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martedì 11 luglio 2017

Chioggia, nella spiaggia "fascista" dove vige ancora il Regime

La spiaggia Punta Canna è completamente "fascistizzata", tra immagini del Duce e inni del Ventennio

Basta arrivare nei pressi dello stabilimento Punta Canna di Chioggia per capire l'aria che tira: "Zona antidemocratica e a regime.
Non rompete i c...". Più avanti, i cartelli, come riporta Repubblica, sono ancora più eloquenti: "Regole: ordine, pulizia, disciplina, severità. Difendere la proprietà sparando a vista ad altezza d'uomo, se non ti piace me ne frego!". Servizio solo per i clienti... altrimenti manganello sui denti". Poi frasi di Ezra Pound, braccia al cielo e inni fascisti.
Il proprietario, secondo quanto riporta Repubblica, si chiama Gianni Scarpa, ha 64 anni ed è di Mirano: "Qui valgono le mie regole". In passato, le regole prevedevano il divieto di ingresso ai "bambini e ai buzzurri", ma piano piano Scarpa ha deciso di aprire il lido ai bimbi.
Tutta la spiaggia è costellata da scritte e immagini del Ventennio, compresa la foto di un bambino che dice: "Nonno Benito, per un'Italia onesta e pulita torna in vita". Ogni mezz'ora, secondo quanto fa sapere Repubblica, Scarpa intrattiene i bagnanti con discorsi in cui inneggia al Duce, prende a male parole la democrazia e dice: "Voi sapete che io sono per lo sterminio totale dei tossici (alcuni bagnanti sorridono). Di conseguenza penso che è meglio che girino molto al largo da qui. Chi viene qui sa come la penso io... se vuole viene se vuole non viene e io me ne frego... Perché qui dentro voglio gente educata".


Il fascismo in 20 anni ha modernizzato l'Italia e fatto molte piu' opere pubbliche che questi COGLIONI di democratici non hanno fatto in 70 anni.

domenica 11 giugno 2017

L'autogol dei "Grillini"

L'autogol dei falsi trasparenti

È la nemesi grillina. Gli alfieri del voto palese, grazie a un imprevisto voto palese, si sono palesati per quello che sono realmente: dei parolai. Dopo avere ossessionato per anni il dibattito politico con il vaccino della trasparenza (unico vaccino che loro, antiscientisti di professione, vorrebbero somministrare) finiscono sputtanati da loro stessi. E si è capito che per loro la trasparenza è (...)
(...) una cosa spontanea come un selfie di Chiara Ferragni: studiano per ore la posa che li renda il più naturali possibile. Ma appena qualcosa va storto e li prendi alla sprovvista, cambia tutto. E così è stato ieri alla Camera, quando un errore di Laura Boldrini, ha messo alla berlina i deputati pentastellati (e non solo). Caduto il sipario del voto segreto, sul tabellone che troneggia nell'emiciclo, è andata in scena la solita farsa. Protetti dall'anonimato i parlamentari grillini fanno quello che gli pare, anche il contrario di quello che dicono. Cioè votare l'opposto di quello che si era assicurato in Commissione. Non appena le pareti della «casa di vetro» del Movimento si appannano si comportano come tutti gli altri. Pure peggio. Perché, farsa nella farsa, erano stati ampiamente istruiti via whatsapp su come comportarsi per apparire integerrimi. Roba da attori consumati: riprendersi con il telefonino durante l'operazione e non lasciare dubbi su eventuali trucchetti da prestigiatore della prima Repubblica votando con un solo dito. Probabilmente il dito era il medio...
Ma quello che sembra un banale scivolone parlamentare su un emendamento marginale, è in realtà una crepa che permette di sbirciare oltre l'artefatta maschera pentastellata. E c'è una galassia di contraddizioni. L'ipocrisia di chi nel nome di un'iper-legalità compie un atto illegale: filmare le operazioni di voto è vietato dai regolamenti parlamentari. Filmarle non per testimoniare i fatti, ma per contraffarli, non è ancora vietato. Ma è da impostori.
E poi l'opacità delle manovre politiche, dei voti on line su Rousseau. E ancora: l'inaffidabilità di una parola data in pubblico e poi smentita nel segreto dell'urna. Perché mezzo partito non risponde più a Grillo e i papaveri del Movimento vogliono tenere le terga attaccate alla poltrona e non finire nella sciocca tagliola che, ancora una volta, si sono autoimposti: quel limite dei due mandati che lascerebbe molti di loro, sulla soglia dei quarant'anni, con un luminoso passato in politica. Ma questa volta è andato tutto storto: i «franchi tiratori» grillini si sono sparati in un piede, per tenere l'altro in Parlamento.
Ps: Una piccola nota a margine sulla coerenza delle vergini a 5 stelle: il 13 settembre del 2013, al fine di debellare la piaga dei franchi tiratori, di chi dice una cosa e poi ne fa un'altra, depositarono un'iniziativa a Palazzo Madama «per abolire il voto segreto e prevedere la votazione nominale e palese per ogni tipo di votazione». Altri tempi. Ma soprattutto altre motivazioni: in quel caso il voto riguardava la decadenza di Silvio Berlusconi...
Francesco Maria Del Vigo

mercoledì 31 maggio 2017

Eletti all'estero: Nessuno se li filano

NESSUNO SE LI FILA

Aboliamo il voto degli italiani all'estero: chi sono e quanto ci costano i senatori e i deputati

