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venerdì 25 ottobre 2013

I professori forse insegnano ma raramente imparano

 


 
 
Lorenzo Matteoli
Martedì, 22 Ottobre 2013

Come molti in Italia nel Novembre del 2011 avevo riposto speranze nel professore bocconiano che avrebbe dovuto salvare l’Italia e per qualche settimana avevo seguito la sua esperienza di governo con atteggiamento positivo. Mi sembrava che quello che era ovvio anche al frequentatore del Bar Sport per un professore della Bocconi avrebbe dovuto essere chiarissimo: c’era urgente bisogno di una radicale operazione di taglio degli sprechi di razionalizzazione della architettura della spesa pubblica e forse si sarebbe dovuta impostare la vendita dell’argenteria per abbattere almeno in parte il debito pubblico.
Mario Monti, grazie alla campagna mediatica non solo Italiana, godeva di un credito aureo sulla piazza della grande finanza internazionale e tutti aspettavamo con speranza viva. La mia attesa positiva cominciava ad incrinarsi fin dal 28 dicembre 2011 a un mese circa dalla nomina di Monti quando con un commento su Legno Storto (Saltare a piedi giunti nel piatto) esprimevo qualche dubbio sulla relativa immobilità del suo governo di tecnici. Nessuna strategia chiara, nessuna posizione ferma, galleggiamento, equidistanza, parole… linguaggio forbito, molte locuzioni in financenglish. Ma fatti pochi. La stampa soidisant e mainstream era ancora graniticamente con lui al limite del trionfalismo tanto che esprimere dubbi era azione di lesa maestà bocconiana.
Osservando i suoi comportamenti, gestualità, linguaggio, ironia si aveva l’impressione che la parte di Primo-Ministro-Salvatore-della-Patria-Tecnico-Super-Partes gli piacesse molto. A me sembrava che gli piacesse troppo e con il passare delle settimane e dei mesi le speranze iniziali si trasformavano in delusione e quindi in irritata delusione. I miei commenti su LS erano sempre più negativi (Scusi Professore, Habla con Hellos, Il coro muto segue sgomento). Ancora nella primavera del 2012 la stampa di servizio tesseva lodi estatiche del “professore” e della sua internazionale credibilità, ma chi capiva di cose aveva ben altro atteggiamento. Poi il crollo di credibilità è diventato rapido e catastrofico: solo la decente buona educazione e un ingiustificato rispetto per la categoria dei “professori” impedisce che si scateni il sarcasmo avvelenato.
Molta protezione viene garantita a Mario Monti dalla mutualità della “sinistra” accademica e giornalistica, la stessa che è sempre mancata al Kaimano (Berlusconi)  per motivi che richiederebbero articolata analisi socio-psicologica. Una certa Italia è ancora culturalmente classista. Solo oggi, senza rischiare troppo, si può affermare che il governo Monti è stato un disastro sotto tutti i punti di vista, politico, economico, culturale. Che lui e i suoi ministri tecnici hanno “toppato” alla grande per arroganza, presunzione e incompetenza, che si sono persi 12 preziosi mesi e che si è incredibilmente sprecata una maggioranza “bulgara” per approvare misure pasticciate, controverse, deboli e inefficaci. Il Grande Professore era vuoto di competenza politica e la sua visione strategica dell’economia e della macro-economia era scadente e poco aggiornata. Gli slogan e l’ironia una sottile garza sul vuoto sostanziale. I maligni scoprirono che era andato in cattedra con solo tredici pubblicazioni molte delle quali sulla rivista della Bocconi. Il resto l’aveva costruito una ingenua compiacenza di ben gestite pubbliche relazioni. La lacuna più grave: assoluta mancanza di coraggio politico.
Queste constatazioni sono oggi ovvie ed è banale persino elencarle, e sarebbe una maramalderia indugiare oltre. Ma l’intervista di ieri con Lucia Annunziata, elegantemente, perfidamente e femminilmente crudele nel condurre l’ingenuo professore nel pantano della sua convinta presunzione, ci fa capire che Mario Monti non ha ancora capito. Cosa non ha capito? Non ha capito che se anche tutte le cose che la dolce Lucia gli ha fatto dire fossero state verissime, e magari lo erano, lui era il meno qualificato per dirle e che dicendole ha piantato gli ultimi chiodi sul coperchio della sua bara politica. I professori forse insegnano, ma raramente imparano.

