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sabato 12 luglio 2014

 Il "berlusconiano" Renzi
Il Foglio - Sono passati centosettanta giorni dal famoso incontro del Nazareno, da quello storico fermo immagine del capo di Forza Italia che svelto svelto sale i gradini della sede del Pd scortato da un sorridente e trionfante Gianni Letta, e Renzi e Berlusconi sono ancora lì. Ancora lì ad annusarsi, apprezzarsi, telefonarsi, parlarsi, incontrarsi e a ritrovarsi perfettamente in profonda e commovente sintonia quando in pubblico sussurrano insieme la parola “riforme”. Per Berlusconi si sa che cos’è Renzi: un giovane, brillante e ambizioso politico, per certi versi più berlusconiano dello stesso Berlusconi, che si è fatto largo con abilità tra i vecchi tromboni comunisti e che con una serie di giochi di prestigio è riuscito a far diventare di sinistra una serie di cose che per anni sono state scioccamente considerate di destra dalla vecchia sinistra. Ma se è noto che il Cav. stravede per Matteo, che vorrebbe un successore simile a Matteo, che non fa altro che ripetere che bravo Matteo, ciò che è meno noto è che cosa pensa il signor Renzi del dottor Berlusconi.
Il ragionamento è lineare. Quando Renzi pensa a Berlusconi non pensa solo a un politico con cui è necessario dialogare per via della sua consistente rappresentanza parlamentare (i renziani, vecchie canaglie, non fanno a meno di notare che alle ultime elezioni Pd e Forza Italia hanno preso insieme più del 50 per cento dei voti) ma pensa anche a tutto ciò che grazie a Berlusconi è riuscito a conquistare in questa sua esperienza al governo. Senza Berlusconi, senza cioè aver dimostrato a Napolitano che il governo Leopolda avrebbe goduto di una maggioranza parlamentare superiore rispetto a quella di cui godeva il governo Letta, difficilmente Renzi sarebbe arrivato a Palazzo Chigi e difficilmente avrebbe avuto la forza di far cambiare verso al governo (Letta la legge elettorale voleva farla senza il Cav., Renzi invece no). Senza Berlusconi, senza cioè aver accolto il Caimano nella sede del Pd, difficilmente Renzi avrebbe avuto la forza di legittimarsi tra gli elettori di centrodestra e di accogliere e di far convergere sul simbolo del Pd i voti di molti elettori di Berlusconi (tutti dicevano che per Renzi aprire le porte del Pd a Berlusconi avrebbe significato violentare il corpo del Pd, ma poi si è visto come è finita). Senza Berlusconi, senza cioè aver portato a forza il partito del Caimano all’interno del perimetro delle riforme, difficilmente Renzi sarebbe riuscito a disinnescare il dissenso maturato all’interno del Pd rispetto al percorso legato alla legge elettorale, alla modifica del Titolo V e alla revisione del Senato (e da questo punto di vista la falsa disponibilità mostrata da Renzi a fare una riforma elettorale con Grillo aveva soltanto lo scopo di mettere pressione a Forza Italia). Senza Berlusconi, infine, Renzi sarebbe stato ostaggio dei gruppi parlamentari, ostaggio delle vecchie correnti del Pd, delle nuove correnti di Ncd, delle solite cariatidi dell’Udc, e sarebbe stato insomma costretto a muoversi in Parlamento con la stessa agilità con cui si muoveva Prodi ai tempi di Mastella e Turigliatto. Renzi questo lo sa, così come sa che avere dalla propria parte la Lega (15 senatori) è un altro modo per far capire ai dissidenti del Pd (15 senatori) che il governo ha la forza di andare avanti anche senza fare i conti con i bronto-democratici del Senato (come era prevedibile, alla fine di una giornata movimentata, ieri Lega e Pd hanno trovato l’intesa sul meccanismo di designazione dei rappresentanti di Palazzo Madama).
 
