giovedì 8 maggio 2014

L'offensiva esaurita di Matteo Renzi

L'Opinione - Se è vero, come insegnano i testi di strategia militare, che le offensive non possono andare avanti all’infinito ma tendono inevitabilmente ad esaurirsi, bisogna prendere atto che l’offensiva di Matteo Renzi sulle riforme e sulle iniziative concrete contro la crisi ha subito una frenata fin troppo brusca nel momento meno propizio. Cioè a sole tre settimane dalla conclusione di una campagna elettorale che nelle intenzioni del Presidente del Consiglio avrebbe dovuto frenare l’ascesa di Beppe Grillo, certificare il tramonto di Silvio Berlusconi e celebrare un plebiscito nei confronti della sua azione di Governo.
Può essere che l’offensiva renziana riesca a riprendersi nelle ultime due settimane di campagna elettorale. Ma al momento non si può non registrare come gli obiettivi che Renzi si proponeva di conseguire con la velocità della propria azione riformatrice sono ben lontani dall’essere raggiunti.

Gli ottanta euro nella busta paga di dieci milioni di lavoratori dalla fine di maggio, che dovevano essere il volano per il plebiscito in favore del Premier e del suo partito, sono stati bollati dagli avversari come una “mancia elettorale”. E, soprattutto, risultano di fatto vanificati da una raffica di aumenti di tasse e tariffe che azzereranno i benefici per la fascia privilegiata e si scaricheranno sulla maggioranza dei cittadini esclusa dagli aumenti. L’unica operazione concreta (il promesso taglio dell’Irap è stato ridicolo) per rilanciare consumi e crescita si è, dunque, rivelata un boomerang. E lo stesso è successo con il percorso delle riforme. Quanto avvenuto al Senato ha confermato in maniera addirittura clamorosa come le fratture all’interno della maggioranza rendano indispensabile il sostegno di Forza Italia per la realizzazione di qualsiasi progetto di cambiamento.
È difficile prevedere se e quanto questa frenata dell’offensiva riformatrice di Renzi potrà incidere sul risultato elettorale. Ma già da adesso il Premier è costretto a prendere atto che la speranza del plebiscito a suo favore ha subito un colpo pesante. E che i suoi principali concorrenti, Grillo da un lato e Berlusconi dall’altro, non solo non sembrano subire arretramenti o tramonti di sorta, ma appaiono in grado di sovvertire tutte le previsioni negative che erano state fatte nei loro confronti. Grillo è in grado di continuare a monopolizzare l’area della protesta diffusa nel Paese. E Berlusconi ancora una volta risulta artefice di una campagna elettorale capace di recuperare consensi in un popolo di moderati che non vede altri punti di riferimento al di fuori della sua persona.
Certo, per Renzi non è questo il momento di stabilire colpe e responsabilità nella frenata dell’offensiva riformatrice. La campagna elettorale è ancora in corso. Ma una prima riflessione sulla scarsa tenuta della propria maggioranza e del proprio partito, oltre che sull’inconsistenza dei propri alleati, è bene che il Presidente del Consiglio incominci a farla. Perché non sarà il voto del 25 maggio a risolvere le fratture e le resistenze che vengono dall’interno della sua coalizione e dello storico blocco sociale del suo partito. Ma, di sicuro, il voto potrà solo accentuare le tensioni e creare le condizioni per una fase sempre più turbolenta e precaria della legislatura. Non a caso nel Partito Democratico si incomincia a parlare sempre più insistentemente della necessità che Renzi punti alle elezioni anticipate. E Berlusconi, visto il fallimento del Nuovo Centrodestra e dei centristi, rilancia l’ipotesi di larghe intese per le riforme.
Escluso il plebiscito, infatti, gli effetti del voto europeo possono essere o le elezioni anticipate o una nuova versione delle larghe intese!

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