martedì 22 ottobre 2013

I Fessi e i Furbi

 
canguri
 
Casualmente ho rintracciato un mio articolo pubblicato il 5 febbraio 2008 che avevo scritto dopo essere stato “espulso” dagli “Azzurri nel Mondo” da Barbara Contini e Marco Zacchera per averli tacciati da “spocchiosi”. La democrazia in Italia proibisce di dire la verita’ in faccia a certe persone. Dopo cinque anni il contenuto dell’articolo e’ ancora attualissimo. La ragione per cui non scrivo piu’ e’ che mi e’ apparso chiarissimo che scrivere di politica, economia e societa’ e’ sempre stato inutile ed ora piu’ che mai. Voglio distogliermi dalla politica per tornare a dedicarmi interamente a cose piu’ “serie” e utili.
 
Giampiero Pallotta 
 
Martedì 05 Febbraio 2008 14:08
SIDNEY\ aise\ – Da qualche tempo sono convinto che la mattina molta gente si svegli credendo di essere più furba degli altri. Capita così che l’essere leali e corretti venga scambiato per l’essere “fessi”. Ma possibile che uno per farsi ascoltare debba essere costretto ad alzare la voce e punzecchiare? Insomma, mi sto rendendo conto che comportarsi correttamente e con lealtà non paga. Certo non cambierò atteggiamento, ma se magari qualche “furbetto del quartierino” sta leggendo questo mio articolo capirà che non è più intelligente di me soltanto perchè mi comporto in maniera “educata”. Il sentirsi dieci metri al di sopra degli altri sono le pecche dei “bocconiani” vedi Barbara Contini (responsabile degli Azzurri nel mondo) e Marco Zacchera (responsabile circoli esteri di Alleanza Nazionale). L’esperienza mi ha insegnato che essere brave persone alla lunga paga. Mentre i “furbetti del quartierino” sono destinati ad essere individuati e disprezzati da tutti. Potranno ottenere effimeri successi temporanei, ma non saranno mai stimati ed apprezzati da nessuno. Nei rapporti umani credo che la cosa più giusta sia, prima di tutto, il rispetto delle persone, la sincerità, la lealtà, il dare il loro nome alle cose, nel non ingannare gli altri. Invece no: c’è gente che preferisce l’ipocrisia, l’arroganza ed il raggiro convinti che gli garantisce il “prestigio”. In questi giorni ne stanno succedendo un pò di tutti i colori. Per certi versi niente di grave: soltanto miserie umane. La vita va avanti. Ma veramente a volte mi chiedo perché continuare a credere in certe cose. Credo nel buon senso e nell’onestà intellettuale. Da sempre m’interrogo: sono un “illuso” oppure proprio un “fesso”? Sono andato via dall’Italia nel 1982 perché stufo dei comportamenti poco civili delle persone e dei politici, del fatto che i “furbetti del quartierino” ottengono tutto e chi invece lavora come un mulo per mantenere la famiglia e paga le tasse è “fesso”. Mi ero stufato di una classe politica incompetente e lazzarona che non faceva niente (nulla è cambiato) e litigava continuamente (e continuano), come fossero bambini di dieci anni, ma scemi. Poi c’erano le Brigate Rosse e quelle Nere. Ammazzavano il presidente del consiglio. Mettevano le