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mercoledì 29 agosto 2018

Mario Monti, l'ultima presa in giro dell'ex premier agli italiani: come lo inchioda Senaldi

di Pietro Senaldi 28 Agosto 2018
Pietro Senaldi a Sottovoce: "Tutta la verità su Libero"
Allarme, è tornato. Il professor Mario Monti ha scritto ieri l' editoriale del Corriere della Sera, muovendo le sue critiche alla politica del governo rispetto all' Unione Europea. In breve, l' ex premier sostiene che l' Italia sbaglia a far la voce grossa sugli immigrati perché così facendo si isola rispetto a Germania e Francia, le quali potrebbero essere tentate di sostituirla con la Spagna come interlocutore privilegiato. Viene anche criticato l' avvicinamento «all' austroungarico» Orbán, che oggi incontrerà il ministro Salvini, quasi il leader ungherese avesse la peste e non appartenesse al Ppe, il partito della Merkel. Infine, contesta al governo di volersi riposizionare nella Ue senza averlo concordato con nessuno.
Faccio appello alla proverbiale autoironia del professore e mi permetto un paio di considerazioni. Innanzitutto, quando egli discetta di Unione dalle colonne del Corriere, tremo. Il mio pensiero corre all' autunno del 2011: allora i suoi dotti editoriali europeisti gli spianarono la via di Palazzo Chigi a danno del Cavaliere, sfrattato violentemente in omaggio ai voleri di Berlino e Parigi e con la complicità della sinistra. Grazie a Dio, il Pd, che lo sostenne con Forza Italia, oggi non rappresenta né un avversario credibile né un' alternativa valida. Tuttavia il terrore che il film si ripeta, con nuove tasse sulla casa, aumento dell' Iva, stretta sulle pensioni e patrimoniali imposte dall' Unione resta vivo in me. Ricordo infatti che l' aumento del debito pubblico e la crescita più bassa e tardiva nell' Unione non la dobbiamo al governo Lega-M5S, ma a Monti e ai premier che l' hanno seguito, temporalmente e nell' approccio con i conti e con Bruxelles.
Ma entriamo nello specifico: mi chiedo se quando scrive che sarebbe il momento buono per l' Italia per provare a dialogare da pari a pari con Francia e Germania, il professore ci sia o ci faccia. Ai suoi tempi, con i nostri euro avevamo appena contribuito a rimettere in sesto i conti delle banche tedesche, distrutti da speculazioni sbagliate, e avevamo appena pagato dazio a Sarkozy, saziando le sue bramosie regalandogli mezza Libia. Eppure, quando abbiamo bussato alle porte dell' Europa perché ci aiutasse a rimettere in ordine i nostri istituti di credito, essa ci ha risposto che avevamo presentato domanda tardi, come se si trattasse dell' iscrizione a un concorso a premi e non una richiesta a un' Unione solidale tra Stati. Quando erano forti, Berlino e Parigi ne hanno approfittato per azzannarci al collo, perché dovrebbero soccorrerci ora che hanno i loro problemi in patria?
CHI STA CON CHI
Monti giudica l' immigrazione una questione importante, ma non l' unica. Resta però una cartina di tornasole. È noto che chi sbarca in Italia punta a lasciarla per spingersi più a Nord, ma se Francia e Germania non ci aiutano a sistemare 150 eritrei dopo che abbiamo ridotto di più del 50% gli sbarchi, e quindi i potenziali clandestini in tutta Europa, come possiamo aspettarci sostegno per questioni più complicate?

Forse è il caso di ribaltare il punto di vista: l' Europa si sta squagliando, lo dicono tutti. A chi la comanda, e da essa trae i maggiori vantaggi, la scelta: arroccarsi fino a spaccarla o dialogare. Al momento, la linea dura del governo sull' immigrazione paga: se non altro, gli scafisti hanno iniziato a puntare la maggior parte dei gommoni verso la Spagna anziché verso la Sicilia. Per ora, la sostituzione di Roma con Madrid paventata da Monti è vantaggiosa.
Quella che però non va giù al professore è la sostituzione nella ricerca del dialogo da parte dell' Italia dell' asse Parigi-Berlino con quello Vienna-Budapest senza che nessuno lo abbia deciso né votato. A parte che l' euroscetticismo di Lega e M5S era noto a tutti anche prima del 4 marzo, liquiderei il rimprovero del bocconiano rammentandogli che nessun italiano aveva scelto neppure lui, tantomeno votato, e che pure ce lo siamo ritrovato prima a Palazzo Chigi e poi in Parlamento a vita.
L' EST NON È EUROPA?
È poi inaccettabile che l' intellighentia democratica europea possa trattare Ungheria, Polonia e Austria con un disprezzo che non ha mai riservato neppure ai regimi islamici più feroci solo perché hanno governi che non le aggradano o che preferiscono Salvini a Martina e Gentiloni. Se l' Est è ancora considerato come l' Impero Austro-Ungarico, perché l' Europa si è precipitata ad allargare a esso i propri confini? I casi sono due: o l' Unione è un insieme di nazioni solidali, e allora, dai migranti alle banche, quando uno è in difficoltà lo aiutano tutti, oppure è un far west dove si combatte una guerra per bande, e allora è lecito che ognuno stia con chi gli pare.

