lunedì 16 settembre 2013

Imprese in coda per fuggire dall'Italia

La Svizzera invita le società italiane a trasferirsi a Chiasso, poi è costretta a "chiudere" le frontiere: troppe richieste

 
C'è un intero Paese in fuga. Se ne vanno tutti. Se ne sono sempre andati i cervelli in cerca di vera meritocrazia, se ne sono sempre andati i capitali per sfuggire al fisco. Ma adesso se ne vanno anche gli studenti per imparare di più, se ne vanno i neolaureati per trovare lavori migliori, se ne vanno le aziende intere per chiudere con il delirio della burocrazia.
Ormai ci raccontiamo questo fenomeno come un ineluttabile destino di rovina.


Un dato di fatto. Catastrofismo? Qualcosa di questo c'è: siamo i primi al mondo nel buttarci giù, siamo gli unici al mondo a parlare così male di noi stessi. Ma al netto della nostra inimitabile autoflagellazione, persistono segnali molto allarmanti. La Provincia di Como racconta di un fatto eclatante, che dovrebbe indurre alle più serie riflessioni. In queste pagine si legge l'appello piuttosto imbarazzato e rammaricato del sindaco di Chiasso, Moreno Colombo: imprenditori italiani, per favore, basta. La cittadina svizzera si vede costretta a chiudere anzitempo le iscrizioni a una manifestazione nata per attirare sul proprio territorio aziende straniere. «Benvenuta impresa nella città di Chiasso», mai titolo fu più chiaro e diretto. Appuntamento al 26 settembre, inviti per notai, fiduciari, consulenti aziendali.
Con una settimana di anticipo, il sindaco deve respingere le iscrizioni. Avevano previsto un massimo di 150 adesioni, sono già 178. Praticamente tutte italiane. In larga parte dell'area di confine. «Ci contattano anche di notte - spiega sbigottito il primo cittadino - ma non siamo più in grado di sopportare questa onda d'urto. Tante sono aziende di servizi, che in caso di trasferimento troverebbero sedi adeguate in comodi uffici. Ma ci sono anche le manifatturiere: per loro, pensiamo ad accordi con altri Comuni per trovare le aree adeguate».
La Svizzera si attrezza per ospitare l'impresa italiana. Capitasse mai che anche l'Italia si attrezzasse per l'impresa italiana. Noi al massimo ci stiamo facendo comprare dalle multinazionali: è questo il nostro modo di attirare aziende straniere, svendendoci in saldo.
Tanto Chiasso per nulla? Potremmo anche ragionare così, attribuendo solo all'egoismo del padronato italiano questa frenesia centrifuga. Ma è chiaro che non possiamo sbrigarcela tanto facilmente. Ostinandoci a essere persone serie, dobbiamo tenere conto di queste spie accese. Già in aprile Confindustria Lombardia aveva lanciato il suo allarme: attenzione, abbiamo un'autentica emorragia di aziende. In un anno e mezzo duemila posti di lavoro bruciati, casualmente la stessa cifra di nuovi posti segnalati in Canton Ticino. E fosse solo la Svizzera. Se ne vanno in Austria, in Slovenia, in Germania. Se ne vanno dal Veneto, dall'Emilia, dalle Marche. Finita pure la favola della comoda delocalizzazione verso il lavoro a basso costo dei Paesi disperati. Non se ne vanno per bieco calcolo: se ne vanno per lavorare meglio.
È fuga ingrata? Certo è fuga dai cavilli, dai sospetti, dal caos normativo e dalla follia di un certo sistema politico. Scappano i furbini, inutile negarlo, ma scappano anche i migliori. In guerra di solito scappano i vigliacchi. In questa cominciano a scappare gli eroi.

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