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venerdì 3 giugno 2016

La ferocia del buonismo

C’è della ferocia, nel buonismo sugli immigrati. Accogliere tutti quelli che vogliono entrare in Italia, per fermarsi o transitare, è un’opzione impossibile. Neanche da prendere in considerazione. Per questo le parole di Nunzio Galatino, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, sono pericolose. Alimentano l’illusione che regge lo sfruttamento dei disperati.
La tesi di Galatino è che chiunque si metta su un barcone è, per ciò stesso, in diritto d’avere asilo. Immagino la gioia dei trafficanti, ma è un’affermazione priva di logica e diritto. L’asilo e la protezione è un dovere nei confronti dei profughi, naturalmente nei limiti del possibile. L’accoglienza degli emigranti, invece, è un’opportunità, che va governata. Se lo si fa bene si produce convenienza, per chi accoglie e per chi arriva. Ove se ne perda il controllo si producono disastri e degenerazioni razziste. Per distinguere occorre esaminare i singoli casi. Per farlo è necessario avere uno spazio giuridico che lo consenta. Per questo, da anni, andiamo ripetendo che va fatto in zone extraterritoriali, a cura dell’Unione europea (e non di un singolo Paese), sotto quella giurisdizione. Esaminare, del resto, comporta l’assentire e il respingere. Come si fa anche al portone del Vaticano.

Che il disagio economico sia sufficiente a creare un diritto a essere accolti non è solo privo di fondamento, ma un fondamentale errore. Perché condanna le zone di provenienza a eterna povertà. Si deve aiutarli colà dove si trovano? Certo, se possibile. 
Aiutare lo sviluppo significa creare le condizioni per la crescita della ricchezza. Il che comporta far funzionare il mercato. La carità è pelosa, quando si parla di masse di persone, intere aree del mondo e diverse culture. La convenienza è assai più onesta. C’è un punto, però, che i cultori dell’aiuto in loco puntualmente scantonano: che si fa se guerre e faide rendono impossibile l’aiuto, o lo trasformano in potere nella mani di soggetti riprovevoli? Si lascia che rimedino gli interessati o si interviene dall’esterno? Perché la seconda cosa ridischiude le porte al colonialismo, che per altro verso non ci si stanca di condannare. Come se tutte le colpe del mondo fossero solo nostre e senza di noi regnerebbe l’eden.
Noi italiani abbiamo un problema in più: siamo la frontiera europea esterna più esposta, dopo che quella greca è stata protetta dai turchi. La fregola dei muri è per noi una fregatura, tappandoci fra mare e muro. E più sono permeabili le porte esterne più si chiuderanno quelle interne. Il rimedio consiste nel chiamare gli europei dell’interno a presidiare con noi il solo confine reale, quello esterno. Senza egoismi e piccinerie. Né nostre né altrui.

giovedì 2 giugno 2016

Salviamo la nostra lingua

Giampiero Pallotta
02 giugno 2016


Più ci penso e più mi convinco che quello che sta succedendo alla nostra lingua è sintomo d’un Paese che non sta bene con sé stesso.
L’italiano di oggi si trova in uno stato pietoso che provoca malessere sico a coloro che amano la propria lingua, e si rendono conto che e’ una lingua ammalata. L’italiano è affetto da troppi “anglicismi” che lo indeboliscono e lo rendono banale.
Non si tratta certamente di quei neologismi che appartengono alla sfera delle scienze e della tecnologia, e cioè al mondo delle scoperte scientiche e delle invenzioni tecnologiche, mondo da tempo dominato da Paesi di lingua inglese, non si tratta di questo lessico, lessico,  dopotutto,  preso in prestito in gran parte dal latino e dal greco, ma si tratta di quel lessico, espressioni e modi di dire.
Non è altro che uno specchio d’una società imitatrice, priva d’immaginazione, priva di creatività, priva di orgoglio e priva d’amore per la propria lingua e cultura, e piena di complessi d’inferiorità.
Sebbene i cambi linguistici sono qualcosa di normale e sono segno di essibilità e vitalità, l’uso assolutamente innecessario, sproporzionato, arbitrario e fuori luogo di una serie di anglicismi non è altro che il segno di una pseudocultura che si manifesta attraverso la televisione, la radio e la stampa, e che inne arriva nella bocca di tutti. È molto facile vericare, mentre guardiamo la televisione o leggiamo i giornali, che chi usa anglicismi, quando potrebbe usare uno dei tanti vocaboli italiani di analogo signicato, è di solito una persona banale, un po’ sciocca, semicolta o, peggio ancora, pseudocolta
Queste persone banali, sciocchi e pseudocolti sono i veri responsabili di questo sfacelo linguistico, di questo scempio culturale, proprio perché devono parlare e scrivere bene, con eleganza di stile, e, allo stesso tempo, con semplicità e chiarezza.
La gente comune non fa altro, come è naturale, che imitare e copiare coloro che sentono e leggono frequentemente, coloro che, colpiti da un complesso d’inferiorità e da un senso di insicurezza personale, credono di dimostrare più cultura, più intelligenza, più eleganza e più fascino usando parole “straniere”. 
Secondo me, tutto questo e’ francamente sconcertante.  Chi vogliono ingannare questi buffoni?
Questo linguaggio assomiglia più a quello di noi italiani residenti nei paesi anglofani che a quello degli italiani che non hanno mai messo il naso fuori del loro paese. C’è una bella differenza però. Ci sono diverse ragioni per cui noi italiani residenti in paesi anglofoni, senza rendercene conto, abbiamo fatto una mescolanza (un mix per i moderni!!) di lessico inglese e fonetica italiana, ma per gli italiani d’Italia non ce n’è nessuna.
Cosa poi dire della stragrande maggioranza delle colonne sonore dei programmi televisivi, dei films e dei documentari italiani che adottano canzoni in lingua americana/inglese? Quanti sono a capirne il testo? Perche’ pagare milioni e milioni di diritti di autore ad artisti stranieri? Non sarebbe piu’ opportuno attingere ad autori italiani di tutti i tempi e far rimanere la valuta in Italia finanziando i propri artisti? 
Gli italiani in Italia non sono piu’ orgogliosi di essere italiani al contrario di noi italiani residenti all’estero.

