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lunedì 12 maggio 2014

Le baby prostitute piacciono

Le baby prostitute piacciono. L’idea che ragazzine di 15-16 anni si vendano intriga. Non sto parlando dei loro clienti, che, in quanto tali, sono la dimostrazione che quel genere di offerta può contare su una significativa domanda. Sto parlando del mondo dell’informazione. E parlo anche delle baby in questione. Articoli e servizi televisivi escono in continuazione, con la scusa della denuncia e dello scandalo, ma, in realtà, usando gli argomenti dell’istigazione e del compiacimento.

Per affrontare il tema dobbiamo accantonare ogni moralismo. Il mercato della prostituzione è sempre esistito e sempre esisterà. Regolarlo e regolarizzarlo sarebbe saggio, non solo perché potrebbe derivarne un gettito fiscale, offrendo in contropartita protezioni sociali (non quelle dei papponi), ma perché si tratta di un mercato nel quale può ben esistere, ed esiste, la libera scelta. Da una parte e dall’altra. Scelta che non danneggia terzi. Come in tutti i mercati in cui si regola la libertà se ne proibisce la coartazione, quindi si punisce comunque la riduzione in schiavitù. Resa più facile dalla clandestinità. Ma, appunto, per ragionare, si devono accantonare i moralismi: l’idea che ci si rovini al casinò è disdicevole, ma non per questo vanno chiusi.

Torniamo alle baby che si prostituiscono. Sotto la maggiore età resta un reato. Ma quel reato piace. Per rendersene conto basterà osservare il modo in cui viene illustrato: fanciulle distese sul letto, con gonnellini essenziali; gambe scoperte e accavallate, inguantate in calze a rete; spacchi vertiginosi; alcove sfatte; scarpe che cadono, dopo aver ciondolato ai bordi di un sofà, e così via. Tutte immagini che, naturalmente, non si riferiscono ai fatti specifici che si commentano. Tutte foto realizzate con modelle e in posa. A leggere gli articoli e a seguire l’audio si colgono le parole della condanna, ma il messaggio d’insieme è di propaganda. Più che a mettere in guardia i genitori serve a sollecitare il desiderio dei clienti. Cui si fornisce anche un alibi “culturale”, continuando a chiamare “Lolita” la giovane prostituta.
Quel modo di raccontare le cose è accattivante anche sul lato dell’offerta, fra le giovani potenzialmente candidate: si intervistano le protagoniste e quelle ti raccontano che durante le sessioni bastava pensare ad altro, mentre con i proventi si possono comprare vestiti firmati, gadget alla moda, permettersi lussi e sfizi. Ecco cosa hanno detto due minorenni liguri, una volta intervenute le forze dell’ordine, avvertite dalla denuncia di un cliente, che giunto sul luogo dell’appuntamento ha capito di avere a che fare con due post-bambine: “Abbiamo letto sui giornali di quelle ragazzine di Roma che si prostituivano. E che guadagnavano 5-600 euro al giorno. Mitico, ci siamo dette. E’ così è cominciato tutto”. Non è necessario aggiungere altro.
A questo punto scatta la molla autoassolutoria: per forza che capitano queste cose, perché quello è l’esempio che viene dall’alto e dalla televisione, ove tutti sono disposti a tutto pur di diventare idoli. C’è del vero, ma è troppo comodo. Giriamo la frittata: quello è lo spettacolo che va per la maggiore perché quelli sono i gusti e gli istinti del pubblico. Un lato non esclude l’altro. Anzi, vanno assieme. Il fatto è che si è imboccata la strada della deresponsabilizzazione individuale, con la scusa che tutte le colpe e tutti i vizi sono collettivi, della società, del sistema. Così procedendo abbiamo posposto il valore delle scelte personali e anteposto quello del riconoscimento da parte del pubblico. Abbiamo ammazzato il mito di Superman: l’eroe che agisce per il bene, ma resta anonimo. L’importante è non essere anonimi, e chi se ne frega del bene. Anche se la fuga dall’anonimato corre verso la più anonima delle pozze, quella in cui ci sono i vestiti firmati e i marchi che fanno status.
Quelle ragazze sono figlie di madri che pretendono di non essere madri, ma eterne giovini in costante attività esibizionistica. Di madri che non si vestono da madri, ma da militi del rimorchio. E sono figlie di padri che non sono padri, la cui assenza fisica è il coronamento dell’assenza educativa: non proibiscono, non s’impongono, non prendono il peso di avere magari torto, ma pur sempre con autorità. Di padri che si vestono da giulivi fancazzisti: colori, foulard vaporosi, magari un po’ di cremina attorno agli occhi. Sono figlie nostre. Non sono solo loro a essere baby, è che vivono in un ambiente di minorenni invecchiati senza mai essere diventati grandi. Di ipocriti che fingono di scandalizzarsi e intanto guardano la coscia o contano gli incassi. “A mia madre avevo detto che spacciavo droga”, e quella aveva suggerito: sta attenta. Non si preoccupi, signora, lo spaccio è ormai depenalizzato.
Nessun moralismo. Non serve. Dico solo che se non si è neanche capaci di riconoscere il modo in cui diciamo e descriviamo le cose, individuandone il senso, è segno che la deresponsabilizzazione è sfociata nell’irresponsabilità.
Davide Giacalone

giovedì 8 maggio 2014

L'offensiva esaurita di Matteo Renzi

L'Opinione - Se è vero, come insegnano i testi di strategia militare, che le offensive non possono andare avanti all’infinito ma tendono inevitabilmente ad esaurirsi, bisogna prendere atto che l’offensiva di Matteo Renzi sulle riforme e sulle iniziative concrete contro la crisi ha subito una frenata fin troppo brusca nel momento meno propizio. Cioè a sole tre settimane dalla conclusione di una campagna elettorale che nelle intenzioni del Presidente del Consiglio avrebbe dovuto frenare l’ascesa di Beppe Grillo, certificare il tramonto di Silvio Berlusconi e celebrare un plebiscito nei confronti della sua azione di Governo.
Può essere che l’offensiva renziana riesca a riprendersi nelle ultime due settimane di campagna elettorale. Ma al momento non si può non registrare come gli obiettivi che Renzi si proponeva di conseguire con la velocità della propria azione riformatrice sono ben lontani dall’essere raggiunti.

