domenica 25 febbraio 2018

Le Brigate Rosse conseguenza del 68

Nel suo articolo di giovedi 22 febbraio 2018, Pietro Schirru ha fatto “l'apologia” del 68. La causa di come e' oggi ridotta l'Italia e' da ricercarsi proprio dalla "deleteria" rivoluzione del 68. I "rimasugli" li riscontriamo oggi nei "centri sociali".  Nel 1969 avevo trent'anni e  4 figli. Dovevo lavorare "sodo", non avevo tempo da sprecare come i "sessantottini" figli di papa'. Il 68 mi e' passato sopra la testa. Il 68 va da un arco di tempo che va dal 1968, appunto, fino al sequestro Moro (1978). Dopo il dramma di Moro è rimasto soltanto il terrorismo, sconfitto nel 1988. 
Se si osservano le fotografie delle prime manifestazioni del 68, si vedono gli studenti in giacca e cravatta, ben pettinati, che contestano presumibilmente come avrebbero contestato i loro genitori. Una generazione ancora molto legata al mondo da cui proveniva. Basta guardare le fotografie di un anno dopo e si vedono barbe lunghe, maglioni sfatti, l’eskimo etc. Era cambiato tutto rapidamente. Il 68 è stata l'esplosione di una generazione occidentale, che andava dagli Stati Uniti (i figli dei fiori) a Francia, Germania, Italia, cioè la parte più ricca del mondo: non era la rivolta dei poveri contro i ricchi, era la rivolta dei figli contro i genitori. Il 68 sicuramente ha cambiato l'Italia in profondità, e ha purtroppo vinto; ha perso politicamente, ma la radice profonda del 68 (che era una rivoluzione totale dei costumi, era spazzare via la tradizione di un popolopurtroppo ha vinto. A questa considerazione alcuni rispondono che tutto ciò sarebbe successo comunque. Dal grosso serbatoio che era il mondo della sinistra italiana, quando è scoppiato il 68, cercavano una nuova sinistra, ma anche lì politicamente finisce tutto nel nulla. Rimasero solo le Brigate Rosse.  Quello che noi riconosciamo come 68 è il periodo in cui tutto esplode in tutto il mondo, in Italia in modo particolarmente violento. La conseguenza è che paradossalmente l'Italia del Grande Fratello non ci sarebbe senza il 68. In realtà il 68 è stato uno spazzare via un modo di essere, una tradizione che ha permesso di togliere il freno a tutto, al modo di come vivere la sessualità, i consumi etc.  Il 68 ha certamente spazzato via falsi miti: l'enfatizzazione di patria e dell'esercito, l'idea che l'autorità avesse sempre ragione, una certa ipocrisia nel vivere la vita famigliare, la fine di tanti formalismi. Il problema è che ha spazzato via anche le cose positive. Uno degli slogan del 68 era «vietato vietare»: quello è ciò che rimane oggi insieme ai "centri sociali" che con la scusa di combattere i "fascisti" (che non ci sono) impediscono gli altri di esprimere le loro idee e picchiano persone e poliziotti, esattamente come un tempo facevano i "fascisti". Oggi gli unici “fascisti” sono proprio loro. 