Su una cosa il professore ha ragione: la Ue di Francia e Germania sta lavorando per creare intorno a Salvini e a questo governo un cordone sanitario che li isoli. Sono i sussulti violenti e reazionari di un' organizzazione sfilacciata che non riesce a darsi la missione per la quale nacque. Possono fare male, ma non per questo il progetto salviniano di tentare una soluzione alternativa e allargare davvero l' Europa agli Stati dell' Est come interlocutori e non come membri senza diritto di parola non ha dignità o è destinato al fallimento.
Chiudo con un aneddoto.

Pochi giorni fa i giornali hanno festeggiato l' uscita della Grecia dal commissariamento europeo dopo sette anni drammatici: operazione riuscita, si è detto, omettendo di specificare che però il malato è morto. Al professor Monti stupirà sapere che ho un amico fraterno, Nicola Crocetti, editore della rivista Poesia, al quale a maggio la Grecia ha conferito la massima onorificenza culturale alla presenza del presidente della Repubblica. Al rinfresco c' erano solo aranciata e acqua minerale perché, ha spiegato il capo dello Stato ellenico al mio colto amico, «qui da che comanda l' Europa non abbiamo neppure i soldi per offrirti una tartina».

martedì 28 agosto 2018

IL COMPAGNO BENETTON

di Emidio Novi (ex deputato)

Insaziabili questi Benetton, più guadagnavano meno spendevano per la manutenzione delle autostrade che avevano avuto in regalo dal centrosinistra.

Fortunati questi Benetton. In pieno delirio privatizzatore comprano dall’IRI la catena Gs. La comprano con i soldi delle banche e subito la rivendono, guadagnandoci 4500 miliardi di lire. In euro sarebbero due miliardi e 250 milioni.

Fantasiosi questi Benetton. Prodi, Ciampi e Giuliano Amato s’erano impegnati con Bruxelles e soprattutto con francesi e tedeschi a smantellare l’Iri. Massimo D’Alema li prende in parola e nel 1999 decide di privatizzare la rete autostradale di proprietà dell’Iri e quindi dello Stato. Ancora una volta i Benetton non si perdono d’animo. Una lira delle loro non la rischiano, non sia mai. Bussano a Banca Intesa e gli viene aperto. Chiedono un piccolo prestito che in euro è di 8 miliardi e l’ottengono. Con questi soldi comprano dall’Iri Autostrade. Per due, tre anni la manutenzione della rete è quasi inesistente. Con i soldi rastrellati ai caselli e l’aumento delle tariffe restituiscono i soldi a Intesa.

Le Autostrade sono una Zecca che produce moneta sonante. I Benetton semifalliti come imprenditori del tessile-abbigliamento hanno diversificato e incassano tanti di quei soldi da diventare investitori globali.

Grandi investitori, questi Benetton. Con i soldi guadagnati con una gestione finanziaria e non industriale della rete autostradale ex Iri i Benetton diventano soci degli spagnoli di Albertis e comprano il 50% della rete. Vito Gamberale si dimette dalla societa Autostrade perché non ne condivide la politica. Si pensa solo a incassare soldi ma si bada poco alla manutenzione e alla modernizzazione di un asset così importante.

Insaziabili questi Benetton. Con una redditività del 25% decidono di tagliare le spese di manutenzione. Per loro le Autostrade ex Iri sono una miniera d’oro inesauribile. Aumma aumma nel 2016 ottengono una proroga quarantennale con un emendamento aggiunto all’ultimo minuto dal governo alla Finanziaria. Una vergogna. La banda Renzi è capace di tutto. I predecessori non sono stati da meno. I contratti che riguardano i concessionari delle autostrade vengono secretati.