Gli ottanta euro nella busta paga di dieci milioni di lavoratori dalla fine di maggio, che dovevano essere il volano per il plebiscito in favore del Premier e del suo partito, sono stati bollati dagli avversari come una “mancia elettorale”. E, soprattutto, risultano di fatto vanificati da una raffica di aumenti di tasse e tariffe che azzereranno i benefici per la fascia privilegiata e si scaricheranno sulla maggioranza dei cittadini esclusa dagli aumenti. L’unica operazione concreta (il promesso taglio dell’Irap è stato ridicolo) per rilanciare consumi e crescita si è, dunque, rivelata un boomerang. E lo stesso è successo con il percorso delle riforme. Quanto avvenuto al Senato ha confermato in maniera addirittura clamorosa come le fratture all’interno della maggioranza rendano indispensabile il sostegno di Forza Italia per la realizzazione di qualsiasi progetto di cambiamento.
È difficile prevedere se e quanto questa frenata dell’offensiva riformatrice di Renzi potrà incidere sul risultato elettorale. Ma già da adesso il Premier è costretto a prendere atto che la speranza del plebiscito a suo favore ha subito un colpo pesante. E che i suoi principali concorrenti, Grillo da un lato e Berlusconi dall’altro, non solo non sembrano subire arretramenti o tramonti di sorta, ma appaiono in grado di sovvertire tutte le previsioni negative che erano state fatte nei loro confronti. Grillo è in grado di continuare a monopolizzare l’area della protesta diffusa nel Paese. E Berlusconi ancora una volta risulta artefice di una campagna elettorale capace di recuperare consensi in un popolo di moderati che non vede altri punti di riferimento al di fuori della sua persona.
Certo, per Renzi non è questo il momento di stabilire colpe e responsabilità nella frenata dell’offensiva riformatrice. La campagna elettorale è ancora in corso. Ma una prima riflessione sulla scarsa tenuta della propria maggioranza e del proprio partito, oltre che sull’inconsistenza dei propri alleati, è bene che il Presidente del Consiglio incominci a farla. Perché non sarà il voto del 25 maggio a risolvere le fratture e le resistenze che vengono dall’interno della sua coalizione e dello storico blocco sociale del suo partito. Ma, di sicuro, il voto potrà solo accentuare le tensioni e creare le condizioni per una fase sempre più turbolenta e precaria della legislatura. Non a caso nel Partito Democratico si incomincia a parlare sempre più insistentemente della necessità che Renzi punti alle elezioni anticipate. E Berlusconi, visto il fallimento del Nuovo Centrodestra e dei centristi, rilancia l’ipotesi di larghe intese per le riforme.
Escluso il plebiscito, infatti, gli effetti del voto europeo possono essere o le elezioni anticipate o una nuova versione delle larghe intese!

domenica 27 aprile 2014

25 aprile, la storia immobile

Passano gli anni, ma le commemorazioni del 25 Aprile si ripetono sempre uguali a se stesse. Bandiere, gagliardetti partigiani, canti e rievocazioni radiofoniche in cui le voci dei protagonisti si fanno di anno in anno sempre più fievoli, in un copione che mostra però una struttura immutabile, e la sostanziale parzialità delle ricostruzioni che si ripetono, sempre uguali a se stesse al di là dei lavori degli storici, nella vulgata avvalorata ciclicamente dai mezzi di comunicazione di massa. 
Così uno snodo importantissimo nel processo di affrancamento dell'Italia da un regime totalitario e dalla guerra civile diventa una specie di scoglio inamovibile e insuperabile per la costruzione di una più autentica e condivisa coscienza nazionale: la quale ha visto un contributo importante nell'azione spesso eroica dei non numerosi partecipanti alla Resistenza, ma ha finito per «costringerci» a dimenticare la realtà delle cose: il ruolo determinante degli Alleati, la realtà di un regime liberticida e odioso, certo, colpevole anche di aver voluto una guerra suicida, ma che era stato sostenuto da un'ampia base sociale; e la presenza di una sinistra altrettanto totalitaria, nella quale confluirono in poche settimane moltissimi esponenti della "destra sociale" fascista e repubblichina. Tutte verità dure da contestare, che si è preferito, nelle cerimonie ufficiali, mimetizzare dietro il velario della mitologia resistenziale. Ma così si è in qualche modo impedita una persuasiva elaborazione collettiva di uno dei passaggi più tragici e complessi della nostra storia recente. 
Il monopolio della verità è sempre nocivo e illiberale. Questo monopolio, che si vuole mantenere in piedi a costo di forzature, di voli retorici e di censure, è in fondo alla base della incapacità della sinistra postcomunista italiana di diventare moderna. Servirà forse per mantenere una sorta di «maggioranza ideologico-culturale» nel Paese, per rivendicare una discutibile «primogenitura» nella costruzione dell'Italia «liberata», per alimentare una sorta di «mito dei migliori». In fondo, la stessa proclamata differenza «antropologica» millantata dalla Sinistra per il suo modo peculiare di concepire la lotta politica trae spunto proprio dal mantenimento di questa tradizione. Ma a che prezzo? Una delle grandi sfide di Renzi – che come è noto appartiene ad una generazione ormai lontana da quelle vicende – sarà proprio quella di offrire l'occasione agli Italiani per elaborare una visione meno imbalsamata della Resistenza e della storia di quegli anni. È una sfida che dovrebbe interessare tutti gli Italiani, ma prima di tutto il suo partito, che proprio per voler mantenere questa sorta di «narrazione selettiva» della verità resta profondamente arretrato.
Marco F. Cavallotti