Renzi e Berlusconi, dunque, Grillo o non Grillo, condanne o non condanne, dissidenti o non dissidenti, si trovano ancora in profonda sintonia non solo per questioni personali (e non solo per una profonda e comune sintonia nel non riuscire a prendere troppo sul serio il compagno Alfano) ma soprattutto per questioni tattiche: Renzi ha infatti bisogno di Berlusconi nella stessa misura in cui Berlusconi ha bisogno di Renzi, e se è vero che senza Renzi Berlusconi avrebbe difficoltà a non farsi risucchiare da Cesano Boscone è anche vero che senza Berlusconi Renzi avrebbe difficoltà a non farsi risucchiare dalla palude di Palazzo Madama. Le consonanze tra Renzi e Berlusconi (che spesso vivono sull’asse fiorentino Lotti-Verdini) sono destinate a trovare nuovi punti di contatto su alcuni capitoli legati alla riforma della giustizia e anche su una partita delicata sulla quale Forza Italia ha ricevuto garanzie dal Pd. E se lo schema del Nazareno regge e Berlusconi non intende scardinarlo è anche perché Renzi ha fatto capire che quando sarà il momento di ragionare sul dopo Napolitano il Pd non farà a meno di ricordarsi della fedeltà mostrata da Forza Italia sul percorso delle riforme. Questa è la promessa, e il nome “Pinotti”, per esempio, non dispiace al centrodestra. Berlusconi ci crede, ma sa che da buon post berlusconiano lo “stai sereno” non può che essere sussurrato sempre con il famoso tono da marinaio.





Gianni Pardo

Venerdì, 11 Luglio 201

Ci sono cose che si capiscono dopo molto tempo. Non perché siano difficili ma al contrario perché sembrano facili e sul momento non se ne colgono le implicazioni. Per esempio si dice che l’indifferenza è peggiore dell’odio e da principio si crede d’aver capito: è una battuta per sembrare profondi e intelligenti. È solo col tempo che ci si accorge che in quel detto c’è effettivamente una buona dose di verità. L’odio implica forti sentimenti: collera, sdegno, desiderio di vendetta; chi odia ha un legame molto forte con la persona odiata. L’indifferenza invece nasce quando il turbine delle emozioni si placa ma il giudizio negativo raggiunge tali vette che non si desidera tanto “farla pagare” al colpevole, quanto non averci a che fare. In lui non c’è nulla da salvare. L’unica cosa positiva che si riesce ad ipotizzare, pensando a lui, è dimenticare che al mondo possano esserci persone come lui. L’odio è un sentimento negativo ma vivo e sanguigno. L’indifferenza è gelida e irrevocabile.
In questo difficile momento della vita nazionale capita di pensare a questi due atteggiamenti. Per anni, molti bravi cittadini si sono interessati della cosa pubblica e hanno cercato di distinguere i buoni dai cattivi. Hanno cercato di sostenere, per quanto possibile, chi pensavano potesse fare il bene del Paese contro chi rischiava di danneggiarlo. Se proprio non c’era amore per “i nostri”, c’era almeno preoccupazione e perfino animosità nei confronti degli avversari. Ma tutto ciò è forse finito con la caduta del Muro