E la trasparenza del mercato, la concorrenza, le terzietà della politica, l’occhiuta vigilanza del commissario per la concorrenza di Bruxelles? Tutto fumo, chiacchiere e distintivo.

Questa banda di malavitosi merita un decreto del governo che spazzi via la benevolenza di TAR e magistratura civile corrotta.
E che faccia capire a opposizioni e potere mediatico che “la fortuna” sta abbandonando i Benetton, e quelli come loro.

domenica 26 agosto 2018

 

Chiesa, 2mila miliardi di immobili nel mondo

 
Il suo patrimonio mondiale è fatto di quasi un milione di complessi immobiliari composto da edifici, fabbricati e terreni di ogni tipo con un valore che prudenzialmente supera i 2mila miliardi di euro. Può contare sullo stesso numero di ospedali, università e scuole di un gigante come gli Stati Uniti. Ha oltre 1,2 milioni di "dipendenti" e quasi un miliardo e duecento milioni di "cittadini".
Questo Paese immaginario dotato delle infrastrutture di un big dell'economia occidentale e della popolazione della Cina va sotto il nome di Chiesa. Un universo dietro al quale non c'è solo e unicamente il Vaticano, ma una galassia di satelliti fatta di congregazioni, ordini religiosi, confraternite sparse ovunque nel mondo che, direttamente o attraverso decine di migliaia di enti morali, fondazioni e società, possiedono e gestiscono imperi immobiliari immensi che nessuno forse è in grado di stimare con precisione e che sono sempre in costante metamorfosi.

Un patrimonio dove l'elenco dei beni, la maggior parte sicuramente no-profit ma una discreta fetta anche a fini commerciali, sembra non esaurirsi mai: chiese, sedi parrocchiali, case generalizie, istituti religiosi, missioni, monasteri, case di riposo, seminari, ospedali, conventi, ospizi, orfanotrofi, asili, scuole, università, fabbricati sedi di alberghi e strutture di ospitalità per turisti e pellegrini e tante, tantissime abitazioni civili in affitto. 

Un universo intorno al quale gravitano nel mondo 412mila sacerdoti e 721mila religiose – senza contare centinaia di migliaia di laici - che assistono 1 miliardo e 195 milioni di fedeli.

Secondo il gruppo Re, che da sempre fornisce consulenze a suore e frati nel mattone, circa il 20% del patrimonio immobiliare in Italia è in mano alla Chiesa. Un dato quasi in linea con una storica inchiesta che Paolo Ojetti pubblicò sull'Europeo nel lontano 1977 dove riuscì per la prima volta a calcolare che un quarto della città di Roma era di proprietà della Chiesa. 
Un patrimonio immenso che però non si ferma appunto alla sola capitale dove ci sono circa 10mila testamenti l'anno a favore del clero e dove i soli appartamenti gestiti da Propaganda Fide – finita nel ciclone di alcune indagini per la gestione disinvolta di alcuni appartamenti – valgono 9 miliardi. La Curia vanta possedimenti importanti un po' ovunque in Italia e concentrati, tra l'altro, in gran numero nelle roccaforti bianche del passato come Veneto e Lombardia.
 ".
Quindi se oggi il valore del patrimonio immobiliare italiano supera quota 6.400 miliardi di euro – come qualche giorno fa ha registrato il rapporto sugli immobili in Italia realizzato dall'Agenzia del territorio e dal dipartimento delle Finanze – si può stimare prudenzialmente che solo nel nostro Paese il valore in mano alla Chiesa si aggiri perlomeno intorno ai mille miliardi (circa il 15%). Se a questa ricchezza detenuta in Italia – dove pesa l'eredità di un potere temporale durato per quasi duemila anni – si aggiunge il patrimonio posseduto all'estero fatto di circa 700mila complessi immobiliari tra parrocchie, scuole e strutture di assistenza la stima, anche stavolta più che prudenziale, può raddoppiare almeno a 2mila miliardi. Numeri, questi, che nessuno conferma dall'interno della Chiesa perché per molti neanche esiste una stima ufficiosa. Ma da ambienti finanziari interpellati la cifra sembra apparire congrua. Cifra a cui si devono aggiungere, tra l'altro, investimenti e depositi bancari di ogni tipo. Questi sì ancora meno noti.

Diciotti, Salvini fa rotta fuori dall'Ue. L'Albania prende 20 migranti

L'Uedice "no" ai migranti e il governo guarda altrove. Tirana: "Ieri l'Italia ci ha salvato e oggi noi diamo una mano"

L'Europa dice di no? Allora l'Italia guarda ai Paesi extra Ue.