  


lunedì 30 maggio 2016

Le nuove paure che stanno svegliando l'Europa

Forse solo la paura convincerà l’Europa a smuoversi. A prendere quelle decisioni che molti ritengono essenziali per la sopravvivenza dell’Unione, ma che un Consiglio europeo dopo l’altro vengono regolarmente rimandate.
Secondo quanto scrive qualche giornale europeo, alcuni capi di governo dell’Ue, in particolare i leader di Germania, Francia e Italia, avrebbero dato mandato ai loro «sherpa» di preparare un Piano B, cioè un programma da attivare nel caso il referendum del 23 giugno portasse la Gran Bretagna fuori dall’Unione.
È probabile che lo stesso accada fra cinque mesi, alla vigilia delle elezioni americane e di fronte alla possibilità che Donald Trump sia il nuovo presidente. In un caso la paura è che l’abbandono di Londra porti alla disgregazione dell’Unione o comunque rafforzi il potere di ricatto di Paesi, come l’Ungheria, che si stanno sempre più allontanando dai valori fondamentali dell’Europa. Ci sono anche preoccupazioni più concrete. Ad esempio in campo militare: nel 2010 Parigi e Londra firmarono un accordo di cooperazione molto ampio che comprende anche l’armamento nucleare. Sopravviverebbe questo accordo alla Brexit?

Nell’altro caso, l’eventualità che Donald Trump sia il prossimo presidente degli Stati Uniti pone un dilemma all’Europa. Come scriveva domenica scorsa Alberto Alesina, è probabile che Trump, una volta eletto, dimentichi gran parte delle sue promesse.
Ci sono però due aree in cui il presidente degli Stati Uniti ha poteri esecutivi: gli accordi commerciali e quelli sul clima — che cancellerà per poi rinegoziarli su basi opposte a quelle da cui si è mosso Obama — e gli accordi di cooperazione militare, in primis la Nato. La richiesta di Trump che gli europei «si paghino la loro difesa» e cessino di cavalcare la spesa militare americana è popolare negli Stati Uniti, non solo fra gli elettori repubblicani.
Formalmente Trump ha torto. I Paesi della Nato contribuiscono alle spese dell’Alleanza ciascuno in proporzione al proprio reddito: gli Usa per il 22%, la Germania per il 15, Francia, Gran Bretagna e Italia sono intorno al 10. Ma la realtà è che gli Stati Uniti spendono oggi per la difesa una cifra che corrisponde al 3,5% del loro Pil, contro il 2% circa di Francia e Gran Bretagna e l’1% o poco più di Germania e Italia. E quanto gli Usa spendono al di fuori della Nato, ad esempio per garantire la copertura aerea notturna dei cieli di tutto il pianeta, beneficia anche noi. Pagarsi la Nato da soli, non riducendone i compiti, costerebbe agli europei almeno l’1% del Pil all’anno. È evidente che a quel punto l’Alleanza cesserebbe di esistere e verrebbe sostituita da una difesa comune europea.
Sono 60 anni, da quando è nata l’Ue, che gli europei parlano di difesa comune senza combinare nulla. Nemmeno l’Isis è riuscito a far superare le gelosie nazionali. Forse sarà Donald Trump a fare il miracolo, con ricadute positive sull’economia europea. Perché nel momento in cui dovessimo pagare il 100% della Nato dubito continueremmo ad acquistare aerei da caccia americani.
Da quanto si sa del Piano B pare che sia proprio la difesa l’area dalla quale si propone di partire per rispondere alla Brexit accelerando l’integrazione. Lo strumento saranno le «cooperazioni rafforzate», una previsione dei Trattati che consente ad un sottoinsieme dei 27 Paesi (o quanti ne rimarranno) di accelerare l’integrazione in alcune aree, ad esempio la difesa.
Nemmeno la paura, invece, pare essere in grado di far fare passi avanti all’integrazione economica. Qui mi aspetto che il Piano B sarà vago. Sia sulla possibilità di affiancare alla Bce uno strumento fiscale che consenta di controllare la domanda quando la Banca centrale, dopo avere ridotto i tassi di interesse a zero, non riesce più a farlo. Sia sulla possibilità di creare una rete di protezione finanziaria per i Paesi dell’euro, a cominciare da un’assicurazione europea sui depositi bancari e regole applicabili in concreto, non solo in teoria, nel caso una banca fallisca.
La possibilità che una nuova crisi di fiducia colpisca l’eurozona rimane significativa, forse più probabile della Brexit e dell’elezione di Trump. Ma evidentemente le teste (e gli interessi) di alcuni attori della politica europea sono più dure di quelle, pur non tenere, delle gerarchie militari.

