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venerdì 2 settembre 2011

Salvare l'Italia? E' una questione di solidarieta'.

Noi uomini (intesi come genere umano) siamo degli animali sociali, ma la “solidarietà” e’ ristretta alla propria famiglia (e non sempre), al di là i legami di solidarietà vanno allentandosi sino a diventare inesistenti. La solidarietà all’interno di una società dipende anche da ciò che il singolo si aspetta da essa. Il giapponese sa che qualunque altro giapponese “farà il suo dovere” nei confronti della Patria, della società ed anche di un singolo individuo e, dunque, anche lui dovrà farlo, se non vorrà “perdere la faccia”. L’italiano, al contrario, è convinto che del bene della Patria e della solidarietà sociale si parla “puramente” per fini retorici: “tanto per parla’”, infatti, al dunque, ognuno tira l’acqua al proprio mulino e si fa i fatti propri. Ma questo non gli impedisce di avere un “notevole” senso della “morale”. Depreca “indignato” chi fa carriera perché raccomandato, la corruzione nei lavori pubblici, gli sprechi dello Stato, i privilegi delle “caste”, l’ipocrisia di chi predica bene e razzola male e ogni altra forma di “arraffamento”. Il problema è che noi siamo dei moralisti intransigenti quando si tratta degli altri e lo siamo pochissimo quando si tratta di noi stessi. I professori deprecano l’evasione fiscale degli artigiani, ma accettano e fanno raccomandazioni. I negozianti cercano di non pagare le tasse per “autodifesa”: se le pagassero tutte niente resterebbe per loro, ma deprecano gli impiegati statali che hanno un reddito “sicuro” e di certo non si ammazzano di fatica. Gli impiegati statali, a loro volta, ammettono di lavorare poco, ma in rapporto a quello che lo Stato li paga fanno ancora troppo (dicono loro!). Persino i ladri si giustificano dicendo che sono costretti a rubare perché non hanno quello che altri hanno, come se questi altri ciò che hanno l’avessero anche loro rubato. L’italiano è un “pessimo cittadino”, quasi un “asociale”, ma è un “campione” che sa “cavarsela” nelle situazioni più difficili. Si allena ad “arrangiarsi” sin dall’infanzia. Per questo emigrando hanno grande successo, abituati come erano a remare contro una forte corrente impetuosa si trovano a loro agio a competere in normali regate. Gli italiani si battono con tanto vigore, “solo ed esclusivamente per fare il proprio interesse”, di tutto il resto non gli interessa “un’acca”. Sono persone intelligenti e senza remore sanno “cavarsela”, ma non ditegli di essere “concretamente” solidali perche’ non sono affari loro: qualcun altro ci pensi. E’ cosi’ che il governo ha dovuto cancellare il “contributo di solidarietà” chiesto per salvare il Paese. In Italia le istituzioni governative sono troppo deboli, la spesa statale è “stratosferica”, il debito pubblico è “mostruoso”, lo spirito di servizio e il senso dello Stato (da parte di tutti, cittadini inclusi) sono quasi “inesistenti”, c’è troppa gente che pigia sui freni per impedire qualsiasi cambiamento, e il Paese è in gravi difficoltà per l’assenza di una “solidarietà collettiva”. Dopo avere avuto (e applaudito) per vent’anni “un” Duce che pensava e decideva al posto di tutti, ora impediamo a “chi abbiamo eletto democraticamente” di decidere di attuare le riforme, di fare il necessario per salvare il Paese. Al posto di un Duce, ne abbiamo sessanta milioni che, volendo tutti comandare, si neutralizzano vicendevolmente. Immaginiamo che Silvio Berlusconi dica: “Mi state ostacolando in tutti i modi per salvare l’Italia. Me ne vado”. Si fa un nuovo governo e presto il nuovo Premier dirà la stessa cosa: “Mi rendete troppo difficile l’impresa di salvare l’Italia. Me ne vado anch’io”. E’ realistico che si scoraggi chiunque cerchi di governare “seriamente” e la conseguenza sarebbe che non rimarrebbe nessuno a Palazzo Chigi tranne quel governo che “rinuncia a governare”. Giulio Andreotti è stato un maestro in questo. Naturalmente il Paese andrebbe a rotoli ancor più di oggi. Si arriverebbe al “fallimento”, si uscirebbe dall’euro, il debito pubblico diventerebbe incontrollabile, lo Stato non potrebbe più pagare gli stipendi ne’ le pensioni, mentre i possessori di titoli di Stato perderebbero tutto. Secondo il filosofo, quando la democrazia “degenera” in anarchia, eccoti la “dittatura”: questo è quello che nessuno desidera. Ma ammettiamo che non si riesca ad evitare questa “sciagura”, che si abbia la dittatura e che infine, magari dopo avere risanato lo Stato, la dittatura in modo cruento o democratico finisca. C’è speranza che gli italiani, ricordando la lezione che ha dato origine al Fascismo, permettano al governo di governare? Niente affatto! C’e’ chi, come la CGIL appoggiata dal Pd, “per salvare” l’Italia ha proclamato lo sciopero generale e sembra che sarà ad “oltranza” per preparare il terreno alla “rivoluzione d’ottobre”. Purtroppo il rapporto tra classe dirigente politica e pubblica opinione e’ “degenerato” fin dal movimento del 1968, quando dell’utopia di rinnovamento della “primavera italiana”, rimase solo il “disprezzo qualunquistico” delle istituzioni che portò alla “deviazione” terroristica degli anni di “piombo” tra il 1970 e il 1980. Deviazione che venne “cavalcata” dagli intellettuali della sinistra che ne fecero la loro “ideologia”. Dagli anni ’70 ogni istituto governativo: scuola, università, amministrazione pubblica, governo, industria, sindacati, stampa, partiti e quanto altro aveva la connotazione di “istituto pubblico” e’ stato violentemente contestato e “radicalmente” rifiutato. Persino e’ stata “rifiutata” la famiglia. Questo è sempre stato il pensiero di “sinistra” obbligatorio per appartenere alla loro parte politica. Il “pensiero negativo”, del quale si compiaceva la sinistra negli anni ’70, ha avuto un seguito “letale” ed e’ questa la ragione di un’opposizione di sinistra oggi divisa, incapace di proporre alcunché soprattutto incapace di porsi come credibile alternativa di governo. Ma la vera malattia è la mancanza di un “progetto”. Non è solo responsabilità dell’attuale classe politica fiacca e incapace, occorre una proposta “entusiasmante” ed “innovativa” che solo i giovani possono avere. Angelino Alfano nel Pdl e Matteo Renzi nel Pd ci stanno provando. La differenza tra i due sta che Alfano ha la “benedizione” dei dirigenti di tutta la coalizione di centrodestra, mentre Renzi e’ ostacolato dai “mammasantissima” del centrosinistra impauriti di essere “rottamati”. Per superare la crisi occorre un urgente e radicale rinnovamento della cultura di governo e di opposizione, dell’economia e della società civile, delle relazioni industriali, dell’istruzione e dell’informazione. Basta con i bisticci “inconcludenti” del teatrino della politica che non fanno altro che aumentare il degrado. Cosa fare? Tutto deve iniziare da una forte azione di “solidarietà” tra le generazioni, la “cultura”, gli intellettuali, i media e l’informazione non solo la politica. Cerchiamo di essere ottimisti augurandoci che questo accada.

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