Il ministro Salvini e il governo italiano, fanno sapere fonti del Viminale, "continuano a lavorare alla ricerca di soluzioni, nonostante il nostro Paese sia stato lasciato solo dall'Europa" sulla vicenda della nave Diciotti. 
"In queste ore Salvini e il governo stanno sondando la disponibilità ad accogliere gli immigrati sulla Diciotti da parte di alcuni paesi che non fanno parte dell'Unione europea. C'è un dialogo aperto anche con altre istituzioni. Il principio è che non paghino gli italiani".
Il primo risultato è già arrivato. A rivelarlo è il ministro degli Affari Esteri Enzo Moavero Milanesi, che attraverso un tweet della farnesina "ringrazia l'Albania per la decisione di accogliere 20 profughi della nave Diciotti. Un segnale di grande solidarietà e amicizia molto apprezzato dall'Italia".
A caldo è arrivato anche il commento di Ditmir Bushati, ministro per l'Europa e gli Affari Esteri dell'Albania: "Italia! Noi non possiamo sostituire l'Europa, ma siamo sempre qui, dall'altra parte di un mare dove una volta eravamo noi quegli eritrei che ora soffrono giorni e notti in mezzo al largo, nell'attesa che l'Europa si svegli!". Tirana farà la sua parte per sdebitarsi con il Belpaese: "Ieri l'Italia ci ha salvato - sottolinea il ministro - e oggi noi siamo pronti a dare una mano".
Il ministro dell'Interno ha poi detto che altri migranti andranno in altri due Paesi (l'Irlanda ne prenderà 20 o 25), mentre gli altri saranno accolti dalla Chiesa italiana (a sue spese). 
"Siamo riusciti ad aprire le porte della Chiesa e saranno ospitati a cura della Chiesa italiana. E quindi li ringrazio. Il problema lo abbiamo risolto grazie a un Paese che non è in Europa e alla Chiesa italiana. E questo a costo zero", ha detto il ministro.
Intanto il ministro dell'Interno è tornato all'attacco dell'Europa, confermando l'intenzione di porre il veto al bilancio dell'Ue. "Non è l'Italia che ha bisogno dell'Europa è l'Europa che ha bisogno dell'Italia - ha detto Salvini - Fino a ieri l'Europa ha spremuto l'Italia come un limone, prendendo miliardi di euro e danneggiando i nostri agricoltori, pescatori, commercianti, lavoratori, risparmiatori, pensionati. Adesso la musica è cambiata, non c'è più un governo schiavo, non c'è più un governo complice, non c'è più un governo di servi. C'è un governo che non deve dire grazie a nessuno ma difende gli interessi dell'Italia. Questo vale per le concessioni dei signori Benetton e per i voti in Europa".

Diciotti, Meloni e Toti con Salvini: "Sovversivo indagare chi vuol fermare l'invasione"

La solidarietà di Giorgia Meloni e Giovanni Toti per l'indagine a carico di Matteo Salvini sul caso Diciotti

Giorgia Meloni si schiera al fianco di Matteo Salvini. E arriva la solidarietà anche di Toti per l'indagine aperta dalla procura di Agrigento (ma ora il fascicolo passerà al Tribunale dei Ministri) nei cronfronti del leader della Lega.








Sul caso Diciotti il vertice del Viminale (e il suo capo di Gabinetto) potrebbe dover rispondere di sequestro di persona e detenzione illegale.
"Scandaloso e sovversivo indagare un ministro che cerca di fermare l'invasione di clandestini, come chiesto a gran voce dai cittadini italiani nelle ultime elezioni politiche, per costringerlo invece a far sbarcare gli immigrati e a non cambiare nulla", ha scritto su Facebook il presidente di Fratelli d'Italia. "Ancora più scandaloso - ha aggiunto - se si tiene conto che mai nessun magistrato ha pensato di indagare il precede governo per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, pur essendoci tutti i presupposti. Nessuno creda di potersi porre al di sopra della volontà popolare e di piegare la nostra democrazia alla propria ideologia. Fratelli d'Italia esprime la sua solidarietà a Salvini e chiede al Ministro della Giustizia e al Presidente della Repubblica di intervenire immediatamente per censurare questo gravissimo atto. E ci aspettiamo una parola di sdegno anche da quella parte significativa della magistratura non obnubilata dal furore ideologico".
Immediata è arrivata anche la solidarietà del governatore della Liguria, Giovanni Toti: "C'è chi difende l'Europa che non ci ha mai aiutato a gestire l'immigrazione sulle nostre coste - ha detto - C'è chi prova a ristabilire un pò di equilibrio e di equità nell'accoglimento dei migranti. E c'è chi indaga chi ci prova. Solidarietà all'amico Salvini. Se esiste un reato di opinione, mi sento indagato con lui. Non resta che una strada di fronte a tutto ciò: il Governo ordini il blocco navale in Libia".