Berlusconi ha fallito, ma non e' il solo

L’idea che in questi ultimi vent’anni Forza Italia abbia fallito i suoi scopi, e che essa avrebbe dovuto fare ciò che sta tentando di fare Matteo Renzi è piuttosto diffusa. Tanto che parecchi elettori di centrodestra potrebbero votare per la sinistra. Ciò pone alcuni interrogativi. Perché Forza Italia ha fallito? Renzi riuscirà a fare ciò che non è riuscito a Forza Italia? E nel caso, perché lui sì ed altri no? Sul futuro è inutile pronunciarsi. I motivi per essere pessimisti sulle realizzazioni dell’attuale Primo Ministro sono molto numerosi, ma non è il caso di raffreddare le speranze degli italiani, soprattutto dopo che per tanti mesi ed anni la luce in fondo al tunnel l’hanno vista soltanto i ministri.
Riguardo al passato, innanzi tutto va notato che, se si parla di vent’anni, si commette un falso storico. Non è che durante tutto questo tempo il centrodestra sia sempre stato al governo e il centrosinistra sia stato sempre all’opposizione. Se dunque si ritiene che i provvedimenti ventilati da Renzi siano necessari, e se non li hanno realizzati neanche i governi di Prodi, D’Alema, Monti e Letta, le colpe vanno attribuite anche a loro. Se poi si sostiene che quelle riforme non avrebbero potuto realizzarle perché presenti soltanto nel programma del centrodestra, e che viceversa il merito di Renzi sia proprio quello di volerle varare, malgrado la loro origine, bisognerebbe in primo luogo dare al centrosinistra il torto di non avere visto per decenni la loro opportunità; in secondo luogo, bisognerebbe vedere se lo stesso partito di centrosinistra che in passato le ha osteggiate ora permetterà a Renzi di portarle a compimento. E comunque di una cosa possiamo essere sicuri: non le avrebbe permesse al centrodestra.
Un politologo colto ma schizzinoso come Galli Della Loggia sostiene che la colpa di quanto avvenuto in passato sia di Silvio Berlusconi. Questi avrebbe pensato solo a sé stesso, si sarebbe circondato di mezze figure, e in realtà non avrebbe voluto che vincere le elezioni per poi non far nulla. Le spiegazioni sommarie hanno un loro fascino, ma con lo stesso stile sommario si può rispondere che, ammesso che Berlusconi non avesse nessun serio interesse a riformare – per dire – le leggi sul lavoro, aveva o non aveva un interesse a varare una riforma della giustizia che lo proteggesse dalla persecuzione giudiziaria? O Galli Della Loggia sostiene che egli non ha avuto neanche questo interesse?
La verità sembra essere un’altra. La combinazione del nostro sistema di governo, consacrato nella Costituzione, e il sostanziale immobilismo della nostra nazione, hanno impedito ogni seria riforma perché ogni seria riforma disturba qualcuno. E in un mondo politico in cui i piccoli partiti detengono la golden share, spesso i più grandi devono inchinarsi ai loro diktat. Attualmente un partito insignificante e forse destinato a sparire, come il Ncd, può far cadere il governo Renzi; e se non lo fa è soltanto perché ha una dannata fifa delle elezioni. Se viceversa le minacce di Alfano fossero credibili, per esempio a proposito dell’attuale decreto sul precariato, Renzi, Del Rio, Poletti e gli altri correrebbero ad assicurargli che gli obbediranno. È stato così per molti decenni. Chi si sentirebbe, onestamente, di rimproverare a Prodi la sua sostanziale immobilità, dal 2006 al 2008? Il poverino lavorava ventiquattr’ore al giorno per compiere il miracolo di tenere unita la coalizione. Per quanto riguarda lo stesso Berlusconi, chi ha dimenticato la guerra intestina dichiaratagli all’inizio da Bossi, poi dall’Udc (indimenticabile lo stile di Follini), poi da Fini? Il suo carro ha sempre avuto più bastoni fra le ruote che ruote.
Per il passato potrebbe dirsi che il fallimento è stato della “formula Italia”. E se Renzi riuscisse a “fare qualcosa” sarebbe come conseguenza di due nuovi fenomeni: in primo luogo gli italiani sono talmente disperati, che mentre prima hanno rifiutato le pillole ora prendono in considerazione l’operazione chirurgica; in secondo luogo, se le riforme di cui si parla (tassare gli interessi dei depositi dei proletari, alle Poste! tagliare gli stipendi dei magistrati! non tenere conto del parere dei sindacati!) le avesse proposte il centrodestra, avremmo visto la testa di Berlusconi su una picca. E la picca sarebbe stata sostenuta dal Pd.
In realtà, dubitiamo che Renzi riesca a condurre in porto alcune delle sue riforme proprio perché esse hanno un sapore di centrodestra. E c’è una seconda, anche maggiore ragione di pessimismo: tutte le riforme richiedono denaro. Da noi aumentare di molto la pressione fiscale è impossibile per ragioni economiche e cambiare il quantum della spesa erariale è impossibile per i trattati internazionali sottoscritti. A Renzi non rimane che camminare sull’acqua: e noi gli auguriamo di riuscirci.
Gianni Pardo
pardonuovo.myblog.it

