venerdì 28 febbraio 2014

L'uomo della demolizione

Matteo Renzi è un uomo ambizioso. Straordinariamente ambizioso. Ed è anche molto intelligente quantunque in questi giorni i suoi avversari, la maggior parte dei quali risiede nel suo stesso partito, cerchi di accreditare l’immagine di uno spaccone, un ballista, inesperto e avventurista, un venditore di sogni o pentolame con ciò replicando l’errore fatto con Berlusconi cui non a caso si attribuivano analoghi appellativi e le cui fortune politiche erano semplicisticamente spiegate con il controllo delle televisioni.
Favorirono sottovalutandolo  così una carriera politica tra le più lunghe e brillanti della storia Repubblicana che, per quanto inevitabilmente in fase discendente, è ancora lontana dalla sua conclusione.
Renzi vola alto e le sue mire vanno oltre quella di restare per qualche mese o anno a Palazzo Chigi. Vuole passare alla storia come colui che è riuscito a cambiare l’Italia.
La diagnosi dei mali del paese è facile come semplice è individuarne l’eziologia, per quanto in questi anni sia stata attuata una gigantesca azione di depistaggio.
La vera “casta” non è, infatti, quella dei “politici” ma di quei fasci conservatori che si sono insediati nei posti nevralgici del paese, ne succhiano la linfa e, soprattutto, si battono contro ogni tentativo, ancorché timido e parziale, di cambiamento.
Intendiamoci, non voglio con ciò assolvere la classe politica dalle sue responsabilità ché non hanno saputo opporsi a questo disegno per inettitudine, paura, compromesso o complicità ed hanno preferito il comodo ruolo di ancelle di quei poteri, di quelle forze reazionarie che non sono mai passate attraverso il vaglio del voto popolare, ma quello di un concorso, di una carriera più o meno automatica, di escalation per amicizie, frequentazioni, relazioni o connivenze e che hanno saputo tessere rapporti di reciproco interesse con il mondo finanziario, imprenditoriale, sindacale e persino culturale.
Se non si smantella questo sistema non vi è alcuna speranza di cambiamento.
Renzi lo sa bene e ne era cosciente anche Silvio Berlusconi che per anni, nell’indifferenza generale, denunciava come l’esecutivo fosse sostanzialmente inerme di fronte ad un sistema ed incrostazioni di potere che avevano la forza di vanificare ogni legge o provvedimento che non gli garbasse.
Se Renzi dice le stesse cose che il Cavaliere sostiene da lustri, perché il giovane Premier dovrebbe riuscire dove l’anziano Leader del centrodestra ha clamorosamente fallito? Berlusconi aveva molto da perdere: le sue aziende e probabilmente qualche scheletro nascosto.
Così quando gli si è scatenata  l'opposizione il Cavaliere ne è rimasto fiaccato e intimorito. Ha cercato, alla fine, di sopravvivere scoprendosi impotente, tradito dai suoi stessi alleati.
Renzi non aveva niente da perdere, se non una modesta carica di Sindaco, non ha verosimilmente alcunché da celare. Con il discorso di insediamento si è tagliato i ponti alle spalle. Quando, infatti, ha indicato un timing stringente per i provvedimenti che il suo governo intende prendere ha assunto un impegno che non potrà non onorare pena la perdita di ogni credibilità.
Un altro buon motivo per cui dovrebbe riuscire laddove il Cavaliere ha deluso sta nel fatto che mentre quest’ultimo aveva in Parlamento e nel paese un’opposizione feroce ed agguerrita, l’attuale Premier ha un patto con il Leader del centrodestra, nemmeno tanto segreto, i cui termini possiamo intuire nelle grandi linee.
La vera arma del neo Premier è tuttavia la sua leadership.
Nel suo discorso di insediamento al Senato Renzi è sembrato rivolgersi più al paese che ai Senatori stessi verso i quali ha avuto, a tratti, espressioni al limite dell’insolenza. Era un modo per far capire che non si aspetta niente dai membri di Palazzo Madama, non ha bisogno di loro perché la sua vera forza la troverà nel voto popolare che si terrà molto prima di quanto molti osservatori politici si aspettano.
E qui che la sua strategia si salda con quella di Berlusconi. Andare al voto in modo che Renzi possa ottenere quell’investitura popolare che ora gli manca e che gli consentirà di mettere il turbo alle riforme.

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