di Berlino. Gli italiani si sono convinti che non ci sono più i comunisti - o comunque che non hanno più appetito per i bambini - ed hanno visto che l’alternanza al potere non fa andare al comando una volta i buoni e una volta i cattivi, ma una volta i cattivi e una volta i pessimi. Hanno quasi perso il nemico. O, peggio, si sono accorti che l’amico gli somiglia fin troppo. E gli ultimi anni sono stati al riguardo una catastrofe. Al governo si sono avvicendati uomini di centrodestra, uomini di centrosinistra ed anche i famosi “tecnici”, su cui tanti si erano illusi da decenni, e l’Italia ha continuato ad affondare, inesorabilmente.
La conclusione è stata ovvia: “Non importa chi vince, sicuro è che perdiamo noi”. Prima erano solo i semi-analfabeti a non seguire neppure il telegiornale, ora può capitare che siano gli specialisti della politica. Siamo all’indifferenza. Nelle orecchie le parole si fermano prima di raggiungere il nervo acustico. I politici ci promettono la ripresa, ce ne mostrano le avvisaglie, ci abbagliano con luci in fondo al tunnel che vedono soltanto loro, e tutto ciò non ci fa nemmeno andare il boccone di traverso. Anche alle bugie si può fare il callo.
Il successo di Beppe Grillo o di Matteo Renzi non contraddice questa diagnosi. Il primo non rappresenta una diversa linea politica ma soltanto la protesta gridata e radicale, a volte al livello più ingenuo. L’ex comico s’è procurata una patente di autenticità sposando il turpiloquio come prova d’identificazione con la piazza; una piazza esasperata e irrazionale, che vorrebbe soltanto buttare tutto giù. E questa non è politica. Il secondo, proponendosi anche lui come segno di contraddizione con l’establishment, ha fatto tante promesse che la gente ha pensato che forse aveva un asso nella manica. “Magari qualcosa farà. Diamogli una possibilità”. Ma l’irrealtà non è una soluzione per la realtà. La protesta del M5S si è dimostrata sterile e inconcludente, e col tempo si vedrà che l’enormità delle promesse non è sintomo di grandi capacità ma soltanto di grande imprudenza.
L’Italia sta veramente male e nessuno sa o può metterci rimedio. Gli stessi politici non sono tanto colpevoli di non avere creato la ripresa o di non aver creato infiniti posti di lavoro, quanto di aver dato a bere che fossero in grado di farlo. Forse non capiscono che tutto ciò che può fare la nostra politica è mettere i bastoni fra le ruote a coloro che producono benessere. Ed è questo l’errore fondamentale dei “grillini”. Loro reputano sognano di mandare a casa l’intera classe politica senza capire che la nuova non sarebbe diversa dalla vecchia. Perché le mele sarebbero prese dalla stessa cesta. Non capiscono che non si dovrebbe chiedere che lo Stato faccia meglio, si dovrebbe chiedere che faccia meno e ci lasci vivere. È lo statalismo, che ci uccide. E gli italiani cominciano ad accorgersene. Per questo rischiano di lasciare il telegiornale per un documentario sui pesci tropicali.
Gianni Pardo