martedì 22 aprile 2014

"La Repubblica" alla base di tante sciagure italiane

La selezione fu oculata assai. Tutte e tutti avevano accesso a fonti di informazioni alternative o ben integrative alle notizie controllate o dalla Democrazia Cristiana o dal Partito Comunista Italiano, suo eterno acerrimo avversario politico ma circospetto consociato nella gestione del potere.
Alcuni redattori provenivano dal quotidiano romano del pomeriggio “Paese Sera”, medesima sede centrale de “l’Unità”, medesima matrice comunista, possibile intercambiabilità di uomini e articoli, ma più attenta, come testata, a talune scapigliature della borghesia romana. Per scrivere per l’Unità bisognava essere membri del Pci, per “Paese Sera” non necessariamente.
Nella redazione del nascendo giornale, le api regine e i calabroni, di cui tra un momento, ronzavano in mezzo allo sciame di frequentatori diurni dei gruppi parlamentari e dei portaborse di politici di spicco, nonché dei loro padroni, e dei dirigenti dei ministeri, nonché dei ministri stessi ronzavano.
Ma il nocciolo duro, quello che avrebbe fatto la differenza rispetto ad altri organi d’informazione – ai tempi quasi tutti ingessati dai due partiti dominanti che nominavano in Rai e in Ansa i loro pupilli – era costituito da giovani e meno giovani donne e uomini direttamente imparentati o in intimi rapporti con esponenti dei centri di potere dominanti o dei salotti bene della capitale: figlie o compagne, figli o amici di vertici militari, di sindacalisti di massimo livello, di gruppi industriali dell’auto e dell’acciaio e del petrolio, di commissari a Bruxelles dell’allora Cee, la Comunità Economica Europea, di partecipate statali come le aziende dell’Iri, dell’Istituto di Credito per le Imprese di Pubblica Utilità, ICIPU, di analoghi possenti erogatori di mezzi finanziari per iniziative sostenute con il beneplacito dei politici.
Cofondatore con Scalfari fu, non a caso, Carlo Caracciolo, imprenditore editore legato con vincoli culturali e di sangue, alle famiglie Agnelli e Falck, tanto per nominarne due.
Faccio un’eccezione alla mia regola di non parlare di io, spesso il buco nero della personalità di tanti giornalisti. Dirò quindi che, corrispondente dell’Ansa a Bruxelles, ebbi, nelle settimane della messa a punto del giornale, alla fine del 1975, contatti gradevoli, per quanto fugaci, con Mario Pirani Cohen (era amico di Barbara Spinelli, allora mia collega nei quotidiani briefing in sala stampa a Bruxelles) e, pochi giorni dopo, con Scalfari stesso, a Roma. Lui stesso mi spiegò che se un intellettuale era quasi costretto a comprare ogni giorno il “Corriere” e “l’Unità”, con “La Repubblica” non sarebbe stato più necessario.
Il clima era euforico.
L’iniziativa editoriale piaceva poco invece a un’altra collega, Vera Vegetti, funzionaria del Pci e brillante corrispondente da Bruxelles del quotidiano fondato da Antonio Gramsci: mi espresse l’opinione che “La Repubblica” nascesse in funzione anti-Pci. Era comprensibile il suo punto di vista. Avvezza a una struttura verticistica del suo partito, che aveva già subito la scissione del “Manifesto”, un’altra iniziativa sedicente di sinistra non poteva piacerle.
Era, nell’insieme, una redazione con canali privilegiati con i potenti i quali, come spesso avviene tra loro, si divertivano a fare le gole profonde o per sfizio o per danneggiare qualche diretto avversario nella struttura in cui operavano o in una struttura concorrente.
Gli effetti dirompenti si fecero notare subito. “La Repubblica”, quotidiano giovane, fu ben presto anche molto fresco: le notizie erano di giornata! Tutti i suoi cronisti erano spinti da una nevrotica esigenza di distinguersi, spinta fruttuosa nel giornalismo, ché nulla c’è di meglio di reporter che decidano di cantare fuori dal coro. Fare lo scoop, dare buca a un concorrente erano le parole d’ordine.
Purtroppo in tante battaglie che si svolgevano alle spalle della redazione tanti giornalisti divennero, per dirla col poeta, strumenti ciechi di occhiuta rapina. Un esempio? La copertura della Borsa di Milano fu intensa e, a tratti, avventurosa, tanto da prestare il fianco a critiche di operare senza scrupoli, a vantaggio di speculatori dal fitto pelo sullo stomaco. Le critiche non vennero mai approfondite. Girarono addirittura voci di insider trading, ma furono tutte critiche che si rivelarono maldicenze di collegi malmostosi di altre testate.
Sella linea politica del giornale i timori di Vera Vegetti si dimostrarono fondati nei primi anni, dal punto di vista dell’ortodossia Pci almeno.
Ma né lei né altri avrebbero potuto immaginare che un giornale di sinistra avrebbe avuto una linea politica del tutto dipendente da un ristretto numero di intelligenze attente più agli equilibri economici di banche e grandi industrie vicine alla proprietà del giornale che alle sottili diatribe politiche cui l’Italia era abituata. Avvezzi tutti al potere suadente della Democrazia Cristiana e alla granitica struttura del Partito Comunista Italiano, nessuno poteva supporre che un gruppo di giornalisti, ben finanziato, potesse sparigliare il sistema d’informazione nazionale e usare termini crudi per favorire gli interessi non di una parte o dell’altra dello schieramento nazionale bensì i poteri forti che rappresentava e di cui proprietà e redazione erano antenne e tentacoli. Una lobby trasversale a sé stante, insomma, dicevano i soliti invidiosi degli altri quotidiani che vedevano erodersi diffusione e proventi pubblicitari.
Tuttavia non poteva non notarsi che, agli albori dell’Eurocomunismo di Enrico Berlinguer – poi dissoltosi nella vaghezza del nulla –, l’operazione “La Repubblica” ambiva a sostituire al potere della sinistra ortodossa genere Cominform una nascente sinistra dei poteri altri. Poteri forti? Chissà.
Quando nella seconda metà degli anni Ottanta Carlo De Benedetti, industriale e finanziare, entrò nella compagine azionaria del gruppo Espresso-La Repubblica la sua solidità finanziaria si accrebbe.
Tralascio le campagne politiche – e non giornalistiche – tra la sua nascita e il 1994, ché non furono esse che qui intendo rievocare per fare riflettere sulle strane vicende della testata.
Devo dire però, oggi che guardo a quegli eventi con gli occhi dalle sopracciglia bianche, che fu percorso spesso legato a sostenere uomini strani più legati a poteri locali di stampo affaristico che non a correnti di pensiero riformatore.
E devo rammentare le simpatie di “La Repubblica” per Ciriaco De Mita allora – e ancora oggi, trentacinque anni dopo essere stato presidente del consiglio –, uomo di potenza ad Avellino, insieme con i suoi eredi. Fu il politico che collocò Romano Prodi ai vertici dell’Iri che ben presente e attivo era nel Sud. De Mita fu Ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno. Di certo il suo criptico linguaggio doveva e deve dire qualcosa di rilevante e più che comprensibile per gli interessi del Gruppo editoriale che ruotava intorno a Eugenio Scalfari e alla sua equipe giornalistica.