giovedì 16 agosto 2018

Sappiamo chi è stato

Più di 30 morti nel crollo del ponte, ma la catastrofe era evitabile. Non è vero che non c'erano i soldi, siamo stati ricattati da chi non vuole le grandi opere

Non cominciamo con la storiella che il ponte autostradale di Genova è crollato inghiottendo il suo carico umano per colpa dei vincoli europei.



Quel ponte non doveva crollare, punto e a capo. Sostenere l'inverso è soltanto uno squallido sciacallaggio politico fatto sulla morte di alcune decine di ignari e incolpevoli cittadini. La società Autostrade (azienda privata di proprietà della famiglia Benetton) responsabile del manufatto, trabocca di soldi che non sa più dove mettere. Soldi peraltro frutto di pedaggi da strozzini incompatibili con la qualità del servizio - meglio sarebbe dire disservizio - offerto agli automobilisti. Quel ponte non è crollato perché l'Europa è cattiva e non ci fa spendere ma perché l'Italia è stupida e ferma nelle grandi opere, salvo rare eccezioni tipo l'alta velocità ferroviaria e la variante di valico tosco-emiliana, agli anni Cinquanta. Quel ponte è crollato non perché mancano i soldi ma perché questo Paese è in perenne ostaggio di minoranze demagogiche e stupide che si sono messe di traverso ai già scarsi tentativi di modernizzare tutte le reti di comunicazione via terra. Per decenni lo è stato della sinistra ambientalista, oggi lo è del grillismo che, purtroppo con l'aiuto di un pezzo importante del centrodestra quale è la Lega, sta cercando di fermare i grandi e innovativi progetti già avviati per il trasporto sicuro e veloce delle merci e dell'energia.
Il ministro delle Infrastrutture, il grillino Danilo Toninelli (quello che in campagna elettorale disse di sentirsi geneticamente superiore ai colleghi del centrodestra) può piagnucolare e indignarsi quando vuole, ma è proprio il suo movimento a essersi opposto al progetto di una grande opera a Genova per bypassare quel maledetto ponte che a detta di tutti un giorno o l'altro sarebbe caduto. E sapete qual era lo slogan dei Cinquestelle? Questo: «Non crediamo alla favola del ponte che cade».
Siamo onesti. Altro che Europa, cretini e incoscienti li abbiamo in casa e li abbiamo - non noi - mandati pure al governo, al grido di «basta nuovi ponti che arricchiscono i soliti noti». Per cui teniamoci quelli vecchi, così vecchi che non c'è manutenzione ordinaria o straordinaria che ne possa garantire la stabilità. E questo al di là di errori, omissioni e ladrerie umane che evidentemente ci sono state e andranno perseguite.
I ponti non sono dei monumenti eterni, sono logorati dalla vita più o meno come capita a un uomo e dopo una certa età non c'è lifting o medicina capace di tenerlo in forma e garantirgli l'immortalità. La «favola del ponte che cade» si è avverata perché abbiamo dato, e ahimè continuiamo a dare, credito a questi venditori di fumo tipo Toninelli, travestiti da statisti e modernizzatori. Per liberarci di vecchi ponti e grandi opere dobbiamo prima liberarci di chi si oppone ai nuovi. Purtroppo, vista l'aria che tira, la seconda cosa sarà più difficile della prima. Ma se non vogliamo andare avanti a lutti di Stato dobbiamo provarci, non con il cemento ma con il voto.