giovedì 12 giugno 2014

Piaccia o no, sulla Libia Berlusconi aveva ragione

E se qualcuno s’azzarda a dire che Berlusconi, almeno in certe occasioni, vedeva più lontano dei suoi successori e degli stessi colleghi del suo partito, che succede? Dipende. Non accade alcunché qualora l’opinione venga comunicata privatamente agli amici. Se invece si ha la pretesa di scriverlo e di pubblicare un pezzo al riguardo su qualche blog, apriti cielo. Nel migliore dei casi l’articolo viene ignorato o accolto con sorrisi di commiserazione. Più probabile, tuttavia, essere coperti da reazioni sdegnate o veri e propri insulti.
Comunque io ci provo, e il tema prescelto è quello della politica estera. L’ineffabile Hillary Clinton, ex Segretario di Stato USA, ci racconta ora che, prima della nefasta e non dichiarata guerra occidentale contro la Libia, l’uomo di Arcore si oppose con tutte le forze all’idea di Sarkozy il quale, in un summit a Parigi, aveva manifestato l’intenzione di bombardare unilateralmente il Paese nordafricano, con il proposito manifesto di abbattere Gheddafi e il suo regime.
Come tutti sanno Cameron e gli inglesi si accodarono subito con entusiasmo facendo seguire i loro caccia (e le loro bombe) a quelli francesi. Gli americani abbozzarono senza bloccare l’iniziativa anglo-francese, e limitandosi a fornire droni in quantità e supporto logistico.
Per quest’ultimo erano assai utili le basi aeree e navali italiane, e in particolare quelle in Sicilia. La Clinton ci racconta dunque di un Berlusconi “furibondo”, che arrivò al punto di minacciare l’uscita dalla coalizione che stava formandosi e la proibizione di utilizzare le basi suddette.
Ma non ci fu nulla da fare, poiché alcuni esponenti del suo governo erano più realisti del re e non vedevano l’ora di far partecipare i nostri aerei all’azione. Ricordo in particolare l’ex ministro Frattini, che spingeva come una locomotiva per assicurare all’Italia il cosiddetto “posto al sole”.
I maligni attribuirono la reazione rabbiosa del premier alla sua nota amicizia con Gheddafi. E invece, a tre anni di distanza, adesso si capisce fin troppo bene che il vero obiettivo era tutelare gli interessi nazionali. A dispetto delle sue smargiassate, infatti, il defunto colonnello aveva sempre mantenuto un rapporto privilegiato con noi, suscitando le ire dei cugini d’oltralpe e dei sudditi della regina Elisabetta.
Il caos immane che si è poi scatenato in Libia ha dimostrato che le due ex grandi potenze coloniali si sbagliavano di grosso. In effetti nessuno ha tratto vantaggi dall’attacco, e gli avvertimenti di Gheddafi circa i pericoli di un rafforzamento di al-Qaeda dopo la sua morte hanno trovato puntuale conferma. Attualmente la Libia è terra di nessuno. Molte rappresentanze diplomatiche occidentali hanno chiuso i battenti; il flusso dei migranti verso le nostre coste è ormai diventato insostenibile, e ci ritroviamo un pericolosissimo focolaio di fondamentalismo islamico sull’uscio di casa.
Berlusconi aveva dunque visto giusto, anche se dargli ragione dopo che il guaio è stato combinato non consola più di tanto. Né si dimentichi che Hillary Clinton ha sulla coscienza il barbaro assassinio dell’ambasciatore americano a Bengasi, fatto circa il quale ha sempre rifiutato di fornire spiegazioni decenti trincerandosi dietro il segreto di stato.
Ma questa – si dirà – è acqua passata, anche se le conseguenze continuano a colpirci. Mette però conto rammentare che, più recentemente, l’ex premier ha lanciato segnali d’allarme anche a proposito del caso ucraino, invitando il nostro governo ad assumere posizioni moderate. Si dirà, come già è accaduto nel caso di Gheddafi, che la sua prudenza è dettata dall’amicizia con Putin?
Voglio sperare di no, perché sbagliare è umano, ma perseverare nell’errore è diabolico. Pure in questa occasione, infatti, sono in gioco i nostri interessi nazionali, dei quali a Unione Europea, NATO e Stati Uniti importa poco o nulla (e forse giustamente: spetta a noi tutelarli).
Non occorre insomma essere berlusconiani per dare ragione a chi ce l’ha e l’aveva anche in passato sul caso libico. Riconoscerlo è, a mio avviso, una mera questione di onestà personale.
Michele Marsonet