Durante le apparizioni del politico Irpino della sinistra democristiana a Bruxelles, il suo Italiano – alla faccia della presentabilità in Europa – faceva ridere, rammento, i colleghi inglesi e tedeschi, che conoscendo un po’ di Italiano, si prendevano la briga di assistere alle sue conferenze stampa in chiusura dei Consigli europei della fine degli anni Settanta.
I cronisti della “Reuter” o della “Die Welt” mi chiedevano, divertiti, cosa mai avesse detto il Presidente del Consiglio italiano. Ricordo che dovevo ammettere che non avevo capito bene neanche io – cosa per loro giocosa, ma per me tragica poiché dovevo decifrare le sue oscure espressioni e scrivere un pezzo.
Devo anche rievocare la comprensibile avversione per Bettino Craxi che si oppose, con Silvio Berlusconi, alla svendita a De Benedetti della Sme, la finanziaria Iri dell’alimentazione. L’Iri era allora guidata proprio da Romano Prodi. (Tra parentesi: fallito l’affare De Mita-Prodi-De Benedetti la Sme venne poi venduta alla Nestlè a un prezzo ben più alto – un’operazione di dubbio vantaggio per l’Italia come altre vendite di gioielli di famiglia dell’Iri, ma fecero vantare il professore di Bologna di avere risanato i fallimentari bilanci della holding di Stato).
Non si può poi non ricollegare il comportamento degli ultimi vent’anni alla matrice di lobby trasversale originaria del quotidiano fondato da Scalfari e Caracciolo e rafforzato da De Benedetti e amato da Prodi. Ad ascoltare i frequenti interventi in televisione di tanti boiardi di Stato passati da banche a gestioni di società pubbliche e viceversa in un vado e torno e torno e vado che non sarebbe stato possibile in alcun altro paese occidentale, i toni cari a “La Repubblica” sono tenuti da loro nella massima considerazione. Così anche da parte di taluni magistrati impegnati in politica come sindaci o parlamentari o consiglieri regionali.
Il loro travolgente antiberlusconianismo – che lunga parola – senza se e senza e che prescinde da funzioni istituzionali o schieramenti intellettuali di appartenenza non può non fare pensare che rifletta appieno la vocazione de “La Repubblica” di perseguire una propria politica indipendentemente dagli schieramenti partitici, come è nella sua natura, fin dalla nascita appunto.
Il fatto grave è che il quotidiano romano – e chi ne propala le visoni – non ha mai approfondito i punti di divergenza con la politica economica dei governi Berlusconi. Né ha mai fornito proprie posizioni alternative che potessero catturare l’attenzione dell’opinione pubblica sui temi vitali nella vita dell’Italia.
Esso – e loro – si sono dedicati con tenacia a tre direttive d’azione.
La prima è stata quella di ricorrere a slogan di facile appiglio per gli insoddisfatti tra la gente e per gli incerti tra i politici (si è visto quanto essi siano sensibili alle critiche negli ultimi mesi mentre twitter imperava) e di battere sull’immoralità sessuale di Berlusconi e di chiunque avesse a che fare con lui. È un terreno mai percorso – giustamente – quando personaggi di spicco dell’economia e della politica si erano abbandonati comportamenti ben più disinvolti del Cavaliere.
La seconda è stata quella di aprire inchieste su malversazioni di politici di Forza Italia e del Pdl non avendo mai fatto analoghi sforzi per esponenti politici di drine, camorre e mafie che ancora oggi sono impuniti per passate azioni e per continuare a essere in combutta con la malavita. Qui siamo alla sponda giustizialista di una magistratura che sembra esercitare l’obbligatorietà dell’azione penale a proprio piacimento.
La terza è stata l’appropriarsi gradualmente della base del Pd, soprattutto quella più giovanile e immatura e quella radicale per temi sindacali e sociali.
È vero: stanno emergendo ora conferme sulle battaglie contro Berlusconi scatenate dai poteri forti che cui lui stesso alludeva fin dai primi anni della sua scesa in campo.
Ma c’è di più ed è qui che alla legittima lotta contro l’avversario politico si sovrappone – o si coglie nello sfondo – qualcosa di più grave, cioè il fatto che il partito degli interessi vicino a “La Repubblica” sia riuscito a delegittimare persino chi contro Berlusconi si batteva in chiave meramente culturale e sanamente politica, il Pd.
La sovrapposizione si è appalesata quando, nonostante la tragica situazione sociale del Paese, l’estremismo autoreferenziale de “La Repubblica” ha portato prima al vano tentativo di Pier Luigi Bersani di portare il Movimento 5 Stelle nella maggioranza di sinistra, almeno al Senato dove gli occorreva per governare senza controlli (con Prodi al Quirinale: l’anticamera di un regime che più regime non si poteva) e poi, fallito il bieco piano e tornato Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica, alla sua incapacità di mettere insieme una grande colazione Pdl-Pd che non poteva non avere capito essere necessaria.
Bersani stesso ebbe a dire – cito quasi testualmente – che non poteva fare accettare alla base del Pd un dialogo con un partito, il Pdl, creatura di un uomo – Berlusconi – che per un ventennio era stato indicato come fonte e icona di ogni male e di ogni nequizia e di ogni corruttela e vizio. Da chi? Ovvio: da “La Repubblica” ché sono decenni che tutti i politici hanno imparato che contro quello che scrive La Repubblica è pericoloso andare.
Non conosco gli sviluppi ultimissimi essendo lontano dall’Italia e privo di informazioni fresche. Ma credo che chiunque possa ancora osservare gli intralci posti al governo di larghe intese da una base umana a dire poco furiosa per il cosiddetto inciucio, cioè l’unico modo ragionevole di tentare di portare fuori il Paese dalla crisi – né soltanto economica ma anche profondamente culturale – dati i risultati elettorali e la sua struttura costituzionale.
Bersani si è rivelato – fino a dover porre fine ai propri sogni di gloria – non prigioniero del suo partito ma del partito “La Repubblica”. E dopo di lui analogo imbarazzo hanno mostrato altri esponenti del Pd. Altro che twitter pentastellati! A turbarli c’erano i commenti del giornale antiberlusconiano per eccellenza!
Mentre non c’era più quel partito che, quando si chiamava comunista, era abituato a ogni salto mortale imposto – oplà – dal Comitato Centrale, fin dai tempi del Fascismo e del Comintern, dell’Hotel Lux a Mosca negli anni Trenta del secolo scorso. Basti pensare alla Svolta di Salerno che portò Togliatti e Pci ad accettare persino la monarchia, la principale responsabile dell’ingresso dell’Italia nella tragicissima Seconda Guerra Mondiale.