Candidati a sindaco di Roma

Tra i film del grande Fellini, quello del quale più spesso mi tornano alla mente le scene, è senz'altro "Roma". Trovo geniale vedere la città eterna con quell'occhio scanzonato e  critico, che secondo me coglie perfettamente il modo di essere di Roma capitale. Ed è tanto penetrante la descrizione che molti romani si sentono offesi per quelle scene, molte delle quali dettate dalla fantasia del maestro. Per quel che mi riguarda, sono romano di adozione, essendo in questa città  nato quasi un secolo fa, ed avendo trascorso in questa tutta la vita: quelle scene non mi offendono e trovo che Fellini colga perfettamente nel segno.
Da allora, il degrado della città ha fatto molti progressi – non è mancato nulla, persino la "mafia capitale" –, ed anche le elezioni alla carica di sindaco vedono in lizza personaggi che, a mio modesto avviso, non avrebbero sfigurato nel film citato. Elezioni che fanno seguito alle dimissioni di un Sindaco che sembrava capitato li per caso, e che è stato defenestrato dallo stesso partito che lo aveva "sponsorizzato" nella elezione. 
Cominciamo dalla persona che è la più accreditata – almeno secondo i sondaggi – a divenire primo cittadino ed amministratore di una città con tre milioni di abitanti, decine di migliaia di dipendenti, una costellazione di società delle quali il comune è azionista. Si tratta della Sig.ra Raggi, giovane, di aspetto gradevole, nessuna esperienza amministrativa o manageriale; in compenso dichiara che per ogni decisione amministrativa (tutte o solo quelle importanti?) – come stabilito per contratto – chiederà lumi alla Casaleggio e Associati o al suo partito. La legittimità di un tale vincolo è oggetto di verifica da parte di un tribunale. Quando questo candidato  parla di programmi,fa delle affermazioni molto generiche: si comincia col dire che la casa è un diritto di tutti, e verrà censito il patrimonio immobiliare; intensificherà la raccolta dei rifiuti; conti alla luce del sole ("trasparenza" quale parola d'ordine).  E così via un elenco di miglioramenti dell'esistente, con una nota di contrarietà per le Olimpiadi. Un programma nel quale nulla è dettagliato, che potrebbe essere quello di un amministratore di condominio in uno stabile nel quale non vi siano lavori da eseguire. 
Segue (nell'ordine delle proiezioni) Roberto Giachetti. Questi difende la sua scelta di non presentare un programma, essendo Roma in una situazione di estrema complessità. Si concede in una specie diintervista. A proposito del traffico, vuole restituire trenta minuti di vita utile ai romani, senza fare però alcun cenno ai modi con i quali agire. Pensa poi di rivitalizzare i tram, ed intervenire sulla ferrovia Roma-Ostia. Un pensiero va alle numerose opere incompiute (Città dello Sport, Nuvola di Fuksas), senza accennare ai denari con i quali terminare le opere. Forse, sperando che Renzi, suo dante causa, li trovi per lui. Pensa infine ad un decentramento valorizzando comitati di quartieri ed associazioni periferiche. Al pari della Raggi, questo candidato non ha esperienze amministrative o manageriali, ma un curriculum di politico puro con esordio  nel partito radicale e successiva militanza nel PD.
Il terzo candidato è Giorgia Meloni, futura mamma. Sono consapevole di essere scorretto con questa precisazione, visto che è stato ribadito da più parti (tutte autorevoli), che le donne sono libere di scegliere indipendentemente da quei ruoli ed incombenze che la natura affida loro. Anche lei, nessuna esperienza di amministrazione, solo una lunga militanza nelle file dei vari partiti di destra, ed una parentesi da Ministro. Parlando del programma, esordisce con qualche luogo comune – invito al voto e al ripudio della violenza – e passa poi a parlare di rifiuti (e chi non è d'accordo su differenziata e riciclo?), di mafia capitale e di tasse (troppo elevate per colpa di Rutelli e Veltroni). Conclude parlando della necessità di una rinegoziazione del debito, di dare maggiore autonomia alla Capitale, e conclude in perfetto politichese, affermando che la sua attenzione per le periferie sarà testimoniata dal comizio di chiusura della campagna elettorale, che avrà luogo in Tor Bella Monaca.
Segue in questa nostra rassegna Marchini, erede di una dinastia di imprenditori, "accusato" nei molti media di possedere una Ferrari. Come noto, essere benestanti, o ricchi, è nel nostro paese una colpa. Marchini non si è fino ad oggi risparmiato negli interventi alle varie trasmissioni TV, tenendo testa alle domande dei giornalisti. Pieno di entusiasmo, tenta di vincere l'ostilità, che grava sempre sugli "intrusi" in politica. E' l'unico tra i candidati che ha presentato un programma dettagliato, ricco di idee interessanti ed innovative. Difficile dire se tutte le proposte  sono realizzabili in un arco di tempo limitato e con mezzi scarsi: interessanti quelle sullo snellimento del traffico (istituzione di nuove linee tranviarie, sfruttando i binari esistenti). Per le ormai famose "buche", presenti in tutte le strade di Roma, si prevedono appalti non per il lavoro da eseguire ma per una manutenzione di lotti di strade. Una idea è particolarmente ambiziosa: si pensa ad un  "Senato Capitolino", formato da personalità avente un ruolo nella vita della Capitale, con compiti consultivi. Temo che non saranno in molti a leggere il programma, di 67 pagine. Molti italiani votano per fede, altri per sentito dire. 
Ed infine, va menzionato Fassina. Sembrava uscito di scena, ma il Consiglio di Stato ha rimesso in gara la lista – respinta per difetti formali, riconosciuti tali dal TAR – con la curiosa motivazione che la presenza di una lista è giovevole al processo democratico. Fassina ha parlato del suo programma in una intervista. E' preoccupato del mostruoso debito e pensa una possibile ri-negoziazione degli interessi. Vorrebbe aumentare in qualche modo gli stipendi dei dipendenti.  Per le strade, pensa che sarebbe utile una fidejussione a garanzia dei lavori; pensa anche come altri di dare maggiore responsabilità in questo campo ai municipi. Fa menzione del problema dei nomadi, e ritiene utile che le scuole, secondo una proposta dello stesso Ministro, rimangano aperte l'estate.
Come dicevo all'inizio, molti dei candidati mi ricordano i personaggi dei film di Fellini. Fassina, nelle sue apparizioni televisive, mi ricorda, con i suoi lamenti, un bimbo maltrattato dai suoi coetanei, che racconta i guai alla mamma. La Sig.ra Raggi, che sappiamo essere telecomandata  da un non identificato "staff" dell' M5S, non fa altro che ripetere che trasparenza ed onestà sono l'unica ricetta per amministrare Roma. L'onorevole Meloni, con i suoi occhioni azzurri, è brillante in un comizio, ma molto modesta quando deve argomentare. Giachetti mi sembra uscito da una di quelle assemblee studentesche  degli anni ruggenti della contestazione.  
Forse, i candidati che ho menzionato non hanno il "physique du rôle": l'unico che a me sembra "normale" è Marchini, il quale ha formato una "squadra" per il governo della città di tutto rispetto. Gli auguro il successo, per il bene della città: ma è azzardato pensare che Roma possa avere un sindaco "normale".