bombe. Non vedevo un futuro per i miei cinque figli. Mi ero stufato di veder la mia libertà trattata come merce di scambio. In Italia le persone sono aperte immediatamente, ma non sono cordiali dal profondo del cuore. Qui in Australia le persone “sembrano” più fredde inizialmente, ma se entri nel loro cuore sono caldissime. Qui sorridono…e ti chiamano “Mate”! Gli impiegati statali ed i parlamentari australiani sono “orgogliosi” di essere chiamati “pubblic servants”. Avete mai provato a dirlo agli impiegati ed ai parlamentari italiani? Una volta lo feci: un “onorevole” voleva denunciarmi per “calunnia”
Sentiamo sempre la frase che in Italia c’è voglia di cambiare. Se ci fosse voglia di cambiare le cose non sarebbero già cambiate da anni? In Italia e sempre stato così: non meravigliamoci di Mastella. Se non hai spinte o raccomandazioni non arrivi da nessuna parte. Nel 1982 ho lasciato l’Italia perchè sapevo che la mia vita sarebbe stata un costante rammarico: non amo accettare continuamente compromessi anche se, per il benessere della famiglia, qualche volta ero costretto a farlo. Ho pensato che quello non era il Paese dove volevo far crescere i miei cinque figli. Sono orgoglioso di essere italiano e mi è dispiaciuto andare via, ma ero “stufo” nel sentire ripetere sempre le stesse cose e mi ero convinto che nessuno sarebbe stato capace di cambiare l’Italia.
Il mio pensiero ora va sempre a quei milioni d’italiani in Italia che lottano tutti i giorni contro quel sistema delle “caste” che li “stritolano”. Oggettivamente non posso credere che tutti siano corrotti, meschini, furbi, per il semplice fatto che io non lo sono e suppongo che di altri “fessi” come me ce ne siano ancora molti in giro, per questo mi rimane un “lumicino” di speranza. “Essere fessi è un bene, un dono superiore a tutti gli altri, ma non solo: è una realtà superiore a tutte le altre. Essere fessi, qualche volta, è essere poeti”. Condivido questa frase di Aldo Fabrizi. Dal “Codice della vita italiana” di Giuseppe Prezzolini ho appreso che: I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi. È fesso uno che paga il biglietto intero in ferrovia, non entra gratis a teatro, non ha nessuno che lo raccomanda, dichiara per intero il reddito, mantiene la parola data anche a costo di perderci. Non bisogna confondere il furbo con l’intelligente. L’intelligente è spesso un fesso anche lui. I fessi hanno dei principi: i furbi se ne fregano. Dovere: è quella parola che i furbi solennemente pronunciano quando vogliono che i fessi “sgobbino” per loro. L’Italia va avanti perché ci sono i fessi che lavorano, pagano e….vivono di stenti. Chi invece fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi, che non fanno nulla, spendono e se la spassano. Il fesso, in generale, è stupido altrimenti avrebbe cacciato via i furbi da parecchio tempo. Ci sono fessi coraggiosi, che vorrebbero mandar via i furbi. Ma non possono: perché gli altri fessi hanno paura e non collaborano con loro.
 