lunedì 13 agosto 2018

28 Ottobre 1922 – Venti anni di Libertà, Diritti e Giustizia

marciasuromaIl capolavoro d’eccellenza dell’antifascismo, degli storici da fumetto, dei mascalzoni è stato quello di travisare, di ingannare buona parte degli italiani per oltre 70 anni ormai. Hanno raccontato favole, storie brutte, di un’Italia povera, triste, rinchiusa in gabbia, senza libertà, senza diritti. Diritti e Libertà che peraltro gli italiani fino ad allora non avevano mai conosciuto. Nel 1922, anno della marcia su Roma, non si veniva infatti da periodi di euforia, di libertà e di tutto ciò che ho già elencato. Si veniva da una guerra vinta sulla carta con il sacrificio di seicentomila vite ma di fatto persa. Il paese era in ginocchio, la gente alla fame. La violenza rossa spadroneggiava nelle campagne, gli scioperi, le repressioni della polizia che non ci pensava due volte a sparare sulla folla, i milioni di disoccupati, il debito di guerra. Di fronte a tutto ciò c’era una classe politica, ieri come oggi, inetta che non riusciva a trovare il bandolo della matassa.
L’Italia che si affacciava al mondo nel 1922 era un’Italia in ginocchio, povera, incapace di provvedere al sostentamento alimentare della sua popolazione. Partiti, uomini politici, sindacati lottavano tra di loro per conquistare un proprio personale posto al sole mentre il popolo italiano affogava nella fame, nella violenza rossa e in quella di uno stato incapace.
Queste erano le condizioni del paese che quel 28 ottobre 1922 veniva messo nelle mani di Mussolini. Verità palese che i falsari della storia non ammetteranno mai: immensa sarebbe per loro l’umiliazione.
All’Italia, che oggi come allora vive un periodo di profonda crisi da cui non riesce ad uscire, serviva un uomo forte, pragmatico, deciso, estraneo alla politica ma non ai fatti, ai risultati.
Non è un caso che le prime squadre di governo andarono a pescare non tra i fascisti duri e puri ma tra le menti eccelse del paese: l’economia, i settori produttivi dal primo all’ultimo ebbero in sella uomini competenti a differenza delle vallette di oggi.
Altro che dittatura! Altro che tirannia! Da quel 28 ottobre l’Italia conobbe 20 anni di sviluppo, di libertà, di diritti per i lavoratori! Nel segno dell’ordine e della disciplina venne stroncato il fenomeno mafioso, venne ridata dignità all’Italia nelle relazioni internazionali, la lira tornò ad essere una moneta forte e non più cartastraccia! In pochi anni non solo l’Italia raggiunse e superò la produzione necessaria al proprio fabbisogno alimentare ma diede case, lavoro, istruzione agli italiani.In poche parole: gli italiani dopo oltre mille anni tornarono a conoscere il significato della parola “dignità”.
L’analfabetismo venne abbattuto, gli ospedali, le strade, le città sorgevano a vista d’occhio ogni giorno di più. I sindacati, ieri come oggi, vero cancro per i lavoratori, venivano messi al bando sostituiti dallo Stato.
Stato “dittatoriale” che diede loro le ferie pagate, la tredicesima, la quattordicesima, il tfr, le pensioni, la maternità, gli assegni famigliari, l’assistenza sanitaria gratuita e mi fermo qui per non essere troppo prolisso. Diritti che la democrazia attuale e i sindacati di maiali oggi stanno letteralmente stroncando costringendo le generazioni più giovani a diventare nuovi schiavi.
Quella era dittatura signori? Perchè venivano passate le veline ai giornali? Ma perchè oggi cosa accade? La Rai forse è libera ed incondizionata dal governo? Facciamo i seri!
Quando un uomo ha un lavoro ben retribuito, può godersi le proprie vacanze, può mandare i figli a scuola, può curarli senza avere difficoltà, ecco questo è un uomo libero!
Ecco perchè nessuno potrà tacciarmi di dire il falso quando dico che il Fascismo diede la libertà agli italiani. Fate un paragone con lo stato attuale delle cose, pensate a quegli insegnanti che a 50 anni suonati vengono trasferiti a 1200 km da casa per fare il proprio lavoro a 1200 euro al mese pagandone 600 per un monolocale abbandonando figli e famiglia. Pensate a questi e poi parlate di dittatura se ancora ne avete il coraggio!
Certo, quello degli insegnanti è solo un esempio della disperazione degli italiani: disperazione che non esiste se sei la moglie del presidente del Consiglio assunta a due metri da casa. Questa è la democrazia?
Basterà per me citarvi un aneddoto raccontato da Romano Mussolini nel suo libro. Un giorno donna Rachele prese dalla scrivania del Duce due matite, quelle con cui lui correggeva acuni documenti governativi, per darle ai figli Romano e Annamaria che ne erano sprovvisti. Il rimprovero del Duce non tardò ad arrivare e fu duro: quelle matite appartenevano al popolo italiano! Raccontantelo agli accattoni di oggi.
Impossibile paragonare ai ladri e farabutti che oggi guidano il paese.
Ma quella era una dittatura cari Camerati…