sabato 14 maggio 2016

DECRETO LEGGE SULLA SOCIALIZZAZIONE DELLE IMPRESE (1944

-  vista la Carta del Lavoro;
-  vista la premessa alla nuova struttura economico-sociale approvata dal Consiglio dei ministri il 13 gennaio 1944;
-  su proposta del ministri per la Economia Corporativa, di concerto con il ministro per le Finanze e col ministro per la Giustizia;

Decreta:
(Titolo I)
Art. 1 - Gestione dell’impresa.
La gestione dell’impresa, sia questa di proprietà dello Stato, sia di proprietà privata, è socializzata. Ad essa prende parte diretta il lavoro. L’ordinamento delle imprese socializzate è disciplinato dal presente decreto, dallo statuto o regolamento di ciascuna impresa, dalle norme del Codice Civile e dalle leggi speciali, in quanto non contrastino col presente provvedimento.
Art. 2 - Organi di gestione dell’impresa.
Gli organi di gestione della impresa sono: a) per le imprese private che abbiano forma di società per azione o di società a responsabilità limitata con almeno un milione di capitale: il capo dell’impresa, l’assemblea, il consiglio di amministrazione (di gestione) ed il collegio sindacale; b) per le imprese private che abbiano altra forma di società: il capo dell’impresa ed il consiglio di amministrazione; c) per le imprese private individuali: il capo dell’impresa ed il consiglio di gestione; d) per le imprese di proprietà dello Stato: il capo dell’impresa, il consiglio di amministrazione e il collegio sindacale.

(Titolo II) Amministrazione delle imprese a capitale sociale.
Art. 3 - Organi delle società per azioni e delle società a responsabilità limitata.
Nelle società per azioni ed in quelle a responsabilità limitata con almeno un milione di capitale, fanno parte degli organi collegiali di amministrazione rappresentanti eletti dai lavoratori dell’impresa: operai, impiegati amministrativi, impiegati tecnici e dirigenti.
Art. 4 - Assemblea, consiglio di gestione, collegio sindacale.
All’assemblea, ferme restando le disposizioni degli artt.2368 e seguenti del Codice Civile sulla sua regolare costituzione, nonché quelle relative ai suoi poteri, partecipano i rappresentanti dei lavoratori con un numero di voti pari a quelli del capitale intervenuto. L’assemblea nomina un consiglio di amministrazione, formato per metà dai rappresentanti dei soci e per metà dai rappresentanti dei lavoratori. L’assemblea nomina altresì un collegio sindacale che deve avere tra i suoi componenti almeno un sindaco effettivo ed un supplente, proposti dai rappresentanti dei lavoratori, ferme restando le disposizioni del Codice Civile per i collegi sindacali.
Art. 5 - Votazioni.
Nelle votazioni tanto dell’assemblea quanto del consiglio di amministrazione, prevale, in caso di parità di voti, il voto del capo dell’impresa che di diritto presiede i predetti organi sociali.
Art. 6 - Consiglio di gestione delle società che non sono per azioni o a responsabilità limitata.
Nelle società non contemplate nel precedente art.3 e che abbiano almeno un milione di capitale o impieghino almeno cento lavoratori, il consiglio di amministrazione è formato dai soci e da un egual numero di rappresentanti, eletti dai lavoratori dell’impresa.
Art. 7 - Poteri del consiglio di gestione.
Il consiglio di amministrazione delle imprese private a capitale sociale, sulla base di un periodico e sistematico esame degli elementi tecnici, economici e finanziari della gestione: a) delibera su tutte le questioni relative alla vita dell’impresa, allo indirizzo ed allo svolgimento della produzione nel quadro del piano nazionale determinato dai competenti organi dello Stato; b) esprime il proprio parere sulla stipulazione dei contratti di lavoro aziendali con le associazioni sindacali facenti capo alla Confederazione Unica del Lavoro, della Tecnica e delle Arti e su ogni altra questione inerente alla disciplina e alla tutela del lavoro e della impresa; c) esercita in genere nell’impresa tutti i poteri attribuitigli dallo statuto e quelli previsti dalle leggi vigenti per gli amministratori, ove non siano in contrasto con le disposizioni del presente provvedimento; d) redige il bilancio dell’impresa e propone la ripartizione degli utili ai sensi delle disposizioni del presente provvedimento e del Codice Civile.
Art. 8 - Cauzione dei membri del consiglio di gestione.
I membri del consiglio di amministrazione eletti dai lavoratori sono dispensati dall’obbligo di prestare cauzione.
Art. 9 - Capo dell’impresa.
Nelle società per azioni e in quelle a responsabilità limitata che abbiano almeno un milione di capitale, il capo dell’impresa è nominato dall’assemblea. Nelle altre imprese a capitale sociale il capo dell’impresa è nominato tra i soci con le modalità previste dagli atti costitutivi, statuto e regolamento delle società stesse.
Art. 10 - Poteri del capo dell’impresa.
Il capo dell’impresa convoca l’assemblea, nelle imprese in cui esiste, e la presiede; presiede altresì il consiglio di amministrazione; rappresenta l’impresa nei rapporti con i terzi. Egli ha le responsabilità e i doveri di cui agli artt.21 e seguenti e tutti i poteri riconosciutigli dallo statuto, nonché quelli previsti dalle leggi vigenti ove non contrastino con le disposizioni del presente provvedimento.

