lunedì 30 maggio 2016

Le nuove paure che stanno svegliando l'Europa

Forse solo la paura convincerà l’Europa a smuoversi. A prendere quelle decisioni che molti ritengono essenziali per la sopravvivenza dell’Unione, ma che un Consiglio europeo dopo l’altro vengono regolarmente rimandate.
Secondo quanto scrive qualche giornale europeo, alcuni capi di governo dell’Ue, in particolare i leader di Germania, Francia e Italia, avrebbero dato mandato ai loro «sherpa» di preparare un Piano B, cioè un programma da attivare nel caso il referendum del 23 giugno portasse la Gran Bretagna fuori dall’Unione.
È probabile che lo stesso accada fra cinque mesi, alla vigilia delle elezioni americane e di fronte alla possibilità che Donald Trump sia il nuovo presidente. In un caso la paura è che l’abbandono di Londra porti alla disgregazione dell’Unione o comunque rafforzi il potere di ricatto di Paesi, come l’Ungheria, che si stanno sempre più allontanando dai valori fondamentali dell’Europa. Ci sono anche preoccupazioni più concrete. Ad esempio in campo militare: nel 2010 Parigi e Londra firmarono un accordo di cooperazione molto ampio che comprende anche l’armamento nucleare. Sopravviverebbe questo accordo alla Brexit?

Nell’altro caso, l’eventualità che Donald Trump sia il prossimo presidente degli Stati Uniti pone un dilemma all’Europa. Come scriveva domenica scorsa Alberto Alesina, è probabile che Trump, una volta eletto, dimentichi gran parte delle sue promesse.
Ci sono però due aree in cui il presidente degli Stati Uniti ha poteri esecutivi: gli accordi commerciali e quelli sul clima — che cancellerà per poi rinegoziarli su basi opposte a quelle da cui si è mosso Obama — e gli accordi di cooperazione militare, in primis la Nato. La richiesta di Trump che gli europei «si paghino la loro difesa» e cessino di cavalcare la spesa militare americana è popolare negli Stati Uniti, non solo fra gli elettori repubblicani.
Formalmente Trump ha torto. I Paesi della Nato contribuiscono alle spese dell’Alleanza ciascuno in proporzione al proprio reddito: gli Usa per il 22%, la Germania per il 15, Francia, Gran Bretagna e Italia sono intorno al 10. Ma la realtà è che gli Stati Uniti spendono oggi per la difesa una cifra che corrisponde al 3,5% del loro Pil, contro il 2% circa di Francia e Gran Bretagna e l’1% o poco più di Germania e Italia. E quanto gli Usa spendono al di fuori della Nato, ad esempio per garantire la copertura aerea notturna dei cieli di tutto il pianeta, beneficia anche noi. Pagarsi la Nato da soli, non riducendone i compiti, costerebbe agli europei almeno l’1% del Pil all’anno. È evidente che a quel punto l’Alleanza cesserebbe di esistere e verrebbe sostituita da una difesa comune europea.
Sono 60 anni, da quando è nata l’Ue, che gli europei parlano di difesa comune senza combinare nulla. Nemmeno l’Isis è riuscito a far superare le gelosie nazionali. Forse sarà Donald Trump a fare il miracolo, con ricadute positive sull’economia europea. Perché nel momento in cui dovessimo pagare il 100% della Nato dubito continueremmo ad acquistare aerei da caccia americani.
Da quanto si sa del Piano B pare che sia proprio la difesa l’area dalla quale si propone di partire per rispondere alla Brexit accelerando l’integrazione. Lo strumento saranno le «cooperazioni rafforzate», una previsione dei Trattati che consente ad un sottoinsieme dei 27 Paesi (o quanti ne rimarranno) di accelerare l’integrazione in alcune aree, ad esempio la difesa.
Nemmeno la paura, invece, pare essere in grado di far fare passi avanti all’integrazione economica. Qui mi aspetto che il Piano B sarà vago. Sia sulla possibilità di affiancare alla Bce uno strumento fiscale che consenta di controllare la domanda quando la Banca centrale, dopo avere ridotto i tassi di interesse a zero, non riesce più a farlo. Sia sulla possibilità di creare una rete di protezione finanziaria per i Paesi dell’euro, a cominciare da un’assicurazione europea sui depositi bancari e regole applicabili in concreto, non solo in teoria, nel caso una banca fallisca.
La possibilità che una nuova crisi di fiducia colpisca l’eurozona rimane significativa, forse più probabile della Brexit e dell’elezione di Trump. Ma evidentemente le teste (e gli interessi) di alcuni attori della politica europea sono più dure di quelle, pur non tenere, delle gerarchie militari.

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