lunedì 11 aprile 2016

Magari fossimo a Panama

Ma ditemi la verità: voi preferireste vivere in Paradiso o all’Inferno? No, perché a leggere i commenti degli indignati di professione oggi sui giornali, sembrano tutti scandalizzati per la storia dei Panama Papers, cioè per quei ricconi, big del mondo, vip, campioni, attori e capi di Stato, che avrebbero occultato i loro soldi, destinandoli a società offshore panamensi ed eludendo così il fisco per decine o centinaia di milioni. “Ladri”, “evasori”, “ricchi” (ché la ricchezza, per alcuni, è già di per sé motivo di insulto), è il grido unanime, rivolto a tutti i grandi che figurerebbero nella lista nera, dal calciatore Messi a Luca Cordero di Montezemolo, dal presidente ucraino Poroshenko al presidente russo Putin (sì, anche il fiero avversario dell’Occidente capitalista, quando può, coglie tutte le opportunità del liberismo. Ma questo è un altro discorso…).
Ebbene poi capita che lo stesso giorno vengano fuori gli ultimi dati Istat sulla pressione fiscale media in Italia e si scopra che nel 2015 ha toccato la quota quasi record del 43,5%, superando i livelli del 2014 e del 2013 (quando si era attestata rispettivamente al 43,1 e al 43,4), oltre le più rosee stime del governo, che come sempre non ci ha azzeccato. E questo senza considerare il carico fiscale sulle sole imprese,  il cosiddetto total tax rate che nel nostro Paese raggiunge la cifra folle del 64,8%, numeri enormi se paragonati a quelli di altri Stati europei, dalla Spagna dove tocca il 58, alla Germania dove sfiora il 50 allaGran Bretagna, in cui è appena del 34%. In sostanza, nel nostro Paese, due terzi dei guadagni le imprese devono versarli allo Stato. E le aziende, fino ad agosto, lavorano solo per foraggiare la Bestia dell’apparato pubblico, riservandosi di poter pensare al proprio utile (quando e se ci riescono) solo gli ultimi quattro mesi. Be’, in un Paese così, è impossibile non solo vivere ma anche lavorare e pagare le tasse. E da un Paese così viene tanta voglia di fuggire, non solo per cercare lavoro ma soprattutto per cercare un po’ di ossigeno rispetto all’oppressione fiscale. Altro che rientro dei cervelli (e dei portafogli) in fuga…
E così ti imbatti nel caso-Panama. Che è uno Stato molto ambito per i depositi finanziari di oligarchi, campioni e capi di Stato non solo per le spiagge e il clima, e non solo perché, in un lembo di terra, unisce due sub-continenti e mette in collegamento due oceani. Ma soprattutto perché al suo interno quel mostro chiamato Fisco non ha pressoché alcun peso, perché nel caso peggiore – di grandissimi guadagni – le tasse sul reddito raggiungono il 26%, quelle sulle rendite sono nulle, si può detrarre tutto, dalle tasse universitarie alle spese auto fino alle spese mediche e di farmacia, l’Iva è ferma al 7%, c’è un’esenzione fiscale totale sugli immobili per 20 anni nel caso di nuovo acquisto (altro che abolizione della Tasi sulla prima casa) e non ci sono mai prelievi forzosi sui conti in banca né tanto meno controlli occhiuti da Grande Fratello fiscale…
Be’, in un posto del genere, viene forte la tentazione di viverci, trasferendo oltre che se stessi anche i propri soldi. Ed è una tentazione che viene a tutti, mica solo ai grandi del mondo; viene anche ai comuni mortali i quali, costretti a vivere tra i dannati tartassati, sperano di godere un giorno della luce dei beati senza fisco.
E già, se l’Inferno sono le tasse, il girone degli evasori si trova in Paradiso.

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