(Titolo III) Amministrazione delle imprese a capitale individuale.
Art. 11 - Consiglio di gestione.
Nelle imprese individuali, purché il capitale in esse investito sia di almeno un milione o il numero dei lavoratori in esse impiegati sia di almeno cento, viene costituito un consiglio di gestione, composto di almeno tre membri eletti, secondo il regolamento dell’impresa, da ognuna delle categorie di lavoratori: operai, impiegati amministrativi, impiegati tecnici e dirigenti.
Art. 12 - Capo dell’impresa, poteri del consiglio di gestione.
Nelle imprese individuali l’imprenditore, il quale assume la figura giuridica di capo dell’impresa con le responsabilità e i doveri di cui ai successivi artt.21 e seguenti, è coadiuvato nella gestione dell’impresa stessa dal consiglio di gestione che dovrà uniformare la sua attività agli indirizzi della politica sociale dello Stato. L’imprenditore capo dell’impresa deve riunire periodicamente, almeno una volta al mese, il consiglio per sottoporgli le questioni relative alla vita produttiva dell’impresa ed ogni anno, alla chiusura della gestione, per l’approvazione del bilancio ed il riparto degli utili.

(Titolo IV) Amministrazione delle imprese di proprietà dello Stato.
Art. 13 - Capo dell’impresa statale.
Il capo dell’impresa di proprietà dello Stato è nominato con decreto del Ministero per l’Economia Corporativa di concreto con il Ministero per le Finanze, su designazione dell’Istituto di Gestione e Finanziamento, tra i membri del consiglio di amministrazione dell’impresa e fra gli altri elementi dell’impresa stessa o di imprese del medesimo settore produttivo che diano speciali garanzie di comprovata capacità tecnica o amministrativa. Il capo dell’impresa ha la responsabilità e i doveri di cui agli artt.21, e seguenti, ed i poteri saranno determinati dallo Statuto di ogni impresa.
Art. 14 - Consiglio di gestione.
Il consiglio di amministrazione è presieduto dal capo dell’impresa ed è composto di rappresentanti eletti dalle varie categorie dei lavoratori dell’impresa: operai, impiegati tecnici, impiegati amministrativi, dirigenti, nonché di almeno un rappresentante, proposto dall’Istituto di Gestione e Finanziamento e nominato dal Ministero per l’Economia Corporativa, di concreto con il Ministero per le Finanze. Le modalità di elezione ed il numero dei membri del consiglio saranno determinati dallo statuto dell’impresa. Nessuno speciale compenso, salvo il rimborso delle spese, è dovuto ai membri del consiglio di amministrazione per tale loro attività.
Art. 15 - Poteri del consiglio di gestione.
Per i poteri dei consigli di amministrazione delle imprese di proprietà dello Stato valgono le norme contenute nel precedente art.7.
Art. 16 - Collegio sindacale.
Il collegio sindacale delle imprese di proprietà dello Stato è costituito con decreto del Ministero per l’Economia Corporativa di concreto con il Ministero per le Finanze, su proposta dell’Istituto di Gestione e Finanziamento. Il compenso dei sindaci è determinato dall’Istituto di Gestione e Finanziamento.
Art. 17 - Approvazione del bilancio e riparto degli utili - Deliberazioni eccedenti l’ordinaria amministrazione.
Il bilancio delle imprese di proprietà dello Stato e il progetto di riparto degli utili, gli aumenti e la riduzione di capitali, nonché le fusioni, le concentrazioni, lo scioglimento e la liquidazione di imprese di proprietà dello Stato, sono proposti dall’Istituto di Gestione e Finanziamento, sentito il consiglio di amministrazione delle imprese interessate, e approvati dal Ministero per l’Economia Corporativa, di concerto col Ministero per le Finanze e con gli altri Ministeri interessati.

(Titolo V) Disposizioni comuni ai titoli precedenti.
Art. 18 - Atti costitutivi e statutari delle imprese di proprietà dello Stato.
Gli atti costitutivi e gli statuti delle imprese di proprietà dello Stato, come pure ogni loro modificazione sono approvati con decreto del Ministero per l’Economia Corporativa, di concreto con il Ministero per le Finanze.
Art. 19 - Statuti e regolamenti delle imprese di proprietà privata.
Entro il 30 giugno 1944 tutte le imprese a capitale privato dovranno provvedere ad adeguare gli statuti alle norme contenute nel presente decreto. Le imprese individuali non regolate da statuto dovranno redigere il regolamento entro il termine suddetto. Statuti e regolamenti saranno sottoposti nel termine di 30 giorni all’omologazione del Tribunale competente per territorio che, riscontratane la regolarità e la rispondenza al presente decreto ed alle altre leggi vigenti in materia, ne ordinerà la trascrizione nel registro delle imprese.
Art. 20 - Modalità di elezione dei rappresentanti dei lavoratori.
I rappresentanti dei lavoratori chiamati a far parte degli organi delle imprese socializzate, siano esse di proprietà dello Stato o do proprietà privata, sono eletti con votazione segreta da tutti i lavoratori dell’impresa: operai, impiegati tecnici, impiegati amministrativi, e dirigenti, su una lista formata dai sindacati comunali delle singole categorie. La lista comprenderà un numero di lavoratori multiplo di quello dei rappresentanti da eleggere e proporzionalmente alle singole categorie dei lavoratori dell’impresa.