Per andare avanti ci sono due sistemi. Il primo è leccare i furbi. Sarebbe meglio il secondo che consiste nel far loro paura:
1) perché il furbo ha molte marachelle da nascondere;
2) perché il furbo non ama lottare ma il quieto vivere.
Fesso è comunque chi non riesce ad imboscarsi, ad evitarsi fastidi, seccature, guai.
 
Pochi sono i rimedi. Ma qualcosa si può fare. Ad esempio, in un Paese in cui la Giustizia non esiste, si consiglia imparare a “delinquere”. Intanto 9 e mezzo su 10 la si fa franca.

domenica 20 ottobre 2013

L'Italia senza Berlusconi

 


Il futuro politico dell’Italia non dipenderà né dal berlusconismo né dall’antiberlusconismo. Questa sciocca polarizzazione intorno ad un singolo uomo, che tanto fastidio ha potuto dare sia ai simpatizzanti sia agli antipatizzanti, finalmente finirà. Naturalmente rimarrà l’Italia. E – come ci ha insegnato Tocqueville – perfino dopo un’immensa rivoluzione come quella francese, il Paese del “dopo” somiglia al Paese del “prima” più di quanto si possa pensare. Dunque per immaginare che cosa sarà l’Italia bisogna guardare a ciò che essa è oggi ed è stata ieri.
Considerando soltanto il tempo che va dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il popolo italiano ha dimostrato due tendenze fondamentali: da un lato verso la stabilità, il buon senso, la conservazione, dall’altro verso l’utopia e il progressismo. Se queste pulsioni avessero avuto gli stessi connotati che hanno in altri Paesi, per esempio la Gran Bretagna, avremmo avuto un Partito Liberale e un Partito Socialista. Purtroppo da noi la situazione è da sempre molto più complessa.
La “destra” vuole preservare i valori tradizionali ma nel frattempo desidera anch’essa i vantaggi che offre la mentalità progressista. Ecco perché da un lato è profondamente ostile ad uno Stato invadente e ad un fisco opprimente, ma dall’altro gli chiede le stesse cose che chiedono i progressisti. Dunque gli impone di spendere e, per conseguenza, di tassare. Sia detto di passaggio, ciò spiega la strabiliante quantità di fallimenti dell’azione di Berlusconi: probabilmente lui avrebbe realmente voluto adottare una politica liberale, ma tutti, intorno a lui, questa politica la volevano soltanto a parole e sono riusciti a bloccarlo. Infatti oggi abbiamo un governo che include sia la “destra”, sia la “sinistra”, ed ambedue concordano nell’oppressione fiscale e nello statalismo. Al punto che se qualcuno mette in dubbio l’efficacia di questa politica sono disposti ad attuare una scissione, pur di tenerlo in vita.
Curiosamente, partendo dall’altra estremità dello spettro politico, il quadro presenta analoghe contraddizioni. L’utopia incanta tutti ma non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. E poiché ogni riforma, ogni serio cambiamento ha luogo a spese di qualcuno, anche qui le resistenze alle innovazioni sono maggiori del prevedibile. Fra l’altro la stessa volgare e rapace invidia dei ricchi si scontra col fatto che “ricchi sono quelli che hanno più di me”. E dunque i ricchi – se si eccettuano i miliardari – sono introvabili. Fra le file di coloro che si dicono di sinistra e che votano a sinistra vi sono legioni di cittadini che hanno parecchio da conservare: e di loro i partiti “progressisti” devono tenere conto. La sinistra in Italia è rivoluzionaria a parole e conservatrice nei fatti.
Il quadro totale è quello di una destra statalista e socialisteggiante e di una sinistra ottativa e piena di cautele. La destra non vuole rischiare che i suoi elettori passino a sinistra, la sinistra non vuole rischiare che i suoi elettori passino a destra. Anche questi ultimi ormai hanno parecchio da perdere, e si risentono come quelli di destra quando si parla di imposte, per esempio sulla casa o sulla benzina.
L’Italia è il Paese delle “mosse”, quella della conservazione e quella della rivoluzione. La sostanza profonda è il desiderio di tutti di avere tutto dallo Stato senza pagare troppe tasse. L’erario deve assicurare la salute, la scuola, l’ordine pubblico, e perfino salvare le imprese decotte (se sono abbastanza grandi) per i famosi “livelli occupazionali”, ma nel frattempo non dovrebbe pesare troppo col fisco. E di fatto si arriva fino alla situazione attuale.
Probabilmente una grande crisi economica internazionale, e non la fine politica o fisica di Berlusconi, produrrà un grande cambiamento momentaneo. Ma difficilmente ciò farà mutare la nostra mentalità. Per qualche tempo ritroveremo un po’ di buon senso ma dopo, probabilmente, torneremo alla nostra situazione d’elezione: la speranza, anzi la precisa richiesta che lo Stato ci dia tutto gratis, continuando a protestare per ciò che esso ci chiede.  
 pardonuovo.myblog.it

sabato 19 ottobre 2013

La legge di stabilita'....stabilisce che in Italia non ci sono piu' speranze

   