L’ex segretario dei Ds si è palesato totalmente condizionato dalla cultura repubblichina – se con cultura si possono etichettare le tre direttive d’azione del giornale romano e con repubblichina la sua impostazione politica.
Per età e per formazione storica so della ferrea disciplina del più grande partito di sinistra di origine comunista d’Italia, d’Europa e del mondo. Se un qualunque Palmiro Togliatti aveva saputo perdonare gli efferati delitti commesso dal Fascismo e da taluni Fascisti scopertisi dopo il 1943 ferventi compagni e fare accettare il perdono – se non altro a livello di Comitato Centrale del Pci di allora (vi si entrava soltanto per cooptazione!) –, figurarsi se il povero Pier Luigi Bersani non avrebbe potuto convincere i membri di una Direzione democraticamente – si fa per dire – eletta, che era nell’interesse del Paese trovare un qualche accordo non dico con il Berlusca, ma con un partito che propugnava cambiamenti – parola cara, “cambiamenti”, al Non-Pettinatore-Di-Bambole – simili a quelli del Pd.
Nossignori. Non ha potuto ché nella famosa base del Pd c’era una sola password: odiare Berlusconi, cioè la parola d’ordine sparata per vent’anni in vena da “La Repubblica” in milioni di Italiani di bassa-media scolarità e/o di alta nevrotica invidia delle vite altrui.
“La Repubblica” è stata il miglior collante della peggiore sinistra che ieri andava e oggi va da Fausto Bertinotti a Nicola Vendola a Beppe Grillo e, oggi come ieri, a Romano Prodi e ai democristiani come lui moralisti in casa altrui (che anche lui non è mai stato un santo). Sua la responsabilità della non nascita di un partito liberaldemocratico in Italia.
Ha diseducato milioni di propri lettori e di elettori. Perché studiare la Storia, perché documentarsi, perché riflettere individualmente se cogito – e mi esprimo a pappagallo – repubblicanamente, ergo sum un intellettuale fatto e finito? – e mi si perdoni la miscela di Latinorum e Italiano.
Perché informarsi se per sentirsi giusti e appartenente a una eletta schiera basta provare l’emozione di odiare un uomo e dimostrare agli altri – in ufficio, a scuola, all’università, in fabbrica – di essere con gli altri in sintonia? Quali più semplici formulette di catechismo per essere accolti nella religione più santa?
Errato dunque è riferirsi al partito del giornale romano come a un epigono del Partito Comunista, come lo stesso Berlusconi a volte dice – e sbaglia, storicamente parlando. Il partito di “La Repubblica” non è mai stato un’appendice o un gregario del Pci o dei partiti che gli sono succeduti con i cambiamenti di nomi che tutti sanno. “La Repubblica” ha sempre avuto una sua propria politica nei quasi quarant’anni il cui ha gestito più o meno oscure manovre tra corridoi parlamentari, vertici ministeriali, segrete stanze del Quirinale e posizioni apicali nelle industrie e nelle banche italiane.
Si è servito di giovani e meno giovani addestrati ad anteporre le linee dettate dalla direzione del giornale a una qualsiasi concezione del tanto e da tanti invocato fare sistema Italia. Costoro sono stati anzi educati a un’ideologia anti-italiana che ha sputtanato il Paese in tutto il mondo con danni enormi finanziari e politici. Sono stati loro i barzellettieri che hanno fatto ghignare la Sieg-Heil!-Angela-Merker e il suo tirapiedi Sarkozy, clone dei peggiori collaborazionisti francesi nei cinque anni in cui la Francia fu asservita al Terzo Reich.
Una certa mia deformazione professionale – da psicanalista junghiano – mi induce però a chiedermi da dove sia venuta tanta energia in grado di alimentare giorno dopo giorno un odio così feroce contro un uomo, ben oltre quindi la stessa natura di lobby del giornale romano.
Credo che sia venuta da una sponda di livore di anima malata (anima in senso junghiano), quella malattia dello spirito che anziché farne strumento di esplorazione e valorizzazione delle parti più profonde e ricche della propria personalità, ne fa un moltiplicatore delle negatività dell’io frustrato.
È una malattia che affligge da sempre i più infelici umani, spesso causata non da cattiveria ma da una vita infelice e che si accanisce contro i meno fortunati.
Senza una tale fonte di potente energia dubito che gli interessi economici della lobby del giornale, seppur vasti quanto si è detto, avrebbero potuto sostenere anni e anni di quotidiani attacchi – e in così squallida forma – a un uomo e a tutti coloro che hanno lavorato con lui e che lui hanno apprezzato e alimentare il vasto mare di rancore senza il quale la corazzata di rancori non avrebbe potuto navigare.
Parlo della veemenza, e del cattivo giornalismo, fatto di spiate intorno alla vita sessuale degli avversari politici di entrambi i sessi, dell’odio per quanti non si sono fatti sedurre dal livore antiberlusconiano.
Mi pare rivelino un’animosità – appunto – che può soltanto allignare in individui poco sereni assai. Sappiamo tutti bene che “La Repubblica” aggrega persone sane e robuste e felici della propria vita di intellettuali di prim’ordine.
Ma ad alcuni strizzacervelli – i meno preparati, certo – comportamenti così lividi farebbero pensare a uomini che non accettano di invecchiare e ostentano moralismi da sacrestia dopo essere stati in verde età seduttori a gogò e stupratori, se non fisici, psichici. E a donne che, liberatesi in gioventù dalle prepotenze maschili così frequenti nella società italiana di quattro decenni fa, non vogliano concedere la medesima libertà di lotta per affrancamento alle più giovani del loro medesimo sesso, di quarant’anni più giovani, grande delitto!
Sono di questo tipo – mi chiedo spesso, ma rifiuto subito una tale ipotesi – i gentiluomini di rango elevato e le dame più intelligenti e colte del seguito del romano doge Eugenio, le dame che vivono da quarant’anni alla sua ombra e nelle sue redazioni? No di certo, mi confermo nello scartare l’ipotesi. Non è possibile! Tra loro ci sono signori e signore appartenenti ai salotti più dotti e come-si-deve della Capitale e giornalisti e giornaliste bravissime che hanno fatto con grande intelligenza il loro mestiere – per decenni e decenni.
Preferisco pensare piuttosto che nonostante l’asserita impostazione progressista della redazione di “La Repubblica”, nata aperta al nuovo rispetto alla palude democristiana di allora da cui liberò il paese – tutti gliene fummo grati –, anch’essa, come accade a tutti gli umani, sia semplicemente invecchiata – vent’anni dopo, quando Berlusconi entrò in politica. I Moschettieri e le Moschettiere non erano più le stesse. Figurarsi dopo altri vent’anni ancora!
La vecchiaia è una situazione umana meravigliosa, di questi tempi, ma porta con sé i suoi acciacchi inevitabili. A volte si fa senescenza conservatrice e rivela fastidiosi sintomi di vetero-tuttismo. Sono i sintomi di una senescenza malata di nostalgia amarissima, una fonte di livore, appunto.