(Titolo VI) Il capo dell’impresa e gli amministratori.
Art. 21 - Responsabilità del capo dell’impresa.
Il capo dell’impresa, sia essa di proprietà privata, sia dello Stato, è personalmente responsabile di fronte allo Stato dell’andamento della produzione dell’impresa e può essere rimosso o sostituito a norma delle disposizioni di cui agli articoli seguenti oltre che nei casi previsti dalle vigenti leggi, quando la sua attività non risponda alle esigenze dei piani generali di produzione e alle direttive della politica sociale dello Stato.
Art. 22 - Sostituzione del capo dell’impresa di proprietà dello Stato.
Nell’impresa di proprietà dello Stato, la sostituzione del capo dell’impresa è disposta dal Ministero per l’Economia Corporativa, di concerto con il Ministero per le Finanze, d’ufficio o su proposta dello Istituto Gestione e Finanziamento o del consiglio di amministrazione o dei sindaci, premessi gli opportuni accertamenti.
Art. 23 - Sostituzione del capo dell’impresa privata a capitale sociale.
Nelle società per azioni, la sostituzione del capo dell’impresa è deliberata dall’assemblea. Nelle altre imprese a capitale sociale la sostituzione del capo dell’impresa è regolata dagli atti costitutivi, statuti e regolamenti, oppure può essere promossa dal consiglio di amministrazione, con la stessa procedura prevista dagli artt.24 e seguenti per le imprese private a capitale individuale. E’ in facoltà del Ministero per l’Economia corporativa di provvedere alla sostituzione d’ufficio del capo dell’impresa quando egli dimostri di non possedere senso di responsabilità e manchi ai doveri indicati dall’art.21.
Art. 24 - Sostituzione del capo dell’impresa a capitale individuale.
Nelle imprese private a capitale individuale l’imprenditore, capo dell’impresa, può essere sostituito solo in seguito a sentenza della Magistratura del lavoro che ne dichiari la responsabilità. L’azione per la dichiarazione di responsabilità può essere provocata dal consiglio di gestione dell’impresa, dall’Istituto di Gestione e di Finanziamento, qualora interessato nell’impresa, o dal Ministero per l’Economia Corporativa, mediante istanza al Procuratore di Stato presso la Corte di Appello competente per territorio.
Art. 25 - Procedura davanti alla Magistratura del lavoro.
La Magistratura del lavoro, sentito l’imprenditore, il Pubblico Ministero, il consiglio di gestione dell’impresa, o dell’Istituto di Gestione e Finanziamento, se interessato, premessi gli opportuni accertamenti, dichiara con sentenza la responsabilità dell’imprenditore. Contro la sentenza è ammesso ricorso per Cassazione a norma dell’art. 426 del Cod. Pr. Civ.
Art. 26 - Sanzioni contro il capo dell’impresa.
A seguito della sentenza che dichiara la responsabilità dell’imprenditore, il Ministero per l’Economia Corporativa prenderà quei provvedimenti amministrativi che riterrà del caso affidando, se occorre, la gestione dell’impresa ad una cooperativa da costituirsi fra i dipendenti dell’impresa medesima.
Art. 27 - Misure cautelari.
Pendente l’azione di cui agli articoli precedenti, il Ministero per la Economia Corporativa può sospendere con proprio decreto, l’imprenditore capo dell’impresa dalla sua attività e nominare un commissario per la temporanea amministrazione dell’impresa.
Art. 28 - Responsabilità del consiglio di gestione.
Qualora il consiglio d’amministrazione dell’impresa, sia di proprietà dello Stato , sia di proprietà privata, dimostri di non possedere sufficiente senso di responsabilità nell’assolvimento dei compiti affidatigli per l’adeguamento dell’attività dell’impresa alle esigenze dei piani di produzione e della politica sociale della Repubblica, il Ministero per l’Economia Corporativa, di concreto con il ministero per le finanze, può disporre, premessi gli opportuni accertamenti, lo scioglimento del consiglio e la nomina di un commissario per la temporanea gestione dell’impresa. L’intervento del Ministero per l’Economia Corporativa può avvenire di ufficio o su istanza dell’Istituto di Gestione e Finanziamento se interessato, o del capo dell’impresa, o dell’assemblea, o dei sindaci.
Art. 29 - Sanzioni penali.
Al capo dell’impresa ed ai membri del consiglio di amministrazione di essa, sia di proprietà dello Stato, sia di proprietà privata, sono applicabili tutte le sanzioni penali previste dalle leggi per gli imprenditori, soci e amministratori delle società commerciali.