Giovedì, 17 Ottobre 2013
Il governo del volpino Letta ha messo in piedi un dispositivo ponderoso nel numero e nella complessità dei vari provvedimenti, ma sostanzialmente basato sulla solita partita di giro tra finti tagli di spesa e ulteriori “ritocchini” al rialzo delle tasse il cui risultato finale è probabile che sarà sfavorevole al popolo dei pagatori. D’altro canto, dopo decenni di crescente espansione del cosiddetto deficit-spending, basato sulla spinta politica ad aumentare l’intervento pubblico in cambio di consenso, all’orizzonte non si intravvedono segnali che indichino svolte coraggiose e, conseguentemente, impopolari. Svolte coraggiose e impopolari in grado di affrontare il nodo fondamentale dell’inguacchio italiota; ovvero lo squilibrio sempre più marcato tra le componenti produttive del Paese, preponderanti nel Nord, e quelle parassitarie che vivono di spesa pubblica, concentrate nel Mezzogiorno ma tendenti a diffondersi ovunque.
In altri termini, si può dire che l’evidente continuismo presente nella citata legge dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, la totale incapacità dell’attuale sistema politico ad affrontare una condizione da collettivismo strisciante che sta sempre più destrutturando ciò che resta dell’economia di mercato. Un sistema politico, nel complesso, che appare letteralmente paralizzato sul fronte dell’abbattimento di una spesa pubblica che nessuno riesce a contenere, nonostante i continui giuramenti succedutisi in questi ultimi anni. Nessun partito o politico presente attualmente in Parlamento sembra avere il coraggio e la determinazione per almeno tentare di spiegare ai cittadini che, essendo quasi finiti i soldi degli altri, non vi è altra alternativa al fallimento al di fuori di una drastica riduzione del perimetro pubblico. Il che vorrebbe dire meno redistribuzione di risorse e, quindi, meno parassitismo all’ombra dello Stato mamma. Ma i pigmei della solidarietà sociale coatta, di governo e di opposizione, preferiscono continuare a vivacchiare nella speranza che il nostro tradizionale stellone di Pulcinella riesca a sfangarla anche questa volta, magari agganciando una ripresa mondiale che, anche solo per poco tempo, faccia risalire di qualche decimale un Pil in caduta verticale. Una ben magra prospettiva sulla quale Letta & company (le dichiarazioni di Alfano sono davvero imbarazzanti) hanno puntato per restare il più a lungo possibile incollati alla loro poltrona. Mah…

venerdì 18 ottobre 2013

Manovra di galleggiamento

 


Giovedì, 17 Ottobre 2013
 
Non è certo la "svolta" che molti si aspettavano, tanto meno quello "shock fiscal" che molti invocano pur senza grandi speranze. E' una manovra di galleggiamento (del governo, soprattutto), dove la stabilità rischia di confondersi con l'immobilismo. La resistenza, purtroppo bipartisan, a procedere con decisione sul fronte dei tagli alla spesa pubblica ha impedito al governo di essere più coraggioso nella riduzione del carico fiscale su famiglie e imprese. Riduzione che di fatto, come vedremo numeri alla mano, è nella migliore delle ipotesi inconsistente, se non inesistente. Un calo della pressione fiscale di un punto percentuale nell'arco di tre anni, dal 44,2 al 43,3%, e una diminuzione davvero misera del cuneo fiscale (2,5 miliardi) sono davvero troppo poco per pensare di invertire il ciclo economico.
Da notare il doppio tentativo del governo di influenzare lo "spin" sulla manovra. Non si può escludere infatti che aver fatto filtrare le ipotesi dei tagli alla sanità e dell'aumento dell'aliquota sulle "rendite" finanziarie, per poi evitarli all'ultimo momento, avesse la funzione di far tirare un sospiro di sollievo sia a sinistra che a destra, predisponendo gli osservatori ad un accoglimento meno severo della legge di stabilità. Poi, l'accorgimento di presentare su base triennale l'ammontare dell'intervento sul cuneo fiscale, così da gonfiarne le cifre. Ma proviamo a triplicare anche altre grandezze di finanza pubblica: i 5 miliardi in tre anni di sgravi a favore dei lavoratori sono l'1% del gettito Irpef triennale (quasi 500 miliardi) e i 5,6 miliardi di sgravi alle imprese corrispondono ad 1/20 di quanto versano di sola Irap in tre anni. Nel 2014, in realtà, l'intervento sul cuneo fiscale vale appena 2,5 miliardi su una manovra di 11,5: il resto è per lo più una pioggia di nuove spese, come sempre.