domenica 1 giugno 2014

I miei dubbi su Renzi

Corriere della Sera - Il dato strutturale che emerge dall’esito delle elezioni europee è che il trasformismo rimane una costante della politica italiana. Oltre il 40% di elettori ha premiato le promesse e gli annunci riformistici di Matteo Renzi, producendo un miracolo: la trasformazione del Pd e del governo in una sorta di berlusconismo di sinistra. Il «ciclone» Grillo è stato scongiurato anche con l’aiuto di media che hanno promosso il Pd a qualcosa di diverso da ciò che è stato ed è: l’erede culturale del Pci, un partito ideologico, novecentesco, antiriformista, per la sua componente marxista; antimodernista e totalitario, per la sua parte rousseauiana, quella della «volontà generale». Il Partito democratico è diventato, con queste elezioni, la «diga», a contrasto dell’estremismo palingenetico, ma senza il disincantato pragmatismo della vecchia Dc, ma il modo con il quale ciò è avvenuto non è incoraggiante per il futuro del Paese.
Renzi è un ragazzotto che se la cava bene a chiacchiere. Non ha altro da esibire; perciò fa dell’ottimismo della volontà la propria bandiera, spacciandola per programma politico. Ma non pare avere né la preparazione, né la forza e la volontà politiche per riformare davvero il Paese e liberarlo dal dispotismo burocratico. Insomma, secondo copione dopo ogni elezione, qualcosa è cambiato affinché nulla cambi. Renzi, sulla scia di Monti, ha aumentato le tasse; il Paese, caduto in una recessione economica devastante, attraversa una crisi culturale dalla quale non si vede come possa uscire. Ora, gli italiani - lo erano stati per anni quando ancora credevano nelle capacità riformistiche di Berlusconi - attendono, in privato, senza grandi speranze; in pubblico, animati da ottimismo di maniera - che annunci e promesse di Renzi si traducano in fatti. Scriveva Piero Gobetti agli albori del fascismo: «La lamentata incultura dei deputati rappresenta l’incultura e la confusione del Paese. Le corruzioni demagogiche, le indulgenze verso il parassitismo... corrispondono alle nostre condizioni storiche e indicano appunto l’incapacità e l’impossibilità di porre il problema nostro che determinerebbe ogni chiarezza, il problema dell’antitesi fra Nord e Sud (...) In sostanza, l’Italia, patria di tutte le ideologie e di tutte le ribellioni, si riduce a un Paese di conservatori». È cambiato qualcosa da allora e dopo vent’anni di fascismo e quasi settanta di democrazia ? A me pare di no.
Siamo il solo Paese al mondo che festeggia una sconfitta bellica e, con essa, la caduta di una dittatura alla quale aveva dato il suo consenso. I tedeschi non celebrano la sconfitta bellica che non nascondono di dovere agli Usa e all’Urss. Non festeggiano la caduta del nazismo, perché l’hanno elaborata e rimossa, con Ragione luterana, dal proprio immaginario e cancellato, con essa, il relativo senso di colpa. Noi continuiamo a celebrare la caduta del fascismo, agostinianamente il nostro peccato originale del quale non ci siamo ancora liberati, peraltro senza aver riflettuto su ciò che esso è stato e quanto di esso ancora rimanga nelle istituzioni e nel modo di pensare. Il 25 aprile è diventato, così, una sorta di confessione collettiva e liberatoria perché celebrata in perfetta sintonia con l’altro totalitarismo novecentesco, il comunismo.
Il mestiere che faccio è un ottimo osservatorio per capire gli umori dei miei concittadini. Molti di quelli che si credono la forza motrice del progresso ripetono, spesso parola per parola, ogni versione ufficiale dei fatti correnti, diligentemente divulgata dai media. Abbiamo il sistema informativo, nel mondo, più antinomico che ci sia della democrazia. Siamo individualmente e collettivamente incapaci di esercitare lo spirito critico e, come diceva Gobetti degli italiani della sua epoca, non sappiamo fare opposizione, facciamo (solo) la fronda e (poi) votiamo Mussolini. Il mito dell’«Uomo della Provvidenza» ha accompagnato gli ultimi tre governi, Monti, Letta, Renzi, nati non attraverso libere elezioni, ma per partenogenesi del presidente della Repubblica, diventato un monarca costituzionale un po’ per ambizione personale, molto per dilatazione «materiale» della Costituzione formale parecchio pasticciata di suo.
In conclusione. Non saranno il successo di Renzi e la sconfitta di Grillo a salvarci. Ci vuole altro. Dalla scuola secondaria all’università, dall’Ordinamento giuridico al sistema politico alla cultura dominante, «gli è tutto da rifare», come diceva la buonanima di Bartali. Ma non si vede chi e come lo possa fare. Uno che assomigli a Bartali non c’è; di certo, Renzi non è, diciamo, Coppi; neppure Magni...
Piero Ostellino