(Titolo VII) Responsabilità del capo dell’impresa e degli amministratori.
Art. 30 - Passaggio delle imprese in proprietà dello Stato.
La proprietà di imprese che impegnino settori base per l’indipendenza politica ed economica del Paese, nonché di imprese fornitrici di materie prime, di energia e di servizi indispensabili al regolare svolgimento della vita sociale, può essere assunta dallo Stato secondo le norme del presente decreto. Quando l’impresa comprende aziende aventi attività produttiva diversa, lo Stato può assumere la proprietà di parte soltanto della impresa stessa. Lo Stato può inoltre partecipare alla formazione del capitale delle imprese private.
Art.31 - Determinazione della impresa da passare in proprietà dello Stato.
Con decreto del Capo dello Stato, sentito il consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per l’Economia Corporativa, di concreto col Ministro per le Finanze, saranno di volta in volta determinate le imprese di cui lo Stato intenda assumere la proprietà.
Art.32 - Sottoposizione a sindacato, nomina dei sindacatori e di commissari di Governo.
Con lo stesso decreto di cui allo articolo precedente e con decreti successivi, le imprese per le quali sia stato deciso il passaggio in proprietà dello Stato, vengono sottoposte al sindacato con la procedura di cui alla legge 17 luglio 1942 n. 1100, e vengono nominati i sindacatori. Potrà anche essere affidata ad uno degli amministratori dell’impresa la gestione straordinaria di questa, in qualità di commissario del Governo.
Art. 33 - Nullità dei negozi che modificano il rapporto di proprietà del capitale.
Saranno considerati nulli i negozi fra vivi che comunque modificano il rapporto di proprietà nei riguardi dei titoli azionari rappresentanti il capitale delle imprese, per le quali viene deciso il passaggio in proprietà dello Stato, effettuati dal giorno dell’entrata in vigore del provvedimento che decide il passaggio di proprietà.
Art. 34 - Amministrazione del capitale delle imprese di proprietà dello Stato.
Il capitale delle imprese assunte in proprietà dalla Stato è amministrato per mezzo di un Istituto di Gestione e Finanziamento, ente pubblico con propria personalità giuridica. La costituzione dell’Istituto e l’approvazione del relativo statuto saranno disposte con separati provvedimenti.
Art. 35 - Compito dell’Istituto di Gestione e Finanziamento.
L’Istituto di Gestione e Finanziamento controlla l’attività delle imprese di cui all’art.30, secondo le direttive del Ministero per l’Economia Corporativa ed amministra altresì le partecipazioni assunte dallo Stato in imprese private.
Art. 36 - Trasformazione delle quote di capitale.
Le quote di capitale già investito nelle imprese che passano in proprietà dello Stato vengono sostituite da quote di credito dei singoli portatori verso l’Istituto di Gestione e Finanziamento, rappresentate da titoli emessi dall’Istituto medesimo ai sensi dei successivi articoli.
Art. 37 - Valore di trasferimento delle quote di capitale.
La sostituzione delle quote di capitale già investito in ciascuna impresa che passa in proprietà dello Stato con i titoli dell’Istituto di Gestione e Finanziamento viene effettuata per un ammontare pari al valore reale di dette quote di capitale.
Art. 38 - Determinazione del valore delle quote di capitale.
Il valore reale delle quote di capitale delle imprese da trasferire in proprietà dello Stato sarà determinato con decreto del Ministero per l’Economia Corporativa, di concreto con il Ministero per le Finanze, su proposta dell’Istituto di Gestione e Finanziamento, in contraddittorio con gli amministratori dell’impresa. Contro il decreto del Ministero per l’Economia Corporativa è ammesso ricorso, entro sessanta giorni dalla sua pubblicazione, al Consiglio di Stato in sede di giurisdizione da parte degli amministratori dell’impresa o di tanti soci che rappresentino almeno il decimo del capitale sociale.
Art. 39 - Caratteristiche dei titoli dell’Istituto di Gestione e Finanziamento.
I titoli dell’Istituto di Gestione e Finanziamento sono nominativi, negoziabili e trasferibili e a reddito variabile. Essi vengono emessi in serie distinte corrispondenti a singoli settori di produzione. Per ciascuna serie il reddito sarà annualmente determinato dal Comitato dei Ministri per la Difesa del Risparmio e l’Esercizio del Credito, su proposta dell’Istituto di Gestione e Finanziamento, tenuto presente l’andamento dei relativi settori produttivi e quello generale della produzione.
Art. 40 - Limitazioni alla negoziabilità dei titoli.
E’ demandata al Comitato dei Ministri per la Difesa del Risparmio e l’Esercizio del Credito la limitazione della negoziabilità dei titoli dell’Istituto di Gestione e Finanziamento, emessi in sostituzione di quote di capitale, e anche l’iscrizione nei libri dell’Istituto di Credito dei titolari di tali quote, senza che venga effettuata la materiale consegna dei titoli.
Art. 41 - Modalità del passaggio di prorpietà allo Stato
Con decreto che dispone il trapasso dell’imprese allo Stato verranno stabilite le norme integrative e di esecuzione, le modalità e i termini del trapasso medesimo, nonché quelle altre norme, modalità e termini che si renderanno necessari ed opportuni per il trasferimento del capitale allo Stato e per l’assegnazione e distribuzione dei titoli dell’Istituto di Gestione e Finanziamento agli aventi diritto.

(Titolo VIII) Quote e capitale.
Art. 42 - Determinazione degli utili.
Gli utili netti delle imprese risultano dai bilanci compilati secondo le norme del Codice Civile e sulla base di una contabilità aziendale che potrà successivamente essere unificata con opportuni provvedimenti di legge.
Art. 43 - Remunerazione del capitale.
Sugli utili netti, dopo le assegnazioni di legge alla riserva, e la costituzione di eventuali riserve speciali, che saranno stabilite dagli statuti e regolamenti, è ammessa una remunerazione al capitale investito nell’impresa in una misura massima fissata per i singoli settori produttivi dal Comitato ministeriale per la tutela del risparmio e l’esercizio del credito.
Art. 44 - Assegnazione degli utili ai lavoratori.
Gli utili che residueranno dalle assegnazioni di cui all’articolo precedente verranno ripartiti tra i lavoratori: operai, impiegati tecnici amministrativi e dirigenti, in rapporto all’entità delle remunerazioni percepite nel corso dell’anno. Tale ripartizione non potrà comunque eccedere il 30% del complesso delle retribuzioni nette corrisposte ai lavoratori nel corso dell’esercizio. Le eccedenze saranno destinate ad una Cassa di compensazione, amministrata dall’Istituto di Gestione e Finanziamento e destinata a scopi di natura sociale e produttiva. Con separato provvedimento del Ministero per l’Economia Corporativa, di concreto col Ministero per le Finanze, sarà approvato il regolamento di tale Cassa.
Art. 45 - Le quote di utili.
La quota di utile delle imprese a capitale individuale da volgere a favore dei lavoratori dovrà essere commisurata ad una percentuale del reddito accertato ai fini della imposta di ricchezza mobile.