La condanna di Renzi

Bisogna resistere alla tentazione di considerare passeggeri e senza importanza i fenomeni che ci sembrano volgari. Quando il destinatario è il popolo, meno raffinato di quel che si potrebbe sperare, le conseguenze possono essere tutt’altro che insignificanti. In fondo è l’errore che commisero le élite tedesche nei confronti di Adolf Hitler. Non bisogna mai dimenticare che un messaggio di speranza, sommario ma chiaro, per il popolo vale più di fondate previsioni pessimistiche. In questo campo i personaggi meritevoli di attenzione sono Silvio Berlusconi, Beppe Grillo e Matteo Renzi.
Sul primo si è detto e scritto tanto, che sarebbe una perdita di tempo farlo qui. Basterà ricordare che all’inizio del 1994, sia lui, sia il suo partito furono considerati poco più che dilettanti allo sbaraglio. E invece.
Il secondo personaggio è Grillo. Un comico ben diverso dal Cavaliere, che ha avuto un successo politico inimmaginabile e imprevedibile. Ma mentre Berlusconi aveva un progetto politico, Grillo non è portatore di alcuna ideologia o programma, né in politica né in economia. Insomma è sterilmente antisistema. Essendo prudente, non sapendo quale successo otterrebbe impegnandosi nella pratica e forse prevedendo che essa lo divorerebbe, ha sempre preferito non sottomettersi al controllo della realtà. Ma questa è una via senza sbocco. La protesta è come certe malattie, o se ne muore o se ne guarisce. E infatti il M5S rischia la delusione dell’elettorato. Potrebbe avere un bel successo alle prossime “europee” ma ciò potrebbe non significare molto, per il futuro.
Il caso più interessante è Renzi. L’uomo ha successo. Strappa l’applauso di quelli che lo ascoltano, sia perché è un grande comunicatore, sia perché ciò che dice corrisponde ai pregiudizi della gente. Tutti pensano che i parlamentari fruiscano d’infiniti privilegi e lui gli toglie da sotto il sedere le auto blu. La soddisfazione delle massaie e dei barbieri è tangibile. Mette un tetto alle retribuzioni degli alti dirigenti pubblici e dei magistrati (se ce la farà), e pure se l’effetto economico è trascurabile, e sull’intero Paese passa il vento di un sospiro di sollievo: finalmente sono colpiti anche loro. Renzi non ha realizzato niente di sostanziale ma è riuscito a dare la sensazione del coraggio nel cambiamento. L’idea dell’abolizione del Senato, e di “senatori” non pagati, ha fatto molto piacere alla gente. Soprattutto si è avuta la sensazione che Renzi non avesse paura nemmeno della Cgil, che è come dire, di un cardinale, che non ha paura del Papa.
Si narra però che durante la battaglia di Balaclava, mentre la Light Brigade si faceva macellare avanzando intrepida e impettita verso i cannoni russi (la famosa Carica dei Seicento), un generale francese abbia esclamato: “C’est très joli, mais ce n’est pas la guerre”, è molto bello non ma non è la guerra. Nello stesso modo il bagliore delle parole è un fuoco di paglia. La gente intravedrà qualcosa di sostanziale negli ottanta euro mensili che riceveranno alcuni milioni di lavoratori, e tutto ciò potrebbe portare il Pd ad avere un enorme successo alle prossime elezioni europee: ma è da quel momento che nascono la perplessità.
Renzi dovrà continuare a governare. Fino ad oggi si è comportato come un ragazzino che, avuta la sua paghetta settimanale, l’ha interamente spesa la prima sera, e ora il problema sono gli altri sei giorni. Il regalo degli ottanta euro è stato ottenuto raschiando il fondo del barile, con coperture una tantum, incerte o aleatorie. E si è trattato di coprire otto mesi soltanto. Se invece, come dicono, quegli euro dovranno rimanere in busta paga anche in seguito, dove si troverà il denaro? E che ne sarà delle altre mille promesse, riguardanti gli “incapienti”, i pensionati, le famiglie? Di riffa o di raffa esse richiedono tutte del denaro. Che non c’è. Come se non bastasse, attualmente abbiamo un miracoloso spread Btp-Bund intorno ai 160 punti base: ma se esso risalisse, come molti prevedono, aumenterebbero le somme da sborsare per interessi sul debito pubblico, e la situazione di questi giorni, con la disoccupazione stratosferica che abbiamo, potrebbe essere ricordata con rimpianto. Nulla assicura la calma di vento.
La condanna di Renzi è che sarà ancora lì dopo il 25 maggio. Dalla nomina ad oggi la sua immagine è stata sempre in salita, ma con la mancata attuazione delle promesse (non per sua cattiva volontà ma perché impossibili), come reagirà la gente? Si possono ingannare tutti per qualche tempo, non si possono ingannare tutti per sempre. Che avverrà, quando la voce della realtà sarà più forte di quella dell’ex sindaco?
Il pessimismo nei confronti di questo giovane politico non nasce soltanto dal pregiudizio intellettuale nei confronti del suo pressappochismo volontaristico: nasce da una situazione inamovibile, contro cui sarebbero tutti incapaci di vincere, da Berlusconi a Grillo, da Letta a Vendola e perfino da De Gasperi ad Einaudi, se fossero vivi.
Gianni Pardo
pardonuovo.myblog.it