sabato 17 maggio 2014

Napolitano nella tagliola

Da anni Silvio Berlusconi parla del fatto che le banche germaniche, nell’estate del 2011, fecero sì che lo spread fra i titoli italiani e quelli tedeschi balzasse alle stelle, per far credere che l’Italia stesse per affondare. “Il mese prossimo non si potranno più pagare gli stipendi”. Lo scopo era quello di convincere tutti che l’unico modo di salvare l’Italia era quello di  eliminare l’odiato Cavaliere. Recentemente Alan Friedman ha scritto un libro in cui ha rivelato che in alto loco da mesi ci si organizzava per mandarlo a casa e sostituirlo con Mario Monti. E non si è trattato della tesi azzardata di un giornalista: i fatti sono stati corroborati da testimonianze importanti, a cominciare da quella dello stesso Monti. Infine è arrivata la testimonianza dell’ex ministro del Tesoro degli Stati Uniti, Timothy Geithner, e si è costretti a ricordare una vecchia battuta: “Se uno ti chiama asino, protesta; se un altro ti chiama asino, protesta; se un terzo ti chiama asino, raglia”. E infatti ora ci si scandalizza per il disprezzo dimostrato da molti per le istituzioni democratiche e per l’offesa alla sovranità italiana perpetrata da alti funzionari stranieri. Tanto da chiederne conto a quel supremo garante di tutte queste cose che è il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Purtroppo questi, dopo un lunghissimo silenzio, ha dichiarato che “le dimissioni di Berlusconi furono libere e responsabili”, e che lui personalmente non ha mai saputo di pressioni per farlo dimettere.
Quando le dichiarazioni sono secche e significative si possono definire laconiche. Quando non dicono gran che, l’aggettivo diviene invece “elusive”. Un indizio è un indizio, due indizi sono due indizi, tre sono una prova. E nel mondo politico, dove basta anche un sospetto, c’è da essere estremamente preoccupati. Il Presidente, quand’anche fosse innocente, rischia di entrare nello scandalo fino ai capelli. Né gli basterebbe una qualche scusante “giuridica”. Del resto, la fiducia nei giudici è talmente calata che neanche un’assoluzione in giudizio farebbe stato, agli occhi dell’opinione pubblica. E non può neppure dire: “Non ci sto”, come fece Oscar Luigi Scalfaro. A quel Presidente la fecero passare, oggi il vento è cambiato e se Napolitano dicesse la stessa cosa sarebbe sommerso dai fischi.
Fra l’altro, dire che le dimissioni di Berlusconi furono libere richiederebbe una spiegazione. Egli aveva dunque tanta voglia di lasciare il posto ad altri? L’altro aggettivo, “responsabili”, è addirittura provocatorio. Sembra voler indicare un’ammissione di colpa da parte di Berlusconi: cosciente di essere d’inciampo, per il bene della Patria ha avuto il grande senso di responsabilità di farsi da parte. Ebbene, che qualcuno ci dica in che senso Berlusconi pensava di star danneggiando l’Italia. Questa era la tesi di Monti, non certo la sua. Per non dire che, se il Presidente tentasse questa probatio diabolica, sarebbe accusato di non essere e di non essere stato super partes.
Né prova nulla il successivo voto di fiducia del Pdl a Monti. Se, a parere di Napolitano, Berlusconi aveva un tale amor di Patria da dimettersi, poi avrebbe dovuto impedire che l’Italia avesse un governo? O avesse un governo dichiaratamente di sinistra?
Napolitano afferma di non avere avuto notizia di pressioni per far dimettere Berlusconi. Ma ha avuto notizia dei suoi propri incontri con Mario Monti? E che cosa risponde alle altre testimonianze raccolte da Alan Friedman?
La sua posizione non è problematica, è impossibile. Se nega i fatti, rischia di essere sbugiardato. Se si dimette, le sue dimissioni suonerebbero come un’ammissione di responsabilità. Forse gli rimane la risorsa di fare il morto: “Non c’ero e se c’ero dormivo”. E vedere se la coalizione degli interessi dei partiti e dei poteri forti riuscirà a far sì che i giornali continuino a sottovalutare la vicenda finché non sia dimenticata.
Purtroppo per lui, anche questa mossa avrebbe il suo prezzo. Gianfranco Fini, cucendosi la bocca e aggrappandosi con tutte e due le mani alla poltrona, ha mantenuto la carica fino alla scadenza della legislatura: ma appena possibile il popolo italiano ne ha decretato la morte civile e anche la damnatio memoriae. Pessimo finale.
Probabilmente tutto ha avuto inizio con la diffusa convinzione che attaccare Berlusconi fosse lecito con qualunque mezzo. Inclusa la calunnia, incluso l’uso strumentale della giustizia, inclusa l’alleanza con lo straniero. Ma alla fine, a forza di credere di disporre di un’inconcussa impunità, si è arrivati al passo falso: un complotto che squalifica tutti quelli che vi hanno partecipato, italiani e stranieri. Questi ultimi in particolare hanno gravemente offeso la nostra sovranità e la nostra dignità. Purtroppo non è neanche detto che ci abbiano mal valutati: forse meritiamo il loro giudizio, visto che, come facevamo già nel Rinascimento, siamo disposti a complottare con lo straniero contro i nostri connazionali. Ma oggi gli stranieri pagano il fio di un’imperdonabile gaffe. 
Nel mondo diplomatico è lecito ritenere la moglie del tale Premier straniero una puttana. Ma non è lecito dirlo. Almeno, non ad alta voce.
Gianni Pardo
pardonuovo.myblog.it

lunedì 12 maggio 2014

Berlusconi sa bene cos'e' la cultura, la sinistra non sa cos'e' la liberta'

Fabrizio Rondolino, di formazione filosofo e di professione giornalista, è stato netto e impietoso; qualche giorno fa, in un articolo pubblicato su Europa, il quotidiano dei renziani d’attacco, ha scritto che “Berlusconi non sa cosa sia la cultura”.