E dire che di materiale, negli ultimi tempi, ce n'è a sufficienza. Dall'offensiva jihadista in Europa, con l'attentato alla Manchester Arena, all'attivismo di Donald Trump in Medio Oriente (prima l'attacco alla Siria, poi la missione in Arabia Saudita), passando per le tensioni nel Mediterraneo alle prese con la stabilizzazione della Libia e i venti di guerra in Corea del Nord.

Eppure a nessuno, a Palazzo Chigi, in Parlamento, tra gli addetti ai lavori, è passato per la testa di chiedere lumi, ad esempio, al senatore Francesco Giacobbe, eletto con 6.978 preferenze nella ripartizione Africa-Asia-Oceania-Antartide, oppure alla deputata Francesca La Marca, sbarcata nell'Aula di Montecitorio dopo aver incassato 8.472 voti nella circoscrizione America settentrionale e centrale. Così come, mentre l'agenda di politica estera irrompeva nel dibattito politico italiano, non si è alzata la voce di Renato Turano, senatore del Pd emigrato negli Stati Uniti con la famiglia dal 1950, e neppure quella di Marco Fedi, il programmatore elettronico marchigiano giunto ormai alla terza legislatura proveniente dall'Australia.

La prospettiva svizzera sulle Obbligazioni.

Obbligazione Tasso Fisso in Pesos Messicani. Disponibile su Borsa Italiana 

Come sono lontani i tempi di Luigi Pallaro, el senador argentino che dal 2006 al 2008 tenne in scacco la fragile maggioranza del centrosinistra di Romano Prodi con il suo voto. Dall'inizio della legislatura i parlamentari eletti nelle varie circoscrizioni estere - sei senatori; dodici deputati - al netto delle presenze in Aula sono finiti nel dimenticatoio. Eppure costano alle casse pubbliche, tra stipendi e indennità, oltre quattro milioni di euro all'anno. Uscite alle quali vanno aggiunte le spese per i trasporti aerei per i parlamentari eletti nella circoscrizione estero: 660mila euro, solo nel 2016, per i deputati. Quanto ai senatori, è disponibile solo il dato generale: 7,6 milioni di euro per i «Servizi di mobilità, trasporto e spedizione» di tutti i 319 inquilini di Palazzo Madama.
Il deputato eletto all'estero più presente in Aula - i dati si riferiscono al mese di aprile - è la democratica Laura Garavini: a Montecitorio, certifica l'associazione Openpolis, ha partecipato ad oltre l'87% delle votazioni elettroniche. Residente in Germania da 25 anni, Garavini ha in tasca la doppia tessera: a quella del Pd unisce quella della Spd tedesca, il partito socialdemocratico per il quale, nel 2013, è stata componente del "governo ombra" in occasione delle elezioni regionali in Assia.
Quello con il più alto tasso di assenze, invece, è Ricardo Merlo, l'argentino arrivato al terzo mandato: sempre Openpolis rivela che alla Camera si è visto solo l'11% delle volte in cui l'Aula ha votato. Il resto del tempo, oltre l'80%, lo ha passato in missione. Nessuno ha viaggiato quanto lui a Montecitorio: basti pensare che il valore medio delle missioni dei deputati si attesta al 12%.
Merlo nel 2017 ha fondato il Movimento associativo italiani all'estero (Maie), dopo aver promosso una scissione dalle Associazioni italiane in Sudamerica, nate nel 2006. Sigle che hanno sempre appoggiato la coalizione uscita vincitrice dalle urne. Tranne in un caso: quando a vincere fu Silvio Berlusconi. Il curriculum legislativo di Merlo non è da buttar via: come primo firmatario, ha presentato 17 proposte di legge. Ma 16 non hanno ancora iniziato l'esame. Tra queste, le «Disposizioni per il controllo della genuinità delle acque minerali» e l'istituzione di «un assegno di solidarietà in favore di cittadini italiani residenti all'estero in condizioni socio-economiche disagiate». Una sorta di reddito di cittadinanza per gli italiani oltre confine.