La storia non puo' essere cancellata e ricordare quanto di buono c'e' stato durante il fascismo non e' "apologia"Se volete capire perché mai l’Italia e’ ferma dal 1950 ad oggi, dovreste leggere il libro “Canale Mussolini” che ha vinto il premio letterario “Strega” nel 2010. L’autore Antonio Pennacchi (nato nel 1950), espulso dall’ex Msi, ex Comunista Stalinista, ex Sessantottino e dal 2007 iscritto al Pd, racconta tutta la storia dalla nascita all’affermarsi del Fascismo, la decisione di bonificare i territori, le guerre coloniali, la seconda guerra mondiale, lo sbarco di Anzio, la caduta del Fascismo e le incertezze della ricostruzione postbellica. Il vero protagonista del libro e’ il “Canale Mussolini”, quello che ha permesso alle terre dell’agro pontino di essere prosciugate. Diventarono abitabili per gli emigranti provenienti da zone dell’Italia settentrionale, con una agricoltura piu’ avanzata in particolare da Friuli, Veneto, Emilia, Romagna e Marche. Si “spaccarono” la schiena, in una coraggiosa opera di ingegneria idraulica. Pennacchi racconta la storia con grande lucidità e obiettività. Il Fascismo e’ stata una dittatura col consenso popolare. Coabitava con la monarchia e la chiesa. Aveva conservato molte leggi pre-fasciste. Gli italiani avevano una guida, si sentivano Nazione, ne erano orgogliosi. Un regime che promosse e attuò riforme sociali impensabili all’epoca. Ha introdotto moderne forme previdenziali (INPS, INAIL), servizi innovativi per la tutela dell’infanzia, delle madri, degli anziani, dei lavoratori. Rivoluzionò le strutture istituzionali e l’amministrazione statale. Incentivò la cultura e le arti figurative, rinnovò l’urbanistica. Influenzò l’architettura’ con uno stile originale italiano. I treni viaggiavano in orario. Lascia in eredità un numero enorme di opere pubbliche: edifici, strade, ponti, dighe, stazioni ferroviarie, università, 174 nuove città e borghi, bonificò aree malariche in diverse regioni per conquistare terra all’agricoltura. Istituiti l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale). Elettrificò l’intero Paese. Incentivò lo sviluppo delle industrie dell’automobile e della seta, la creazione di un moderno sistema bancario. Portò a compimento riforme epocali come quella scolastica e dei codici legislativi penale e civile. Gli idrovolanti italiani attraversarono l’oceano. Un regime che, in soli venti anni, portò un Paese rurale, povero e con il 35/45% di analfabeti, ad essere una delle potenze mondiali.  
Nonostante questi fatti incontestabili, se fossi vissuto in quell’era, per l’abolizione del diritto d’espressione, sarei stato di certo anti fascista come lo fu mio nonno Alfredo, considerato un “sovversivo” e piu’ volte purgato dagli “squadristi”. A Macerata, quando si preparava una manifestazione dei “fasci”, i carabinieri arrestavano preventivamente nonno e lo tenevano rinchiuso nella “camera di sicurezza” della caserma sino al termine dell’adunata
Nonno Alfredo ci lasciò nel 1958, ma ebbe il tempo di vedere l’inizio della “degenerazione” dei “liberatori” che avevano combattuto per i “diritti”, ma stavano diventando rapidamente dei “dritti”Come era nel suo stile, nonno obbiettivamente riconosceva che se, durate il “famigerato” ventennio, l’Italia fece un gigantesco balzo in avanti economico/sociale/culturale, lo doveva al fatto che il governo “governava”. Precedentemente, al tempo di Giollitti o degli altri presidenti, in Parlamento regnava l’“anarchia” e c’era una perpetua “gazzarra”: esattamente come dal 1950 ad oggi
Non e’ “apologia del fascismo” se si afferma che negli ultimi 68 anni non e’ stato realizzato neppure un decimo di quanto fatto nel “ventennio”. E’ una constatazione obbiettiva.