La ragione di un giudizio così inappellabile è stata la conferenza stampa con cui il Cavaliere ha presentato il nuovo Dipartimento Cultura di Forza Italia, con a capo Edoardo Sylos Labini, artista ed intellettuale non conformista. La colpa di Berlusconi è di aver dichiarato quello che sembrerebbe normale a qualsiasi persona dotata di buon senso; e cioè che lui è il più grande imprenditore culturale italiano.

In effetti, se non si frequentano troppo i cimiteri dei premi letterari, i salottini degli intellettuali impegnati e le sedute psicanalitiche dei critici d’essai, non si avrebbe difficoltà ad ammettere che, dalla televisione al cinema, dall’editoria al teatro, Berlusconi ha aiutato quel passaggio alla cultura di massa che molti intellettuali del ‘900 (da Hanna Arendt a Pasolini) non hanno mai accettato, ma che i media visivi e ora il web, hanno imposto come forza storica dirompente.
È difficile non riconoscere che è stata Mediaset a cambiare l’immaginario del paese; che è grazie a Medusa che sono tornati da noi gli Oscar che mancavano dai tempi d’oro del cinema italiano; che è Mondadori a tenere in piedi il nostro mercato dell’editoria.
Nel 1978, quando Rondolino frequentava le sezioni del Pci, e Berlinguer e i suoi intellettuali si scagliavano contro la tv a colori con lo slancio mummificante tipico di ogni ideologia, la famiglia Berlusconi acquistava l’antico teatro Manzoni di Milano salvandolo dalla trasformazione in centro commerciale; ed è qui che sono state realizzate alcune delle più straordinarie produzioni teatrali degli ultimi anni: dalla “Maria Stuarda” di Zeffirelli, al “Macbeth” di Gassman, al “Fiore di cactus” di Albertazzi.
Secondo Rondolino tutto questo non dimostra nulla, perché “la vera cultura, per Berlusconi, è un fatturato”. Se Rondolino avesse letto Ayn Rand non sarebbe così perentorio; per la filosofa capitalista e libertaria, l’imprenditore che genera ricchezza e occupazione, che costruisce con le sue intuizioni e il suo lavoro possibilità nuove, è di fatto un individuo creatore; quindi (aggiungiamo noi) un artista. Il fatturato di un’impresa può essere un’opera d’arte molto più di alcune schifezze esposte alle Biennali. Lo sanno bene tanti intellettuali e artisti così attenti al loro “fatturato personale”.
La realtà è che l’orfanotrofio culturale della sinistra italiana ha trasformato molti intellettuali in orfanelli in perenne conflitto con i genitori adottivi; e così quando Rondolino (che spesso sa essere intelligenza libera e non conformista) arriva a scrivere che Mondadori “è un editore-supermercato che pubblica ogni cosa” e Mediaset “una tv generalista che per statuto appiattisce e omologa”, si è portati a pensare: ma è lo stesso Rondolino che pubblica libri per Mondadori e realizza format per l’altra tv generalista, la Rai? Ovviamente sì. Quindi qualcosa non funziona nel solito ragionamento sulla bellezza della cultura di nicchia e l’opacità della cultura di massa.
Con buona pace degli snob, Berlusconi non è solo un “imprenditore culturale”, ma è anche un imprenditore liberale; e affermare che “il centrodestra non ha cultura perché Mondadori e Mediaset non la fanno”, tradisce la solita deformazione ideologica, secondo la quale la cultura non serve allo spirito o al portafoglio (cose entrambi nobili) ma al partito. Un imprenditore non fa cultura, la produce; all’artista e all’intellettuale spetta il compito di realizzare “l’oggetto culturale”. Questo spiega perché intellettuali e artisti anti-berlusconiani lavorano nelle tv di Berlusconi, scrivono sul giornale di Berlusconi, girano film con i soldi di Berlusconi, pubblicano libri con l’editore Berlusconi; e questo spiega anche perché a quelli filo-berlusconiani è vietato scrivere su Repubblica, editare libri con Feltrinelli o lavorare per qualche produttore di sinistra.
La verità è un'altra: Berlusconi sa bene cos’è la cultura, mentre la sinistra non sa ancora cos’è la libertà.