Il presente decreto sarà pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Sociale Italiana e iscritto, munito del sigillo dello Stato, nella raccolta ufficiale delle leggi e decreti, entrerà in vigore il giorno che sarà stabilito con successivo decreto del Duce della Repubblica Sociale Italiana.  

Il buon governo impossibile

Secondo vaghi ricordi di scuola, Aristotele teorizzò tre tipi di governo: quello in cui comanda uno solo, quello in cui comandano in pochi, quello in cui comandano tutti. Con relative degenerazioni, che fanno sì che si passi poi dall’uno all’altro. Ed è a quest’ultimo fenomeno che vale la pena di fare caso.
Se – per ipotesi – l’oligarchia fosse il miglior tipo di regime, i popoli non tenderebbero a rigettarla, per passare per esempio alla democrazia. E se capissero che dopo tutto questa è la migliore forma di governo, malgrado i suoi immensi difetti, non penserebbero, come tante volte è avvenuto, di migliorare la propria sorte passando dalla democrazia alla dittatura. Ma questa è una costante storica: il popolo è scontento dei suoi governanti.
L’insoddisfazione dei cittadini ha spesso solide ragioni. Nell’autocrazia e nell’oligarchia è abbastanza naturale che l’uno o i pochi agiscano nel proprio interesse più che nell’interesse del popolo. Nella democrazia, cioè nel regime in cui dovrebbero governare “tutti”, questi tutti sono praticamente sempre ignoranti, poco competenti, sensibili alle suggestioni e alla demagogia, e infatti, con la forza del loro numero, sono capaci di imporre allo Stato decisioni stupide o nocive per la collettività.
Basti dire che in Italia si è confusa l’energia atomica per fini bellici con l’energia atomica per produrre elettricità, col risultato di pagare l’energia più cara e tenersi i rischi teorici del nucleare. Infatti l’inquinamento eventualmente ce lo porterebbe il vento, dalla Francia: quella stessa Francia da cui compriamo l’elettricità di origine nucleare.
Il problema della democrazia è che il livello mentale e culturale della massa può imporre al Paese decisioni gravemente sbagliate, tanto in campo internazionale che in campo economico. Ma soprattutto, sempre per gli stessi limiti intellettuali, il popolo non è in grado di distinguere i buoni governanti dai cattivi. Gli manca infatti “il metro del possibile”.
Immaginiamo che zero corrisponda ad un governo assolutamente pessimo e cento ad un governo ideale, capace di realizzare il nuovo Paradiso Terrestre. Quest’ultimo governo è evidentemente impossibile, ma non è che la sua unica alternativa sia il “governo zero”. Rimane possibile guidare la nazione in modo da tenersi lontani dallo zero e che il governo “sufficiente” si piazzi al livello cinquanta.
Ora immaginiamo un governo che valga sessanta. Indubbiamente sarebbe eccellente e il popolo farebbe bene a tenerselo stretto. Purtroppo, dal momento che l’ideale è sempre lì, ineliminabile, il popolo, mancando di quel “metro del possibile” che avrebbe se fosse competentissimo in storia, è capace di rimproverare anche a questo ottimo governo di non avere realizzato il Paradiso in terra. E di rovesciarlo. Magari per affidarsi ad un altro tipo di governo che lo porterà ad una situazione peggiore di quella in cui era prima. Il governo degli zar era certo cattivo (35), ma la Russia, affidandosi a Lenin e successori, si procurò un governo criminale che valeva 15, 10 o forse ancora meno.
Il metro del possibile è un regalo che la natura non ci ha fatto. Quando in passato gli alchimisti cercarono la “pietra filosofale”, cioè il modo per trasformare un metallo vile in oro, non sapevano che tentavano un‘impresa impossibile, e proprio per questo spesero centinaia, migliaia di ore in esperimenti inutili. Col risultato che, mentre l’impossibile – che perseguivano – non lo realizzarono, il possibile, quello cui non pensavano neppure, lo realizzarono, e si chiama chimica.
Purtroppo in politica non funziona il meccanismo della scienza. In questa il successo o l’insuccesso dell’esperimento insegnano testardamente la via giusta, e poi l’accumulo delle conoscenze porta al trionfo tecnologico dell’età contemporanea. In politica invece l’esperimento non è ripetibile perché “non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume”: la realtà è sempre nuova e diversa, e ciò che si è verificato in passato (per giunta spesso ignorato) non è detto che valga per il presente.
Così l’umanità crede sempre di avere trovato la “nuova” formula giusta, e passa da un regime all’altro, senza mai esserne contenta e senza neppure accorgersi, quando ha il meno cattivo dei regimi (la democrazia), che farebbe bene a tenerselo stretto, perché gli altri sono peggiori. Ma questo lo diceva un certo Winston Churchill che il popolo, in generale, non sa nemmeno chi sia.
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