Certo, politicamente il governo Letta sembra non aver offerto ai suoi nemici, a destra come a sinistra, il pretesto, la "pistola fumante", per cui farlo cadere. Ma nonostante questi tentativi di influenzare la copertura mediatica della manovra, la delusione è palpabile un po' in tutti gli attori politici e sociali, così come negli editoriali dei principali giornali, e vissuta con un certo imbarazzo persino tra gli "sponsor" del governo Letta e dai cantori della cosiddetta "stabilità". Davvero difficile per chiunque non riconoscere la pochezza e lo scarso coraggio di questa legge di stabilità.
Ma vediamo gli altri numeri. Il valore complessivo della manovra è di 11,6 miliardi nel 2014 (e 7,5 sia nel 2015 che nel 2016). Rispetto alla manovra del governo Monti c'è un leggero riequilibrio nelle coperture. Le maggiori entrate fiscali pesano sempre in modo eccessivo, ma in misura minore che in passato: 1,9 miliardi, anche se altri 300 milioni arrivano dalla rivalutazione delle attività delle imprese e 2,2 miliardi dalla revisione della tassazione delle svalutazioni e delle perdite su crediti degli intermediari finanziari. Dai tagli alla spesa corrente arrivano 3,5 miliardi (2,5 dal bilancio dello Stato e un miliardo dalle spese di funzionamento delle Regioni): si tratta comunque di meno dello 0,5% del totale della spesa pubblica e nel trienno solo del 2% in meno (16 miliardi). Da dismissioni e rivalutazioni di cespiti e partecipazioni arriveranno 500 milioni l'anno. I 3 miliardi restanti vengono definiti da Letta un «premio» per la chiusura della procedura di deficit eccessivo. Ci giochiamo, insomma, un minimo di flessibilità in più che ci viene concessa dall'Europa.

Ma le due manovre sono difficilmente comparabili: quella di Monti servì a correggere i conti pubblici, quella del governo Letta-Alfano serve a finanziare per 2/3 nuova spesa pubblica e solo per 1/3 riduzioni di imposte.
Sono una miriade le voci finanziate: le missioni all'estero, il 5 per mille, la cassa integrazione in deroga, gli investimenti degli enti territoriali, la manutenzione straordinaria della rete autostradale, l'Anas e le Ferrovie, il Mose, il fondo per le politiche sociali, il fondo per lo sviluppo e la coesione, il fondo per le università, i fondi per le non autosufficienze, per i lavoratori socialmente utili e per la Social Card. E ancora aiuti all'editoria, agli autotrasportatori e agli agricoltori. Tra i tagli alla spesa solo limature, nessun intervento strutturale. Il nuovo "contributo di solidarietà" dalle pensioni d'oro dovrebbe valere una sessantina di milioni su un costo totale della platea individuata che si aggira sui 3,5 miliardi. La sola parte eccedente i 100 mila euro di questi redditi da pensione ci costa circa 857 milioni, quindi il contributo medio sarebbe del 7% della parte eccedente i 100 mila euro (gli 857 milioni) e nemmeno del 2% rispetto al costo complessivo degli assegni (i 3,5 miliardi).

Ma cerchiamo di capire quale sarà nel 2014 il saldo reale per i cittadini, in termini di tasse, rispetto all'annus horribilis che sta per finire, il 2013. L'aumento della detrazione Irpef sul lavoro dipendente vale 1,5 miliardi, una decina di euro in più al mese in busta paga per i redditi medio-bassi (picco di 172 euro l'anno per chi dichiara 15 mila euro). A cui però vanno subito sottratti 500 milioni di minori agevolazioni fiscali (detrazioni per spese sanitarie e istruzione di cui usufruiscono quasi tutte le famiglie), ben 900 milioni per l'incremento dell'imposta di bollo sulle attività finanziarie (la nuova "stangatina" sul risparmio), nonché il ritorno dell'Irpef sulle seconde case sfitte (questi ultimi due aumenti colpiscono una platea più ristretta di contribuenti ma sottraggono comunque potere d'acquisto).