Brigate Rosse

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Brigate Rosse
Flag of the Brigate Rosse.svg
Bandiera informale delle Brigate Rosse.
Attiva1970 - 1988
NazioneItalia Italia
ContestoAnni di piombo
IdeologiaEstrema sinistra
Affinità politichePrima Linea
Rote Armee Fraktion
Componenti
FondatoriRenato Curcio
Margherita Cagol
Alberto Franceschini
Componenti principaliRenato Curcio
Margherita Cagol
Alberto Franceschini
Mario Moretti
Prospero Gallinari
Franco Bonisoli
Rocco Micaletto
Lauro Azzolini
Barbara Balzerani
Valerio Morucci
Adriana Faranda
Riccardo Dura
Giovanni Senzani
Bruno Seghetti
Raffaele Fiore
Luca Nicolotti
Attività
Azioni principaliSequestro Moro
Primi collaboratori di giustiziaMarco Pisetta
Patrizio Peci
Le Brigate Rosse (BR) sono state un'organizzazione terroristica italiana di estrema sinistra costituitasi nel 1970 per propagandare e sviluppare la lotta armata rivoluzionaria per il comunismo.
Di matrice marxista-leninista, è stato il maggiore, il più numeroso e il più longevo gruppo terroristico di sinistra del secondo dopoguerra esistente in Europa occidentale[1][2].
In base ai racconti di alcuni dei principali militanti, la decisione di intraprendere la lotta armata sarebbe stata presa in un convegno tenuto nell'agosto del 1970 in località Pecorile, comune di Vezzano sul Crostolo (RE) a cui partecipò un centinaio di delegati dell'estremismo di sinistra provenienti da MilanoTrentoReggio Emilia e Roma[3]. Nell'organizzazione confluirono i militanti del cosiddetto «gruppo reggiano», tra cui Alberto Franceschini, quelli del gruppo proveniente dall'Università di Trento, tra cui Renato Curcio e Margherita Cagol, e quelli del gruppo di operai e impiegati delle fabbriche milanesi Pirelli e Sit-Siemens.
Le prime azioni rivendicate come «Brigate Rosse» risalgono al 1970, e continuarono con il massimo dell'attività tra il 1977 e il 1980. Dopo una fase di cosiddetta «propaganda armata» con attentati dimostrativi all'interno delle fabbriche e sequestri di dirigenti industriali e magistrati, dal 1974 al 1976 vennero arrestati o uccisi i principali brigatisti del gruppo iniziale. Da quel momento la direzione dell'organizzazione passò ai brigatisti nel nuovo Comitato Esecutivo in cui assunse un ruolo determinante Mario Moretti, che potenziarono notevolmente la capacità logistico-militare del gruppo, estendendo l'azione – oltre che nelle città del Nord – anche a Roma e Napoli, moltiplicando gli attacchi sempre più cruenti contro politici, magistrati, industriali e forze dell'ordine.
Momenti culminanti dell'attività del gruppo furono l'agguato di via Fani e il sequestro Moro nella primavera 1978; con il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro le Brigate Rosse sembrarono in grado di influire in modo decisivo sull'equilibrio politico italiano e di poter sovvertire l'ordine democratico della Repubblica.
L'organizzazione entrò in crisi nei primi anni ottanta per il suo irreversibile isolamento all'interno della società italiana e venne progressivamente distrutta grazie alla crescente capacità di contrasto da parte delle forze dell'ordine, e anche grazie alla promulgazione di una legge dello Stato italiano che concedeva cospicui sconti di pena ai membri che avessero rivelato l'identità di altri terroristi. Nel 1987 Renato Curcio e Mario Moretti firmarono un documento in cui dichiaravano conclusa l'esperienza delle BR.
Secondo l'inchiesta di Sergio Zavoli La notte della Repubblica, dal 1974 (anno dei primi omicidi ad esse attribuiti) al 1988 le Brigate Rosse hanno rivendicato 86 omicidi[3]: la maggior parte delle vittime era composta da agenti di polizia e carabinieri, magistrati e uomini politici. A questi vanno aggiunti i ferimenti, i sequestri di persona e le rapine compiute per «finanziare» l'organizzazione.
Renato Curcio ha calcolato che 911 persone sono state inquisite per avere fatto parte delle BR[4], alle quali vanno aggiunte altre 200-300 persone facenti parte dei vari gruppi armati che dalle BR si staccarono (Partito Comunista Combattente, Unità Comuniste Combattenti, Partito Guerriglia, Colonna Walter Alasia).
La denominazione Brigate Rosse è ricomparsa, dopo anni di assenza, nel 1999, per rivendicare nuovi cruenti attentati nel periodo 1999-2003. In un comunicato emesso nel 2003 dalla Procura della Repubblica di Bologna l'organizzazione veniva considerata ancora attiva con nuovi componenti[5].

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