lunedì 24 marzo 2014

Cosi' non puo' durare, il patratac e' alle porte...


Il guaio dell’uomo è che vive per troppo poco tempo. I fenomeni importanti richiedono molti decenni, per concludersi, e alla fine o ci stanchiamo di aspettare la soluzione o più semplicemente non ci siamo più. L’esempio migliore è la decadenza dell’Impero Romano. I più avvertiti si rendevano conto che “così non poteva durare”, e infatti l’imperatore Giuliano fece un tentativo generoso di fermare il declino. Ma molti tiravano a campare. I decenni passavano e, pur andando di male in peggio, l’Impero Romano era sempre lì. Qualcuno poteva anche pensare che dopo tutto quegli scricchiolii in fondo non fossero importanti. Finché Odoacre tirò una riga sotto quel grande fenomeno storico e morì persino la lingua latina. “Così non poteva durare” e infatti “non durò”.
Alcuni uomini ragionevoli, negli Anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, si preoccupavano dell’immane debito pubblico che si stava accumulando, ne erano allarmati e ne parlavano con i pochi disposti ad ascoltarli. E invece gli ottimisti li guardavano scettici: parlavano di economia in espansione, di dilatazione demografica e dunque dell’allargamento della platea di contribuenti. I pessimisti passavano per dei menagramo e infatti sono morti “avendo torto”. Ma chi ha continuato a vivere fino all’epoca presente, ha potuto vedere che l’aritmetica non fa sconti a nessuno: quel debito astronomico ci ha portati al disastro ed oggi è difficile trovare osservatori ottimisti.
Nella vita bisogna innanzi tutto cercare di capire se i grandi problemi non dipendano dalla natura umana: perché in questo caso sarebbero ineliminabili e comunque non peggiorerebbero mai di molto, nel tempo. Sarebbero qualcosa con cui bisogna convivere. Se invece  le difficoltà di un momento storico sono di natura speciale e vanno aggravandosi (come nel caso della Roma antica), c’è da concludere che, magari con un percorso a denti di sega,  porteranno ad un crollo finale.
Della natura umana fanno indubbiamente parte l’egoismo, la follia e la stupidità. In ambito pubblico ci saranno sempre la demagogia, la tentazione di appropriarsi del denaro dello Stato (pessimo sorvegliante dei suoi beni) e la tendenza a rinviare le soluzioni dolorose. Nel caso del popolo italiano, bisogna aggiungere a queste caratteristiche una sorta di insensibilità all’economia, la mancanza di senso civico e la pulsione irresistibile a dividersi su qualunque argomento. In questi anni abbiamo avuto un’interminabile discussione sulla legge elettorale perché da un lato si vorrebbe la perfetta rappresentatività, dall’altro la perfetta governabilità. Cosa impossibile. Se il Parlamento italiano fosse veramente rappresentativo della volontà dei cittadini, dovrebbe avere una sessantina di partiti. Quanto alla governabilità, dal momento che essa si ottiene a scapito della rappresentatività, in tanto la si potrebbe ottenere, in quanto i perdenti si rassegnassero al gioco democratico. E da noi non c’è da contarci.
Nel caso attuale il problema è: la nostra situazione economica fa parte integrante dell’Italia eterna o ci stiamo avvicinando alla deflagrazione? Matteo Renzi, per come parla (e parla tantissimo), sembra credere che si tratti solo di amministrare il Paese con più coraggio di prima. E se avesse ragione, ci sarebbe da esserne felici: avremmo scoperto contemporaneamente di avere avuto il cancro e di essere riusciti a debellarlo con una risoluta chemioterapia.
Se viceversa Odoacre fosse a meno di cento chilometri da Roma, si potrebbe non badare a tutto ciò che raccontano giornali e televisioni. Sarebbe questione di tempo, ma ciò che è fatale avverrà. Per dirne una, ai sensi del fiscal compact, presto l’Italia dovrà cominciare a “rientrare” dal debito pubblico, fino ad arrivare in vent’anni al 60% del pil. Intanto, con i governi recenti, incluso quello del "virtuoso" Mario Monti, il nostro debito non è diminuito ed anzi ha continuato ad aumentare: ma parliamo dei doveri cui ci siamo impegnati per il futuro.
Attualmente il nostro debito pubblico viaggia verso i 2.100 miliardi. Ciò corrisponde all’ingrosso al 130% del pil. Se ne deduce che dovremmo rimborsare il 70% del nostro debito (130-70=60) e Il 70% di 2.100 è 1.470 miliardi. Somma che, diviso venti, fa 73 miliardi l’anno. Ma gli italiani non sono quelli che hanno perso la guerra dell’Imu, che pure corrispondeva a miseri quattro miliardi?
Anche ammettendo che la cifra di 70 miliardi sia sbagliata, e che quella giusta sia di cinquanta miliardi, come dicono, i governanti italiani dove andranno a prenderli, cinquanta miliardi oltre i 60-90 che si pagano per gli interessi? Nelle nostre tasche sicuramente no. Semplicemente perché non li abbiamo. E allora?
L’agiografia rende pessimisti. I santi hanno operato molti miracoli ma ne mancano certamente due: la ricrescita di un arto amputato e il risanamento dei conti pubblici.
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