Poi ci sono due certezze e due incognite. Prima certezza: resta l'aumento dell'Iva dal 21 al 22%, che per il governo sembra ormai un capitolo chiuso (4 miliardi l'anno, 3 in più rispetto al 2013). Seconda certezza: l'aumento delle accise su carburanti (75 milioni), alcolici (130 milioni), sigarette elettroniche (117 milioni), lubrificanti e tabacchi (50 milioni). E veniamo alle incognite. Quale sarà il gettito della nuova Tasi, l'imposta che dovrebbe sostituire l'Imu sulla prima casa? Per ora sappiamo che l'aliquota base prevista è dell'1 per mille, ma non è chiaro se, e fino a quanto, ai Comuni sarà permesso di aumentarla (il tetto massimo dovrebbe coincidere con quello della vecchia Imu). Nella legge di stabilità il governo ha trasferito ai Comuni un solo miliardo (invece di due, come ipotizzato) per coprire esenzioni e detrazioni volte ad alleggerire il peso della nuova imposta, ma se le aliquote finali della componente Tasi (tra quella base e i rialzi dei Comuni) si avvicinassero a quelle dell'Imu, ecco che potrebbero restare 2/3 miliardi in più da pagare rispetto al 2013 (Confcommercio stima 2,4 miliardi di euro in più dalla "Trise"). Un vero e proprio gioco delle tre carte. Si pagherà meno (forse) del 2012, quando era in vigore l'Imu sulla prima casa, ma certamente più di quest'anno in cui l'Imu è stata cancellata.

Seconda incognita: l'Iva. Resta infatti la minaccia di un ulteriore peggioramento di alcune aliquote come risultato della rimodulazione a cui sta lavorando il governo. Per non parlare della cancellazione della seconda rata dell'Imu per quest'anno, per cui ancora non sono note le coperture. Dunque, tutto sommato e tutto sottratto, si può affermare senza timore di smentite che nel 2014 pagheremo più tasse che nel 2013 e, forse, persino più che nel 2012 (lo scopriremo solo pagando la "Trise"). Non va molto meglio alle imprese, che si vedono concedere una riduzione di 40 milioni della componente Irap relativa al costo del lavoro e un taglio dei contributi sociali di un miliardo circa.

A questo punto vi starete chiedendo come si spiega il calo della pressione fiscale di un punto percentuale in tre anni sbandierato dal governo ieri sera, se le tasse dal 2014 potrebbero addirittura aumentare. Non va dimenticato che si tratta di una grandezza percentuale in rapporto al Pil e il punto in meno è una conseguenza delle previsioni di crescita (ottimistiche) inserite nel Def, e non di chissà quali tagli di tasse.

L'impianto di questa legge di stabilità risponde ad una logica di redistribuzione del reddito (di un reddito che non c'è), piuttosto che di riduzione del peso dello Stato, e quindi delle tasse. Una logica tipica dei governi di centrosinistra per come li abbiamo conosciuti sia nella Prima che nella Seconda Repubblica.

domenica 13 ottobre 2013

La deindustrializzazione dell'Italia

 
  

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Luigi Rossi
venerdi 11 ottobre 2013