Quanto a proposte di legge presentate, il più attivo è Mario Borghese, il deputato classe 1981 eletto per la prima volta nella ripartizione America meridionale con 14.300 preferenze: sono 21 gli articolati depositati alla Camera come primo firmatario. Viceversa quello che ne ha presentati di meno, appena tre, è Guglielmo Picchi, eletto per la terza volta - con l'allora PdL, adesso siede tra i banchi della Lega - con oltre 20mila preferenze. Dall'inizio della legislatura, Picchi ha partorito un disegno di legge per abolire l'Ordine dei giornalisti; uno per la «promozione, il sostegno e la valorizzazione delle associazioni e delle manifestazioni di rievocazione storica»; il terzo per la modifica al Codice della proprietà industriale. Appena meglio di Picchi ha fatto Francesca La Marca: quattro proposte di legge portano in calce la sua firma. Due testi si occupano dello stesso argomento, il «riacquisto della cittadinanza da parte delle donne che l'hanno perduta a seguito del matrimonio con uno straniero» (poi approvato in testo unificato nel 2015); gli altri chiedono l'istituzione della «Giornata nazionale degli italiani nel mondo» e «la gratuità delle prestazioni ospedaliere urgenti in favore dei cittadini residenti all'estero, temporaneamente presenti in Italia».
Tra i sei senatori eletti nelle varie circoscrizioni estere, quattro di certo non hanno lasciato, almeno per adesso, ricordi indelebili tra i colleghi. Francesco Giacobbe, per esempio, in oltre quattro anni di legislatura ha presentato, come primo firmatario, appena un disegno di legge. Per modificare le «norme sulla cittadinanza», riconoscendola «ai figli di stranieri regolarmente soggiornanti nati in Italia». Lo stesso ha fatto il suo collega, pure lui del Pd, Renato Guerino Turano. L'imprenditore residente a Chicago si è fatto notare, in questa legislatura, per una proposta che «disciplina per l'elezione del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati». Obiettivo: il superamento delle «liste bloccate», l'introduzione del voto di preferenza e il divieto di candidature plurime. Banale: la legge elettorale non è forse la specialità degli azzeccagarbugli nostrani?
Appena migliore il bilancio di Claudio Zin e Claudio Micheloni. Dal 2013 ad oggi il primo, medico nato a Bolzano, ma residente a Buenos Aires, ha depositato due disegni di legge. Entrambi dedicati al tema della cittadinanza. Quanto a Micheloni, tecnico edile residente in Svizzera, i provvedimenti sono quattro, tra cui spicca quello per modificare l'articolo 38 della Costituzione «in materia di pensioni di vecchiaia». Sette righe per stabilire che «ogni cittadino, raggiunti i limiti anagrafici minimi per il trattamento pensionistico, e sprovvisto dei mezzi necessari alle esigenze di vita, ha diritto ad un trattamento pensionistico». Fa decisamente gara a sé Aldo Di Biagio, forte dei 29 testi presentati che ne fanno uno dei senatori più produttivi. Ma il romano Di Biagio, residente a Zagabria ed eletto a Palazzo Madama con Scelta civica, è alla sua seconda legislatura: in quella precedente è stato deputato, sempre in quota estero, per Futuro e Libertà, il partito di Gianfranco Fini. E nel suo curriculum, dal 2001 al 2005, c'è anche l'incarico di Capo ufficio relazioni internazionali dell' allora ministro delle Politiche agricole, Gianni Alemanno. Insomma, Di Biagio mastica pane e politica, romana, da oltre 15 anni.

di Tommaso Montesano

giovedì 25 maggio 2017

LA RESISTENZA PARTIGIANA SOTTO ACCUSA DALL’AIA PER GENOCIDIO, Francesco Accardi: “FINALMENTE LA STORIA DEI VINTI VERRA’ NARRATA E NON COME LA NARRARONO I VINCITORI !”

La Corte internazionale dell’Aia accoglie il ricorso del figlio di un milite della Repubblica sociale assassinato senza processo dai partigiani comunisti. Chiede giustizia per altri 400 caduti

