dal ruolo che ricopre e molti, sia in America sia altrove, contano con ansia i giorni mancanti alla scadenza del suo mandato (che restano, purtroppo, ancora troppi).
Il carisma di Berlusconi è stato sbertucciato in ogni modo. In fondo nessuno osa dire che non esista, ma lo si è da più parti ridotto all’abilità nella comunicazione mediatica lasciando intendere che, tolta quella, c’è il vuoto.
Penso che adesso parecchi detrattori si stiano ricredendo. Non parlo ovviamente di quelli che opportunamente sono stati definiti “antiberlusconiani teologici”. Con loro non c’è niente da fare perché adottano un punto di vista tipico dei fondamentalisti islamici e dei pasdaran iraniani. Essere contro di lui è un atto di fede che non ammette deroghe, troncando ab initio qualsiasi possibilità di discussione.
Il fatto è che l’uomo di Arcore trasuda carisma in tutto ciò che fa, e finora non s’intravede nel centro-destra alcuna figura in grado di prenderne il posto. Alcuni hanno tentato salvo poi scomparire o andare a sbattere contro risultati elettorali modestissimi. Se si pensa che Berlusconi ha rivoluzionato completamente il panorama politico italiano imponendo di fatto un bipolarismo prima inesistente, e che è riuscito a realizzare un progetto – lo sdoganamento dell’ex Msi – da quasi tutto ritenuto impossibile, asserire che il suo carisma è da operetta significa negare la realtà dei fatti.
Lo stesso discorso vale per la politica estera. L’opinione di gran parte dei commentatori (quelli che a sinistra vengono giudicati autorevoli) e dei suoi nemici era che si basasse sui rapporti personali di amicizia – e anche di stima – che il nostro era riuscito a intessere sia nelle vesti di capo del governo sia come leader dell’opposizione. Ed è così, in effetti. Quella di Berlusconi era una vera e propria ragnatela che gli consentiva di parlare in modo diretto con quasi tutti i leader mondiali (alcuni dei quali nel frattempo scomparsi), traendone spesso benefici per il Paese.
Il fatto è che è proprio questo il modo migliore di condurre la politica estera di una nazione. Alzare il telefono e parlare direttamente con l’interlocutore, oppure organizzare viaggi improvvisi per discutere faccia a faccia dei problemi sul tappeto, è mille volte più efficace delle visite ufficiali e dei canali diplomatici tradizionali. E la ragnatela di cui sopra, nonostante tutto, esiste ancora come si è visto in questo periodo drammatico con crisi assai pericolose che si susseguono l’un l’altra. Naturalmente, per poterlo fare, occorrono statura e notorietà globali, qualità che, ahinoi, mancano a chi gestisce ora le nostre relazioni internazionali.
E’ ormai assodato che Berlusconi fu costretto a dimettersi a causa di una sorta di complotto estero, e in questo caso a Obama va riconosciuto il merito di non aver voluto prendervi parte. Lo hanno narrato con dovizia di particolari Giulio Tremonti e altri in vari libri e articoli. Pur “disarcionato” in quel modo, tuttavia, il Cavaliere non ha smarrito il senso di responsabilità dando una mano agli avversari quando era il caso di farlo per il bene del Paese (mentre gli altri, con lui, si erano comportati nel modo esattamente opposto).
Ho detto in precedenza che non si vedono figure che possano prenderne il posto alla guida dello schieramento moderato, ed è questo il vero guaio. Ha 78 anni, ma resta comunque più lucido tanto di coloro che lo circondano, quanto di quelli che se ne sono andati sperando di rimpiazzarlo dando vita a partiti e partitini diversi. Vista la situazione, non resta che augurargli di restare ancora a lungo sulla scena. L’alternativa non c’è.

sabato 26 luglio 2014

Politici in piazza. A casa mai?

Gli imprenditori che aspettano i rimborsi dallo Stato, le partite Iva perseguitate dal fisco, gli esodati, i pensionati: ecco chi avrebbe diritto ad avere udienze non richieste da Napolitano


Marciare da parlamentare sulle istituzioni, occupare per protesta i luoghi simbolo dello Stato, diventa improvvisamente lecito.








E dire che ancora adesso a Forza Italia si rinfaccia, come un attentato alla Costituzione, il sit in del marzo scorso davanti al Palazzo di giustizia di Milano per protestare contro l'accanimento dei pm nei confronti di Silvio Berlusconi. 
Senatori grillini, pezzi consistenti della sinistra e leghisti ieri hanno cambiato idea e in corteo hanno raggiunto il Quirinale occupandone il piazzale. Non ci stanno a varare la riforma del Senato, impantanata in aula in un drammatico braccio di ferro: da una parte il governo (sostenuto da Forza Italia) che vuole arrivare al voto per mettere fine alla sciagura del bicameralismo perfetto entro l'8 agosto usando tutti gli strumenti di cui dispone, dall'altra le opposizioni (e pezzi del Pd) che per impedirlo hanno presentato ottomila emendamenti alla legge.
Noi restiamo fermi al giudizio espresso all'epoca del sit in anti magistrati politicizzati: ognuno ha il diritto di protestare dove e come meglio crede. Ma oggi siamo anche convinti che chi ieri ha marciato sul Quirinale rappresenta solo la difesa di se stesso. Difende il suo prestigioso posto di lavoro e il relativo lauto compenso, non gli interessi degli italiani. I quali, se il Senato chiudesse domani mattina, non verserebbero una lacrima. Anzi, credo che un applauso si leverebbe dal più profondo del Paese.
Se qualcuno ha il diritto di occupare lo spiazzo del Quirinale non sono certo quei privilegiati dei senatori. Gli imprenditori che aspettano i rimborsi dallo Stato, le partite Iva perseguitate dal fisco, gli esodati, i pensionati: ecco chi avrebbe diritto ad avere udienze non richieste da Napolitano. 
Il futuro e gli stipendi sono temi che non ci appassionano. E il danno che provocano resistenze così violente a una legge di riforma tutto sommato «soft» dimostra una sola cosa: è gente fuori dal tempo. Il Senato è un'istituzione obsoleta, inutile e ora anche dannosa. Prima questa partita si chiude prima si affronteranno, finalmente, le questioni vitali. 
Se poi Grillo o la sinistra vorranno fare precipitare la situazione, si accomodino. Voglio vederli andare a elezioni anticipate al motto di: «Più Senato per tutti»