Sesta potenza industriale del mondo. Era questa l’espressione rituale, vanto dei politici, con cui i giornalisti definivano con il pregio della sintesi il ruolo dell’Italia nello scacchiere economico mondiale. Settima o sesta che fosse, l’Italia è stata a lungo nell’Olimpo delle potenze economiche ed industriali mondiali. Persino sopra la Gran Bretagna, culla della Rivoluzione industriale e presto convertita ad economia di servizi, più che di produzione.
Cresciuta con questa consapevolezza, mista a fierezza, la mia generazione si è formata su sussidiari e manuali di geografia umana o educazione tecnica che rendevano giustizia e spiegavano le ragioni di questa impegnativa definizione. Chi non ricorda la nascita del triangolo industriale tra Torino, Milano e Genova? La nascita dell’industria automobilistica torinese, lo sviluppo della grande siderurgia, l’importanza della chimica italiana a livello mondiale. Il boom economico e il dirompente successo dei distretti industriali, come quello della lana biellese, quello tessile di Prato, quelli motoristici emiliani, quelli calzaturieri e del mobile nelle Marche. Eccetera eccetera. E proprio in questi distretti a farla da padrone era la piccola e media impresa, orgoglio e modello di sviluppo tipicamente italiani.
Laddove, infatti, non erano le dimensioni a fare la differenza era la qualità, la creatività italiana a misurare la nostra competitività. Ma che fosse la grande industria chimica o siderurgica o la piccola impresa tessile o di pellame o di moda il marchio Italia – e il suo portato in termini di conoscenze e capacità industriali e e artigianali – funzionava ovunque nel mondo.
Oggi l’Italia continua a frequentare gli incontri tra i grandi del mondo, eppure l’impresa italiana vive un declino che pare inarrestabile. Un declino che ha travolto prima la grande industria, poco più che un ricordo, e la piccola e media impresa. Se ci fosse stato bisogno di una conferma da Bruxelles ci informano che l’Italia perde posizioni nella classifica della competitività dell'industria europea. Anche la Spagna, paese sotto aiuti Ue per le banche e dove la disoccupazione è seconda solo a quella della Grecia, ci ha sorpassato, agganciando il gruppo di testa dei paesi Ue più performanti guidato dalla Germania.
Gli esperti europei parlano, ormai, di «vera e propria deindustrializzazione». Dal 2007 ad oggi la produzione industriale italiana ha registrato un crollo del 20%, sebbene la quota di valore aggiunto totale nell'economia del manifatturiero resti ''leggermente al di sopra della media Ue''. A preoccupare ancor di più il fatto che in Europa non diminuisce, ma continua a crescere il divario di competitività tra i 28. La forbice tra virtuosi e non virtuosi, in altre parole, si allarga. Si è insomma bloccato il cosiddetto 'processo di convergenza', per cui gli stati virtuosi trainano gli altri verso l'alto in una dinamica di reciproco vantaggio. A livello europeo pesa il costo dell'energia, che sta portando alla deindustrializzazione non solo dell'Italia ma dell'intera Ue, la diminuzione degli investimenti, la difficoltà di accesso al credito e l'inefficienza della pubblica amministrazione. Se l’Europa perde competitività a livello mondiale, se si accentua la differenza di passo tra gli Stati membri, il giudizio negativo sull’Italia assume il tono del de profundis.
Cercare oggi le ragioni di questo disastro appare un esercizio facile, ma poco più che inutile. Da dove iniziare? Dallo smantellamento delle grandi industrie? Dal peso delle tasse e del costo del lavoro? Dall’inefficienza della pubblica amministrazione o dalla fuga dei capitali? Dal fatto che le banche si occupano di tutto tranne che di concedere credito? Dall’inettitudine delle nuove generazioni di imprenditori? Non era a tutti ovvio che la delocalizzazione avrebbe portato alla conseguente deindustrializzazione? Dal fatto che per aprire un’impresa ci vogliano mesi se non anni spesi solo per i permessi? Dai veti incrociati per qualsiasi infrastruttura o impresa di interesse pubblico? Potrei continuare a lungo questo elenco. Ognuno può aggiungere altre domande e trovare risposte adeguate ad alcune di esse, Basta, però, percorrere questa martoriata penisola per rendersi conto che l’industria in Italia non esiste più.
Capannoni abbandonati, fabbriche dismesse sono una triste costante nei panorami delle strade italiane. La deindustrializzazione è ormai un fatto incontrovertibile. Se anche le piccole imprese continueranno a chiudere allora l’Italia sarà un deserto. Da troppo tempo in Italia non si parla con coraggio di industria, non si promuove un piano industriale degno di quella che un tempo era la sesta potenza al mondo. Il momento è giunto.

Se questa e' democrazia


 
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di Silvio Berlusconi

«Questa indegna decisione é stata frutto non della corretta applicazione di una legge ma della precisa volontà di eliminare per via giudiziaria un avversario politico che non si é riusciti ad eliminare nelle urne attraverso i mezzi della democrazia. La democrazia di un Paese si misura dal rispetto dalle norme fondamentali poste a tutela di ogni cittadino. Violando i principi della Convenzione Europea e della Corte Costituzionale sulla imparzialità dell’organo decidente e sulla irretroattività delle norme penali oggi sono venuti meno i principi basilari di uno stato di diritto. Quando si viola lo Stato di diritto si colpisce al cuore la democrazia».