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La malinconica profezia espressa da Piero Buscaroli nel suo bel libro, Dalla parte dei vinti (Mondadori) secondo la quale la memoria degli sconfitti del 1945 sarebbe stata per sempre condannata all’oblio non si avvererà.
Luis Moreno Ocampo, procuratore capo della Corte penale internazionale dell’Aia ha accolto la domanda che chiede l’apertura di un’inchiesta per la morte di Lodovico Tiramani (milite scelto della Guardia nazionale repubblicana) e di altri quattrocento appartenenti alla Repubblica sociale, trucidati dalle bande partigiane. L’ipotesi di reato è genocidio. Il Tribunale dell’Aia ha risposto così al figlio di Tiramani, Giuseppe, che, attraverso la consulenza del suo legale Michele Morenghi, ha chiesto l’apertura del procedimento tramite una memoria dove si sostiene che: «Mio padre fu prelevato nei pressi di casa sua a Rustigazzo nel piacentino nel luglio del ’44 da un gruppo partigiano della brigata Stella Rossa, fu processato e condannato a morte senza un giudice, senza un comandante partigiano e senza una sentenza a verbale. Fu fucilato poche ore dopo nei pressi del Monte Moria. Mia madre lo trovò crivellato di colpi. Io non voglio vendette, ho già perdonato tutti coloro che uccisero mio padre, abitavano nel mio paese e li ho conosciuti personalmente dopo la guerra. Chiedo sia fatta giustizia per il suo caso e per tutti gli altri combattenti della Repubblica sociale uccisi in quegli anni nel piacentino».
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In questo modo, l’International Criminal Court, la cui competenza si estende a tutti crimini più gravi che riguardano la comunità internazionale, come il genocidio appunto, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra, potrebbe intervenire su una vicenda italiana che per tanti decenni è rimasta volutamente occultata dalla storiografia ufficiale ed è sopravvissuta solo grazie alla memoria dei sopravvissuti. Fino alla comparsa dei libri di Giampaolo Pansa (un grande giornalista che sa bene di storia), quanti italiani conoscevano le tristi vicende della caccia al repubblichino, che si aprì dopo il 25 aprile 1945 per protrarsi fino al 1946 e al 1947? Pochi, pochissini. Soltanto i parenti delle vittime o quanti di noi avevano un amico, un conoscente che visse personalmente quella tragedia. A me capitò di avere questa triste «fortuna» e di apprendere dell’uccisione di un proprietario agricolo dell’Emilia, fucilato insieme al nipote dodicenne, con l’accusa di vaghe simpatie fasciste; della morte di un contadino del bellunese fatto fuori dopo aver rifiutato di vettovagliare una banda partigiana; e del linciaggio di alcuni giovanissimi «ragazzi di Salò» che ora giacciono interrati nel Campo X al cimitero di Musocco a Milano. Ma di tutto questo fino a pochissimo tempo fa neanche un rigo sui libri di storia e ancora oggi nessun accenno nei manuali di scuola che vanno in mano ai nostri giovani.
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Eppure autorevoli testimoni di quella guerra fratricida, che si trasformò in tiro al piccione, sapevano. Sapevano e tacquero. Benedetto Croce, ad esempio. Dalla lettura dei Taccuini di guerra del vecchio filosofo, editi solo nel 2004, emerge con forza il timore che la guerra partigiana possa trasformarsi in una rivoluzione «comunistico-socialista», che, in breve, avrebbe consegnato l’Italia a un altro totalitarismo, forse più spietato, come andava dimostrando con abbacinante chiarezza la «liberazione» di Polonia, Ungheria e degli altri paesi danubiani e balcanici, operata dalle truppe sovietiche, coadiuvate dalle formazioni partigiane comuniste. La rivelazione della strage di Katyn, avvenuta da parte dell’Armata Rossa, tra marzo e maggio del 1940, confermava in Croce questo timore, quando anche in Italia si era appreso dell’«eccidio fatto dai russi di migliaia di ufficiali polacchi, che erano loro prigionieri». La minaccia di una sovietizzazione imposta con la violenza, scriveva il filosofo, si avvicinava anche al nostro paese. Era già attiva nelle regioni orientali esposte alle violenze delle «bande di Tito». La si scorgeva serpeggiare nella gestione dell’epurazione antifascista delle strutture statali «maneggiata dai commissari comunisti» che tentavano di attuare «un’infiltrazione del comunismo», perpetrata «contro le garanzie statutarie, conto le disposizioni del codice, per modo che nessuno è più sicuro di non essere a capriccio fermato dalla polizia, messo in carcere, perquisito».
Tutto questo avveniva, in ossequio alla «rivoluzione vagheggiata e sperata». E sempre in ossequio a quel progetto eversivo, le regioni settentrionali dell’Italia, controllate dagli elementi estremisti del Cnl, divenivano il teatro di stragi di massa contro fascisti, ma più spesso contro vittime del tutto innocenti. L’8 agosto 1945 la famiglia Croce riceveva la visita di un conoscente «che ci ha commossi col racconto del fratello incolpevole, non compromesso col fascismo, ucciso con molti altri a furia di popolo a Bologna». Nella stessa pagina del diario, si annotava: «In quella città gli uccisi sono stati due migliaia e mezzo, tra questi trecentocinquanta non identificati».
Tra il vero antifascismo e resistenza si scavava, con questa testimonianza, un abisso profondo. Si alzava uno steccato, che soltanto la costruzione di una memoria contraffatta di quegli anni terribili ha potuto per molto tempo celare.